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2 agosto 1980: 85 morti e 200 feriti. Chi sono i mandanti?

Questo 2 agosto saremo ancora una volta in piazza per ribadire la verità sullo stragismo neofascista, dopo le tristi manifestazioni di arroganza degli esecutori materiali della strage che, negli ultimi mesi, si sono esibiti ancora una volta in aula nell’arte della reticenza, del depistaggio e del vittimismo… Da Luigi Ciavardini che si è dichiarato l’ottantaseiesima vittima della strage… a Valerio Fioravanti che si è definito «fascista tra virgolette», dichiarando «personalmente non sono fascista, però ho una madre, un fratello e una moglie fascista»… Tanto più che Fioravanti stesso ha descritto la filosofia del suo gruppo armato per cui i processi in tribunale sono sempre stati «la continuazione della guerra con altri mezzi» e le udienze servono solo «a complicare le indagini, a lasciar fuori le persone, a fare processi più lunghi possibile»… Riceviamo e condividiamo una riflessione del Coordinamento Antifascista Murri.

2 agosto 1980: 85 morti e 200 feriti. Chi sono i mandanti?

Da 38 anni i cittadini e le cittadine di Bologna e non solo vanno ripetendo che la strage alla stazione del 2 agosto 1980 è da ascriversi ai fascisti nella sua realizzazione pratica e a diverse strutture dello Stato nella sua ideazione e progettazione.

Da 38 anni queste cittadine e cittadini individuano più precisamente la regia della strage nei servizi segreti e nelle strutture clandestine della destra anticomunista che facevano capo al fascista Licio Gelli e che si sono servite della manovalanza neofascista per concretizzare il proprio piano.

Da 38 anni la verità viene sottoposta ad attacchi e depistaggi continui provenienti da più parti.

L’anno scorso, quando è arrivata la notizia del rinvio a giudizio del neofascista Gilberto Cavallini (il cosiddetto “quarto uomo”) e da più parti si pensava che potesse essere giunto il momento per fare luce anche sui mandanti, il procuratore capo di Bologna Giuseppe Amato ha sostenuto “lo spontaneismo” dei Nar dichiarando in modo arrogante: “Mandanti, il capitolo è chiuso. Non è una indagine che si conclude in termini incerti rispetto al tema da cui è partita. Non c’è un quid che rimane inesplorato”.

Ora che il processo per concorso in strage nei confronti di Cavallini si è aperto, è il turno di neofascisti ed esponenti dei servizi segreti a dare manforte a questa opera di negazione e occultamento della verità.

La tecnica è sempre quella: provare a seppellire la verità sotto un cumulo di menzogne.

Francesca Mambro, esponente del gruppo neofascista Nuclei armati rivoluzionari, afferma che i Nar sarebbero estranei al 2 agosto 1980, cosa che pensava – dice la condannata – anche Falcone! Parole che nessun altro ha mai sentito e che Falcone certamente non può smentire… E ancora: la Mambro, che nel corso degli anni ha dato tre diverse versioni su dove fosse il 2 agosto del 1980, ha aggiunto di fronte al PM, tra un “non ricordo” e l’altro: “siete stati depistati, stanno coprendo altri scenari, noi siamo stati condannati sull’altare della necessità storica”. Questi “altri scenari” sarebbero l’immortale “pista palestinese”, un’improvvisata teoria volta a far ricadere le responsabilità della strage sulla guerriglia palestinese, frutto di un depistaggio e archiviata nel 2015.

Le dà manforte Francesco Pazienza che chiama in causa, come responsabile dei fatti, il leader libico Gheddafi. Un’altra versione insussistente che fa il paio con la “pista palestinese” e che viene tirata fuori con periodica regolarità. Esattamente come successo con altri depistaggi secondo cui la strage sarebbe dovuta all’esplosione di una caldaia, a un’esplosione accidentale, al “più feroce terrorista di tutti i tempi” Carlos, al Mossad, ecc. Chi è Pazienza? Un “faccendiere”, ovvero un esponente dei servizi segreti, già braccio destro di Licio Gelli e condannato a dieci anni per avere tentato di depistare le indagini sulla strage alla stazione sistemando lo stesso tipo di esplosivo su un treno Milano-Taranto nel 1981.

Insomma le menzogne e i depistaggi si sommano le une agli altri, moltiplicandosi tutte le volte che si intravede la possibilità di individuare i mandanti.

La strage alla stazione di Bologna è l’episodio più efferato di una guerra non ortodossa per scoraggiare e sconfiggere con la violenza le lotte operaie e le proteste sociali promuovendo un clima di paura e smarrimento. Tale guerra ha determinato una “stagione delle stragi”, iniziata con la strage di piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969) e conclusasi nei primi anni Novanta.

Una strategia della tensione i cui burattinai sono ufficialmente ancora ignoti.

Eppure la verità è lì, per chi la vuole vedere. Basti ricordare che al momento del suo arresto a Ginevra nel 1982, fra le carte di Licio Gelli furono trovati documenti che attestavano la movimentazione di un totale di 15 milioni di dollari tra il luglio 1980 e il febbraio 1981 dal suo conto svizzero a beneficio di alti esponenti dei ministeri dell’Interno e della Difesa.

Eccoli quindi i mandanti: i ministeri dell’Interno e della Difesa dello Stato italiano.

Dopo 38 anni noi, insieme a molti altri, saremo in piazza a indicare con chiarezza i responsabili.

Oggi come ieri gli apparati dello Stato provano a governare i nostri corpi e le nostre menti con i dispositivi della paura. Oggi come ieri alziamo la bandiera della libertà contro il terrore. Oggi come ieri respingiamo le menzogne. Oggi come ieri esigiamo la verità.

Ora e sempre Resistenza!

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Solidarietà ai prigionieri politici curdi in Iran

Ovviamente sui media italiani si parla solo dell’infanzia difficile della Borgonzoni o di quanto è serafico il premier Conte o, al limite, dell’ultima sparata del Ministro dell’Inferno, “da papà”, contro i malati psichici…

SOLIDARIETÀ AI PRIGIONIERI POLITICI CURDI IN IRAN

di Gianni Sartori

Risale al 2 luglio il gesto disperato di Marjan Behrouzi, la mamma di Hedayat Abdullah Pour, prigioniero politico curdo arrestato due anni fa e condannato a morte in Iran.

Un evento – a mio avviso – che non ha trovato adeguato risalto sui media.

Marjan si era cosparsa di liquido infiammabile (benzina, presumibilmente) per immolarsi davanti all’ufficio del governatore di Shenoy. Il suo atto estremo venne però bloccato dall’intervento di alcune persone che avevano visto quando stava accadendo. Qualche giorno prima, il 30 giugno, era stato arrestato dai servizi di sicurezza nella sua abitazione anche Farhar, fratello di Hedayat. È accusato di aver collaborato con un partito dell’opposizione clandestina curda. Stando alle dichiarazioni di un familiare, dopo aver subito brutali torture, Farhar sarebbe stato trasferito in un commissariato di Oroumieh. Inoltre anche Abu Bakr, padre dei due prigionieri politici, era stato sottoposto a interrogatori e maltrattamenti.

E tutto questo avrebbe alimentato la comprensibile disperazione della madre.

Hedayat Abdullah Pour era stato arrestato nella città di Oshnavieh (in curdo: Sino) e accusato, sostanzialmente senza prove, di fare attività di propaganda per un partito clandestino di opposizione, di appoggiare i guerriglieri curdi del PJAK* e anche di aver preso parte a scontri con i pasdaran (guardiani della rivoluzione islamica). L’accusa di legami con la guerriglia curda viene utilizzata abitualmente dalle forze di sicurezza iraniane come pretesto per arrestare qualsiasi attivista curdo, sia o meno effettivamente legato a qualche organizzazione clandestina.

In aprile un altro militante curdo era stato condannato a morte, nel processo di appello, dalla Corte suprema di un Tribunale Islamico Rivoluzionario.

Al momento della condanna Ramin Hisen Penahi, di 24 anni, era ancora in sciopero della fame (da gennaio) per protestare contro la prima condanna. Le accuse nei suoi confronti sono di far parte dell’organizzazione Komala** e di “lottare contro il governo islamico”.

Era rimasto ferito nell’imboscata tesa dai pasdaran a un gruppo di quattro presunti resistenti. Unico sopravvissuto all’agguato (al momento della cattura non era nemmeno armato), Ramin Penahi era stato poi torturato, con la possibilità di vedere il suo avvocato soltanto una volta, brevemente e alla presenza di agenti. Il suo processo era durato soltanto un’ora.

Anche la madre di questo prigioniero politico curdo si era mobilitata per la salvezza del figlio. In maggio aveva rivolto un appello a Federica Mogherini – rappresentante UE per la politica estera e la sicurezza – affinché l’unione Europea intervenisse per protestare contro l’esecuzione (con la data già stabilita) di Ramin.

Aveva scritto: “Questa è la lettera di una madre da un piccolo comune nel Kurdistan iraniano. Una madre il cui cuore ogni giorno si riempie della paura che una parte del suo cuore venga giustiziato. Capisce cosa significa?

Sono una madre con un cuore in fiamme. Da tre anni non c’è sollievo. Da lunghi anni sostengo i miei figli che parlano di legalità e giustizia. Ma qui tutto è vietato. Quello che vivo oggi ricorda l’inferno.

Sono sicura che avrà sentito il nome di Ramîn Hisên Penahî. Perfino se Ramîn dovesse aver fatto un errore, la sentenza contro di lui non può essere un’esecuzione. Ho ragione con quello che dico? Ramîn è un attivista politico. Vogliono giustiziarlo perché hanno costruito un sistema della menzogna. Vorrei che Lei incontrasse i responsabili in Iran e fermi l’esecuzione di Ramîn. L’Iran deve essere condannato davanti alla Corte di Giustizia Europea. Per via di mio figlio piccolo Ramîn ogni giorno è un peso per me. Si metta nella mia condizione. Faccia qualcosa per impedire questa catastrofe. Sono certa che Lei possa fare qualcosa. Vorrei che si impegni seriamente per fermare questa decisione. Non permetta che Ramîn venga giustiziato.

Ogni commento sarebbe superfluo e fuori luogo.

Gianni Sartori

*nota 1: il PJAK (Partito della vita libera in Kurdistan; in curdo Partiya Jiyana Azad a Kurdistane) è un’organizzazione che opera, anche con l’autodifesa armata, nel Rojhelat (i territori curdi sotto l’amministrazione iraniana). Viene considerato legato al PKK e fa parte dell’Unione delle Comunità del Kurdistan.

**nota 2: Komala (“Società”) è un’organizzazione curda la cui origine risale al 1969. Il nome completo è Komeley Sorrisgerri Zehmetkesani Kurdistan Eran (KSZK, Società dei lavoratori rivoluzionari del Kurdistan).

Nacque nel 1968 (con un impianto ideologico marxista-leninista, inizialmente maoista) come movimento di opposizione alla dispotica monarchia persiana e per difendere la popolazione curda. Venne duramente represso dalla Savak. Con la rivoluzione iraniana, si trasforma in partito politico – laico – opponendosi al referendum per l’istituzione di una repubblica islamica. Dotato di una forza di autodifesa armata, attiva soprattutto nella provincia di Sanandaj, nel 1982 contribuisce alla ricostituzione del Partito comunista dell’Iran. Ne prenderà le distanze nel 2000 con la nascita dell’Organizzazione rivoluzionaria del popolo del Kurdistan.

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[Teheran] Meryem Fereci torturata e assassinata

Ovunque soffia un vento di guerra e di terrore. A Parigi un collaboratore del presidente Macron si è messo un casco da poliziotto e il primo maggio si è divertito a picchiare un manifestante già a terra. Questa è oggi l’Europa, sempre più uguale al resto del mondo dove si fa violenza, si tortura e si uccide senza problemi. Riceviamo e condividiamo una nota di Gianni Sartori.

MERYEM FERECI TORTURATA E ASSASSINATA
di Gianni Sartori

Sembra proprio che le peggiori ipotesi sulla sorte Meryem Fereci, studentessa curda di 33 anni, da oltre una settimana desaparecida a Teheran, abbiano trovato tragica conferma. Con ogni probabilità, sequestrata e torturata, è stata poi eliminata in una operazione di “guerra sporca” da manuale.

I primi timori per la sua vita risalivano ormai a nove giorni fa, quando non era più rientrata a casa.

Ovviamente si era subito pensato che fosse caduta nuovamente in mano alle forze di polizia.

Come aveva ricordato il suo avvocato, la giovane curda era stata condannata a tre anni di carcere dal tribunale Rivoluzionario per aver partecipato a manifestazioni di protesta alla fine del 2017 e agli inizi del 2018.

Dapprima detenuta, recentemente le era stata concessa la “libertà vigilata” con l’obbligo di recarsi ogni giorno a firmare in un commissariato.

Il corpo di Meryem, bruciato e – stando ai primi rilievi – con evidenti segni di tortura, sarebbe stato ritrovato dalla polizia soltanto alla sera di sabato 14 luglio. Almeno ufficialmente.

Il riconoscimento del cadavere è stato reso possibile dal test del DNA.

A darne notizia, l’associazione che promuove la “Campagna di Difesa dei Diritti dei prigionieri”.

Con tutta probabilità siamo di fronte all’ennesima violazione dei Diritti umani e del Diritto dei popoli da parte del regime iraniano i cui metodi – evidentemente – non si differenziano più di tanto da quello turco. Almeno nei confronti dei Curdi.

Gianni Sartori

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L’ultima vile moda del razzismo leghista e neofascista

L’ultima vile moda tra leghisti e neofascisti è quella di colpire persone indifese usando pistole soft air.

Forse il primo episodio è avvenuto l’11 giugno a Caserta. Due giovani originari del Mali, Daby e Sekou, vengono affiancati da un’auto di colore nero con tre persone a bordo che, al grido di «Salvini, Salvini!», sparano due colpi di pistola soft air a distanza ravvicinata ferendo al torace Daby e mancando di poco Sekou. I due giovani maliani collaboravano con il centro sociale Ex Canapificio di Caserta. E il ministro dell’Inferno Salvini ha subito dichiarato che era una fake news avvallando implicitamente la cosa…

Poi, il 20 giugno la stessa cosa accade a Napoli. In pieno centro, uno chef maliano 22enne viene affiancato da un’auto e ferito da una scarica di pallini, mentre gli aggressori se la ridono. Collaborava da tempo con gli attivisti dell’Ex Opg Occupato-Je so’ pazzo. E il ministro dell’Inferno Salvini ha detto che era una fake news avvallando pure il secondo episodio…

Ora però è successo anche a Forlì due volte in pochi giorni, sempre in viale Bolognesi, sempre di notte. Dapprima, ad essere colpito da proiettili soft air è stato un ivoriano di 33 anni: era in sella a una bici e il colpo è partito da un’auto che lo ha affiancato: ha riportato ferite all’addome, con prognosi di 10 giorni. Qualche giorno dopo, una donna nigeriana è stata affiancata da un motorino e una delle due persone a bordo l’ha ferita al piede sempre con una pistola soft air.

A Lecce una trans 40enne è stata ferita con un colpo in pieno volto. Un’auto occupata da due persone si è avvicinata sparandole con una pistola soft air. I pallini, tra le altre lesioni, hanno colpito l’occhio sinistro provocando danni irreversibili alla vista.

A La Spezia un nordafricano è stato ferito alla spalla mentre passeggiava…

A Latina sono stati feriti due ragazzi nigeriani che si trovavano alla fermata dell’autobus…

A Roma una bimba rom è stata colpita alla schiena mentre era in braccio a sua madre…

Sono episodi così abietti e spregevoli da rendere vuota e superficiale ogni parola di commento. Oggi occorre parlare con i fatti, con la solidarietà e con la lotta. Ora e sempre resistenza!

Perché, come scriveva Erasmo da Rotterdam, «bellum e bello seritur, e simulato verum, e pusillo maximum exoritur» («la guerra genera la guerra, da una guerra finta nasce una guerra vera, da una guerra piccola una guerra poderosa»).

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Il fascismo che viene e la Bologna leporina

Nel napoletano, tre carabinieri hanno falsamente accusato un immigrato di possesso di armi clandestine con finalità di terrorismo internazionale. Avevano fabbricato false prove solo per effettuare un arresto eclatante e ricevere un encomio. E non è un fatto isolato.

In fondo, questo episodio può valere come metafora di quello che sta avvenendo. La politica sta fabbricando falsità e menzogne solo per avere l’encomio dei sondaggi e dei social. Dietro l’odio e la mistificazione, c’è solo il vuoto. E intanto gran coccole a poliziotti e neofascisti per garantire un minimo di tenuta sociale al sistema della diseguaglianza.

A Trento un lavoratore che aveva chiesto un giorno di malattia perché non si sentiva bene, ha avuto questa risposta di ordinario razzismo dal suo datore di lavoro:

«Ti posso anche ammazzare, ora che è andato su Salvini. Ti brucio vivo, bastardo islamico. Islamico di merda, che muoia tutta la tua razza. Cos’è che c’hai? Il tuo ramadam? Vedrai che ti mando Casapound, sai cos’è Casapound a Trento? Per rapirti ti bruciamo vivo. Stai attento, stai attento che ti mangiamo. E domattina, al capannone, hai capito?».

Tra stragi in mare, spari e stupri razzisti, salari da fame, cariche, arresti, morti sul lavoro e intimidazioni varie ci si accorge che il fascismo quotidiano era già qui, e ora si è solamente tolto la maschera. Poi c’è quel nulla chiamato PD che gli ha aperto la porta e srotolato il tappetino. A Bologna non meno che altrove.

C’è il nulla detto Lepore, che vorrebbe trovare il modo di collaborare con la leghista Borgonzoni e quasi quasi rimpiange di non aver scelto un altro carrozzone:

«Speriamo che il nuovo sottosegretario alla Cultura ci aiuti a fare in modo che nei comuni italiani si possa tornare a fare eventi in tutta sicurezza […]. E visto che Lucia Borgonzoni è assunta al cielo – e a lei vanno i miei migliori auguri – sono sicuro che troveremo il modo di collaborare».

C’è il nulla detto Merola, secondo cui il PD deve «semplicemente mettersi al lavoro e ricominciare dall’inizio, come diceva Gramsci, ma lui aveva una dittatura fascista e noi abbiamo una cosa ben più tranquilla»…

C’è il nulla detto Ara, che si sdegna per qualche scritta ACAB sui muri della Bolognina e chiede di indagare: «Qualcuno non vuole il processo di rigenerazione della Bolognina. È gente violenta». E l’assessore Lepore: «Ci costituiremo parte civile». Al limite potrebbero costituirsi parte incivile

C’è il nulla detto Aitini, che invoca l’aiuto del Ministro dell’Inferno Matteo Salvini per impedire sbarchi in Montagnola…

La guerra capitalistica soffia un po’ ovunque e gli Stati serrano i ranghi con dosi crescenti di autoritarismo e razzismo. «Patria, si fa chiamare lo Stato ogniqualvolta si accinge a uccidere», diceva Friedrich Dürrenmatt. Prepariamoci, perché sarà presto. Ora e sempre solidarietà e resistenza!

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[BO] Sab 7 lug: Modena e Bologna orgoglios* antirazzist*!

Riceviamo e condividiamo il programma di mobilitazioni contro le politiche razziste, familiste e transfobiche che si terranno sabato 7 luglio a Modena e a Bologna. Una parte di questa società non ne vuole mezza dell’odio profuso a piene mani da leghisti, fascisti, ipocriti e integralisti d’ogni risma, che sorridono in TV tenendo in tasca le loro mani imbrattate del dolore e della morte di chi non ha niente!

Il 7 luglio sarà per noi una giornata di lotte: saremo a Modena e a Bologna Orgoglios* antirazzist*!

Alle 11, saremo a Modena alla manifestazione dei/delle migranti che abbiamo contribuito ad organizzare con un percorso che ha coinvolto associazioni e singoli rifugiati e richiedenti asilo di tante città in regione. Ci vediamo alle 9 di sabato 7/7/2018 in stazione a Bologna (piazza Medaglie d’Oro) per prendere il treno insieme. Contro il razzismo istituzionale e sociale.

Alle 16, l’appuntamento è davanti all’Atlantide in piazza di Porta Santo Stefano per creare lo spezzone Orgoglios* antirazzist* e dare una risposta politica e determinata ai tentativi di epurare la critica dai Pride che abbiamo visto agire, sia dagli organizzatori che dalle forze di polizia, nei recenti Pride di Torino, Siena e Siracusa.

Manifesteremo in forma autodeterminata contro le politiche razziste, familiste e transfobiche del Governo e contro la mobilitazione dal basso dell’odio e della paura che stanno scatenando nella società. Dalle 23: Ateliersì (via san Vitale 69 Bologna), party Orgoglios* antirazzist*, per finanziare la partecipazione alla manifestazione Ventimiglia città aperta del 14 luglio con il bus di NonUnadiMeno Bologna.

Anche il 7 luglio, a Modena e a Bologna, saremo Risacca Pride:

“Puntuale come l’arrivo dell’estate, anche quest’anno si apre la bella stagione dei Pride. L’Onda Pride, dalle Dolomiti agli scavi di Pompei, tra le più ridenti località turistiche del “bel paese”, ha un gusto esotico e il retrogusto di un rituale ammuffito se si colloca più lontano possibile dalla memoria delle lotte in cui i Pride sono stati prodotti e delle resistenze che oggi più che mai sono necessarie in Italia. Le ultime elezioni, infatti, ci hanno restituito un’immagine di questo paese spaventosa, ancora più razzista, familista, conservatrice e contro l’autodeterminazione. E questo governo ne é il volto mostruoso. Contro questa ondata noi saremo Risacca Pride! Come soggettività transfemministe, femministe, queer e LGBT*TIQA+ sentiamo l’urgenza di attraversare, intrecciare, boicottare o hackerare i Pride di ogni città. In modi diversi saremo ciò che resta, raccoglieremo i detriti di ciò che è fuori dall’Onda di normalità, di desiderio di famiglia, della supremazia della bianchezza. La risacca emerge e dilaga nello spazio pubblico sommergendolo con le lotte femministe, precarie e dei/delle migranti con un chiaro posizionamento e una pratica antissessista, antirazzista, antifascista. É per questo che la nostra risacca è intersezionale, perché lo sono le lotte e non gli individui. In un momento storico in cui la linea del colore è diventata la linea tra la vita e la morte, è sempre più evidente la demarcazione tra i corpi che contano e i corpi che non esistono e ai quali si può sparare per strada o nei campi perché non bianchi. Mentre i corpi che contano – quelli degli uomini e delle donne bianchi e con la cittadinanza – sono sottoposti all’imperativo della riproduzione, con l’attacco all’autodeterminazione e le aggressioni delle campagne pro-life, allo stesso tempo altri corpi, quelli non bianchi, magari ancora in mare, quelli non cis, corpi abietti perché fuori dalla norma, vengono addomesticati, medicalizzati e sterilizzati affinché non si riproducano. Le uscite di Salvini e Fontana ci stanno dicendo questo e i fatti già lo confermano da tempo, brutalmente. E per questo che ci facciamo risacca per spazzare via questo progetto di riproduzione della nazione bianca che passa per i nostri corpi e su quelli dellu nostru alleatu. Ma saremo anche risacca come pratica di lotta contro le linee guida della rispettabilità delle politiche LGBT istituzionali. Siamo quello che resiste dopo tutta questa sbornia di rainbow che vediamo sventolare in ogni pubblicità, etichetta, fuori da ogni sede istituzionale e tra le mani di qualche sindaco o di qualche azienda. La corrente di risacca porterà con sé tutte le resistenze e anche il rimosso di una politica LGBT mainstream istituzionale la cui autoreferenzialità non è più giustificabile, per costruire invece d’ora in poi una ricomposizione delle lotte transfemministe, precarie, antirazziste e antifasciste. Non bastano più i Pride passerella delle istituzioni locali, strumento degli enti di promozione turistica del territorio e volano della gentrificazione: già lavoriamo gratuitamente tutta la vita, già si fanno profitti rivendendo i nostri dati sulle piattaforme social, non (s)vendiamo anche le nostre lotte. Siamo favolose anche quando siamo sfrante, lo sappiamo, ma non avrete la nostra estetica senza la nostra politica. Siamo belle, lo sappiamo, quindi dovete pagarci care: chiediamo reddito di autodeterminazione per tuttu, sganciato dal lavoro, dalla cittadinanza, dalla famiglia. Siamo l’onda lunga che in questi anni con le soggettività transfemministe queer ha attraversato le lotte di NonUnadiMeno e il suo tentativo di costruire discorsi e pratiche intersezionali dal basso, partecipando alle mobilitazioni antifasciste e antirazziste di Macerata e Firenze, stando accanto e in alleanza alla presa di parola delle reti e associazioni dei e delle migranti. Siamo nel vortice del movimento LGBT*IQA+ che non è interessato a questa rincorsa alla normalizzazione, oggi più che mai precaria e sempre reversibile, ma soprattutto pagata a caro prezzo dai corpi più vulnerabili. Siamo tuttu Risacca, quando sommoviamo i nostri corpi favolosi e resistenti, dentro/fuori/oltre/contro/ l’onda Pride. Se riconosci le tue pratiche e quelle del tuo collettivo in questo manifesto buttati nella risacca, ogni detrito sarà un tesoro nella mappa dei bisogni, dei desideri, delle lotte intersezionali transfemministe froce”

https://www.facebook.com/events/494341924354618/?ti=iahttps://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2018/06/12/risacca_pride/

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[Rimini] Neonazisti in riviera? No, grazie!

Mentre in pochi giorni la stretta leghista sui salvataggi in mare ha provocato un migliaio di morti, giovedì 5 luglio è in programma una conferenza internazionale di neonazisti a Rimini per continuare a istigare all’odio razzista e diffondere deliri autoritari, omofobi e discriminatori (vedi quiqui, qui, qui e qui). Oggi occorre essere all’altezza dei tempi e non stare alla finestra. Riceviamo e condividiamo il comunicato di Rimini antifascista. Ora e sempre resistenza!

Nazisti polacchi in riviera? NO, GRAZIE!

L’Hotel Touring di Rimini dovrebbe ospitare giovedì 5 luglio una conferenza di nazisti italiani e polacchi che vorrebbero pattugliare le strade di Rimini neanche si trattasse del Ghetto di Varsavia nel 1940.

Nello specifico si tratta di Roberto Fiore (impresentabile ma ricco ferrovecchio del neofascismo anni ’70, già ricercato per “banda armata”) col suo partitino di teste rasate autodefinitesi “Forza nuova” – che di nuovo hanno meno di nulla – e dei polacchi di ONR Falanga (Falange nazional-radicale), gruppuscolo di neonazisti polacchi – una sorta di Ku Klux Klan polacco – già distintosi per posizioni antisemite, suprematiste (per la difesa della “razza bianca polacca” e per aggressioni alle donne che hanno contestato le loro manifestazioni di cattolici oscurantisti (vedi The Guardian e Il Post).

Fascisti e nazisti, cultori della violenza prevaricatrice e maschilista, chi possono proteggere? Ricordiamo come “proteggessero” i popoli che governarono, con confino, guerre e stermini. Vediamo oggi come “proteggono” le “loro” donne, e non solo, con le numerose aggressioni e violenze (mappate da InfoAntifa Ecn dal 2014 a oggi) o come nell’ultimo caso risalente a gennaio 2018 in cui un militante di Forza Nuova ha ucciso la moglie e ferito passanti tra cui due donne; o negandone le libertà, ad esempio con le campagne antiabortiste.

Siamo certi che, calata la maschera da finti filantropi dietro la quale si celano, nessuna e nessuno possa né voglia essere “difesa” e “protetta” da questa gente e che la provocazione di una task force nazista italo-polacca non sia altro che una squallida speculazione politica sulla pelle di chi ha già dovuto subire atroci violenze, infatti prende a pretesto gli stupri subiti da una turista polacca e da una prostituta peruviana (che però non viene mai ricordata) lo scorso anno a Miramare.

Il fenomeno della delinquenza comune a fini economici è un problema che va risolto all’origine, costruendo nuove politiche sociali e più giusti rapporti lavorativi, non importando squadristi e immaginando solo politiche securitarie. A proposito di alberghi, abbiamo presente che in questo territorio si lavora di norma con contratti grigi o in nero, a 10 ore al giorno per pochi euro all’ora e senza giorno libero?

Crediamo che queste iniziative siano da contestare e boicottare e per questo chiamiamo alla mobilitazione la nostra città contro l’inaccettabile sfregio che le vuole essere mosso. Chiediamo all’Hotel Touring di ritirare la propria disponibilità all’incontro tra questi neonazisti: non si tratta di un innocuo congresso, abbiate la responsabilità di rendervene conto. Questo territorio ha già cacciato fascisti italiani e nazisti tedeschi, certamente non resterà a guardare di fronte a quelli polacchi.

Rimini Antifascista

P.S. Gli alberghi del sistema turistico vivono di visibilità e recensioni… facciamogli capire che questo incontro non gioverà alla loro immagine. Per questo chiunque voglia farlo è libero di fargli arrivare la propria opinione attraverso i seguenti contatti, con mail, telefonate, segnalazioni etc:

Hotel Touring Rimini
Tel: +39 0541 373005 / +39 0541 370554
touring@yeshotels.it
https://www.facebook.com/yes.hotel.touring.rimini
https://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g187807-d529201-Reviews-Hotel_Touring-Rimini_Province_of_Rimini_Emilia_Romagna.html

Comune di Rimini
https://www.facebook.com/comunedirimini/
URP – Ufficio Relazioni con il Pubblico Telefono: 0541 704704
urp@comune.rimini.it

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Anche in Turchia avanzano il fascismo e il razzismo

Oggi le tecniche di manipolazione dall’alto della coscienza sociale hanno raggiunto una capillarità e un’efficacia straordinarie. La politica è una brutta bestia e le elezioni una legittima frode

ELEZIONI TURCHE: BREVI CONSIDERAZIONI A POSTERIORI
di Gianni Sartori

Le recenti elezioni in Turchia, forzatamente anticipate, potevano aver dato – ad un osservatore superficiale – l’impressione di essersi svolte, almeno formalmente, in maniera ineccepibile. Ma forse parlare di una “simulazione ben riuscita” non sarebbe stato del tutto fuori luogo.

In realtà le elezioni si sono svolte in un clima di insicurezza, di tensione e in un contesto di Stato d’emergenza amplificato dalla reazione al – mancato – colpo di Stato del 15 luglio 2016. In particolare con l’estensione del controllo esercitato dal governo sul sistema giudiziario (e sulla relativa giurisdizione amministrativa, giudiziaria e militare), l’arresto di centinaia di sindaci nelle regioni curde (sostituiti con amministratori nominati dalla Stato e non eletti). Continued…

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L’antirazzismo che legittima Salvini

Oggi è senz’altro un evento logico e necessario che la sinistra «democratica» sia una tabula rasa, visto che negli ultimi vent’anni non ha fatto che promuovere leggi razziste, sfruttamento, discriminazioni, pessima scuola e tanti provvedimenti estranei e anzi contrari alle tradizioni storiche del movimento operaio, rubando ai poveri per dare ai ricchi. Se volessero essere minimamente credibili nelle loro ipocrite lacrime di coccodrillo dovrebbero cominciare con chiedere a gran voce al Tribunale internazionale dell’Aja di processare Marco Minniti per concorso in torture e in crimini contro l’umanità: «Legalità, legalità!!!».

Né meno dannose e idiote sono le posizioni della sinistra sovranista, rossobruna e nazionalsocialista, infiltrata a suo tempo in Rifondazione comunista, nel PDCI e ora in cerca d’autore. Quelli come Ugo Boghetta, come Fausto Sorini, ex dirigente di Rifondazione e poi nella segreteria del PDCI: «A me sarebbe piaciuto molto che Liberi e Uguali avesse fatto da sinistra ciò che oggi fanno i Fratelli d’Italia da destra verso questo governo: tentare di influenzarlo, negoziare su due o tre punti programmatici, senza pregiudizi».

Grazie anche e soprattutto a questa gente, oggi il fascismo è più vicino, ma per contrastarlo efficacemente non si può dare spazio ad alcuna rifondazione o fronte o movimento con chi ogni giorno avvelena il futuro…

Al riguardo, segnaliamo un articolato ragionamento su «l’antirazzismo che legittima Salvini».

Sono in molti a dichiararsi preoccupati dal clima di tensione montante e a cercare di contrapporre i valori democratici alla retorica razzista imperante. Peccato che il linguaggio e la cultura siano ormai talmente impregnati del discorso xenofobo e strutturalmente razzisti che anche le opinioni espresse per la difesa formale dei diritti umani, per l’uguaglianza dei popoli, per i valori dell’antirazzismo, sono fin troppe volte esse stesse depositarie di un sapere razzista.

Esiste uno spettro di opinioni che va dalla proposta (messa in pratica) di «sparare sui negri» come Luca Traini e Gianluca Casseri o quella di «affondare i barconi» come Matteo Salvini e Elio Lannutti fino a quelle più umane, per esempio, di accertarsi che nei campi di detenzione libici sia assicurato il rispetto dei diritti umani, senza mettere in discussione la necessità dei campi, considerati inevitabili, né chiedersi perché mai dovremmo rinchiudere delle persone soltanto perché non si trovano nel proprio paese d’origine. Come questa, esistono decine e decine di convinzioni entrate nel senso comune e non più messe in questione, accettate socialmente come verità evidenti. Questo sciame di posizioni apparentemente antirazziste non sono altro che l’espressione di una opposizione interna al campo delle posizioni razziste, perché si muovono dentro la cornice di senso disegnata dal sistema di pensiero razzista. Continua a leggere su Reo tempo.

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Se fate la spesa alla Pam, occhio alle caramelle!

Mentre Giorgia Meloni ridiscute le priorità della camorra e il Ku Klux Klan leghista spara sui migranti al grido di «Salvini! Salvini!» (1, 2)… i punti vendita Pam Local promuovono a livello nazionale una campagna di donazioni per «La caramella buona», associazione «apartitica» e «apolitica»…

È noto che la onlus «La caramella buona» collabora con «Bran.Co», una delle varie emanazioni dei neonazisti di Lealtà Azione.

La «Caramella buona» organizza infatti tornei di calcetto per raccogliere fondi: ogni anno si sfidano sul terreno 24 squadre dell’universo del neofascismo e del neonazismo locale, da Orizzonteideale a Cuore nero, passando per Presidio, Miles duepunto dieci di Bergamo, Militia Como, i Dora di Varese e le immancabili bande nazi-rock come i Malnatt, Bullets, Nessuna resa e Linea ostile

Nel 2014 la Regione Lombardia ha ritirato il patrocinio a un’iniziativa antipedofila della «Caramella buona» considerandola una copertura di Lealtà Azione…

Insomma, se andate a far la spesa alla Pam, non fatevi raggirare dalla caramella buona, fuori zucchero apartitico e dentro neonazismo apolitico.

Eia eia alla larga!

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