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Miserie e violenze della «memoria condivisa»

La strage di Piazza Fontana e l’assassinio dell’anarchico Pinelli restano ancor oggi macchie indelebili sulla credibilità dello Stato italiano. Non è certo un caso che, in questi tempi di crisi e di violenze istituzionali, quei fatti remoti continuino ad agitare la lingua biforcuta di giornalisti, magistrati, cineasti, poliziotti, commissari, depistatori, faccendieri.

Così ora il questore di Milano Alessandro Marangoni invoca «un gesto di riconciliazione nei confronti di Giuseppe Pinelli». E subito il figlio del «commissario finestra» (chiamato così già prima dell’omicidio di Pinelli, per la sua mania di interrogare i sospetti facendoli sedere sul bordo del balcone del suo ufficio) si associa chiedendo il «superamento delle divisioni», ma anche «chiarezza e verità per tutti».

Ci hanno provato con un film fantasioso e falso, contestato anche a Bologna. E basti qui la testimonianza recente di Luciano Lanza:

«Il commissario Calabresi, nei miei personali ricordi, non è quell’uomo tormentato dai dubbi. È quello che, durante un sit-in vicino al carcere di San Vittore per chiedere la liberazione degli anarchici arrestati per le bombe del 25 aprile a Milano, sento gridare a Pinelli: “Te la faremo pagare”. Solita intimidazione di un poliziotto verso un anarchico che non vuole collaborare? Forse. Però quella frase, dopo quello che è accaduto, sembra quasi una profezia. Senza dimenticare (come appare anche in una sequenza del film) che per le bombe sui treni del 9 agosto Calabresi cercherà di incastrare, senza riuscirci, Pinelli».

Insomma, come a Reggio Calabria i neofascisti prima bruciano un centro sociale e poi pretendono il «dialogo», allo stesso modo la «riconciliazione» non può essere proposta e pretesa da uno Stato che ha condotto una guerra aperta contro la società e i suoi sogni di un mondo più libero e più giusto. Né oggi lo Stato appare meno feroce di ieri: dal sangue della Diaz e di Bolzaneto alle tante morti anomale nei commissariati, nei CIE, nelle strade «sicure», nei TSO, negli ospedali psichiatrici.

Anche qui è sufficiente un esempio di quella normalità assassina che davvero richiederebbe «chiarezza e verità per tutti». Si consideri cosa può succedere in un commissariato di Trieste, come si legge su Informa-Azione, dove una donna si sarebbe anch’essa «suicidata».

Alina, la donna ucraina trovata morta nel commissariato di Opicina, è stata ripresa dalle telecamere della camera di sicurezza in cui era rinchiusa durante i suoi ultimi 40 minuti di agonia. Gli articoli dei media di regime, nel recuperare quanto accaduto, sottolineano come Alina e altre 49 persone fossero detenute «illegalmente».

Ma dagli approfondimenti sulla morte di Alina emerge un fatto più rilevante e chiarificatore: il commissario incaricato dello smaltimento dei migranti, fascista senza veli come molti suoi colleghi, aveva rinominato il suo reparto «Ufficio Epurazione» e, sulla scrivania, l’immagine di Mussolini.

Sicuramente un appellativo più consono rispetto all’ambiguo «Ufficio Immigrazione»: un piccolo test di realtà per un regime democratico xenofobo, ipocrita e assassino.

Estratti da «Il Piccolo» di Trieste:

«Il pm Massimo De Bortoli si è presentato ieri mattina in Questura con una decina di finanzieri e due poliziotti della Procura. Hanno perquisito le stanze del settore immigrazione al terzo piano ma anche l’ufficio di Carlo Baffi, il funzionario responsabile per le pratiche relative agli stranieri che ha gestito la tragica vicenda di Alina Bonar Diachuk. Si tratta dell’ucraina di 32 anni morta suicida il mattino del 16 aprile in una stanza del commissariato di Opicina, dove era stata rinchiusa illegalmente in attesa dell’espulsione. Baffi è ora indagato per sequestro di persona e omicidio colposo: è rimasto negli uffici della finanza in Procura fino a tarda sera».

«Le ipotesi di reato per Baffi riguardano a oggi il caso di Alina, ma nel corso del blitz in Questura sono stati sequestrati 49 fascicoli in originale relativi ad altrettanti cittadini extracomunitari anch’essi, in attesa dell’espulsione, detenuti secondo la Procura illegalmente al commissariato di Opicina. Le stesse stanze dove è morta la giovane donna».

«“Siamo a disposizione per fornire ogni elemento utile alle indagini relative al suicidio avvenuto all’interno di una struttura della polizia”, ha dichiarato il questore Giuseppe Padulano. “Se abbiamo commesso degli errori”, ha aggiunto “siamo di fronte a persone che hanno fatto il proprio dovere. Ho offerto alla Procura la massima collaborazione”. Padulano ha sottolineato “la difficile situazione organizzativa” delle istituzioni “che si è cercato di fronteggiare”. Nei weekend infatti non è in servizio un giudice che possa convalidare i decreti di espulsione. In quelle ore, secondo la Questura, gli stranieri non possono essere liberati. Ma per la Procura non possono essere nemmeno trattenuti. Un limbo, insomma, che si traduce però per gli stranieri in attesa di espulsione in una vera e propria detenzione».

«Alina Bonar Diachiuk era stata scarcerata in forza di un provvedimento del giudice Laura Barresi il 14 aprile dopo una sentenza di patteggiamento per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per la legge, risultava libera. Eppure era stata “prelevata” come fosse un’arrestata da una pattuglia della squadra volante che, su disposizione dell’ufficio immigrazione diretto da Carlo Baffi, l’aveva portata dal Coroneo direttamente al commissariato di Opicina. Lì era stata “reclusa” nella stanza di controllo ‒ che in realtà è un’altra prigione ‒ in attesa del provvedimento del questore e dell’udienza davanti al giudice di pace che peraltro non era stata né fissata né richiesta. Lì, su una panca, davanti all’obiettivo di una telecamera a circuito chiuso, si è impiccata legando una cordicella al termosifone».

«La sua agonia ‒ hanno accertato gli investigatori ‒ è durata quaranta minuti. In tutto questo tempo l’agente che era in servizio di piantone al commissariato di Opicina, non è riuscito a dare “un’occhiata” al monitor posizionato a pochi centimetri da lui. Non si è accorto di quello che stava succedendo».

Estratti da “il Manifesto”:

«Le perquisizioni nell’ufficio di Baffi hanno portato alla luce una realtà spaventosa: non solo altri fascicoli riguardanti immigrati che si sono sospetta erano stati detenuti nel tempo dentro al commissariato senza alcuna copertura giudiziaria. Ma un cartello con su scritto “Ufficio epurazione” ‒ invece di Ufficio immigrazione ‒ con sopra la foto di Mussolini. Insomma, l’ufficio della questura era un vero “altarino” alla ideologia fascista. E di lì dovevano passare gli immigrati. Chissà se Alina sapeva dove era finita».

«Lo stesso materiale è stato trovato anche a casa di Baffi. Incredibilmente, di fronte a questi dati di fatto che certo non rendono onore al dirigente di una questura, l’Associazione nazionale funzionari di polizia ha espresso “solidarietà” a Baffi. E ha invitato la stampa a non associarlo all’estrema destra, visto che a casa sua è stato trovato anche materiale di “estrema sinistra”. Probabilmente l’Associazione si riferisce al fatto che oltre a vari testi antisemiti (come i “classici” “Mein Kampf” e “La Difesa della razza”) è stato trovato anche il libro di Karl Marx “La questione ebraica”. Insomma, materiale di estrema sinistra…».

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