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2 Agosto, terrorista è lo stato!

Il 2 agosto 1980, alle 10.25 di mattina, una bomba scoppia alla stazione di Bologna. Il suo risultato: 85 morti. Fin da subito, chi di dovere si occupa di depistare le indagini, lasciando una scia di false informazioni che si protrae ai giorni nostri. Fortunatamente, la verità viene fuori e la matrice dell’attentato appare chiara: si tratta di una bomba ordinata dallo Stato e messa dai fascisti. Una bomba che si inquadra in una strategia stragistica maturata tra pezzi di Stato e massoneria. La sentenza di primo grado con cui pochi mesi fa è stato condannato l’ex militante di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini come co-esecutore dell’attentato ha messo nero su bianco il ruolo di primo piano di un alto dirigente del ministero dell’Interno e ricostruito il flusso di denaro partito dalla loggia P2 di Licio Gelli per finanziare fascisti e depistatori. Ma nessuno dei fatti precedenti aveva fatto tanti morti quanti sono quelli della bomba a Bologna. I fascisti Fioravanti, Ciavardini e Mambro, con svariate complicità dentro e fuori lo Stato, hanno lasciato un segno profondo di 85 morti e centinaia di feriti, passando per processi-farsa e revisionismi anche da parte istituzionale. Tutt’oggi, gli eredi della destra di quegli anni spingono per una revisione storica e morale di quel giorno, puntando a scagionare i camerati da ogni implicazione con la strage. Macchinazione avvenuta per affossare lotte e tentativi di cambiare la società, e per la quale quegli anni sono stati il banco di prova. Tutt’oggi, infatti, pratiche da parte dello Stato atte a colpire le lotte dal basso, sono ancora attuate. Hanno smesso con le bombe, ma non sono meno efficienti.

È il caso dei sindacalisti Si Cobas e Usb che in questi giorni hanno ricevuto misure cautelari e perquisizioni ai quali va tutta la nostra solidarietà e che la Procura vorrebbe far passare per delinquenti comuni che campavano sulle spalle dei compagni, affossando quelle che sono tutt’ora -nonostante la repressione- delle lotte dal basso. Lo stesso meccanismo lo vediamo in moto nei confronti di Askatasuna e della lotta No Tav a Torino e in Val Susa dove si vuole fare passare per associazione a delinquere quelle che sono le lotte sociali.

Anche quest’anno, la città di Bologna ricorderà quella triste giornata al fianco di chi, quella mattina, ha perduto persone care. Persone che non hanno mai smesso di cercare la verità fino in fondo, poiché non basta sapere solo chi la bomba l’ha messa: i vuoti lasciati dai depistaggi non sono pochi e sono profondi. Ma, volenti o nolenti, una cosa risulta chiara: lo Stato ordina, i fascisti eseguono. Niente e nessuno, può nasconderlo o proporre una lettura diversa. Per questo, il 2 agosto di quest’anno, prenderemo parte al corteo che ogni anno si svolge qui a Bologna.

2 AGOSTO 2022 H8:30, PIAZZA DEL NETTUNO.
TERRORISTA E’ LO STATO!

Realtà Antifasciste Bolognesi

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FERMARE ERDOGAN DIFENDIAMO LA RIVOLUZIONE DEL ROJAVA

PRESIDIO IN PIAZZA NETTUNO – BOLOGNA
MARTEDÌ 19 LUGLIO ORE 18.30

Il Memorandum d’intesa tra Turchia, Svezia e Finlandia, voluto fortemente da Erdogan per dare il suo via libera all’adesione dei due paesi nordici all’adesione alla NATO, oltre a chiarire una volta di più l’ipocrisia dell’Alleanza Atlantica dà il via libera all’esercito turco e alle miliziae jihadiste da esso sostenute per una nuova invasione della Siria.
Il Governo Draghi va nella stessa direzione intensificando i rapporti col regime turco – con la stipula di protocolli ministeriali bilaterali su energia (con il rilancio del TAP), controllo delle frontiere, cooperazione militare ed economica – mentre restringe all’interno del paese i margini di agibilità per i/le curdi/e e i/le loro solidali ed aumenta i tributi all’economia di guerra.

L’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord Est ha dichiarato lo stato di emergenza per opporsi all’imminente invasione e ha invitato tutt* le/i compagn* a mobilitarsi.
Come sabato 11 giugno in centinaia abbiamo manifestato per le strade di Bologna in sostegno alla resistenza curda e contro le aggressioni in Iraq del nord e nella Siria del Nord Est da parte della Turchia, invitiamo tutt* a partecipare al presidio in Piazza Nettuno nel decimo anniversario della Rivoluzione del Rojava, iniziata con la liberazione di Kobane dal regime di Assad e continuata con la lotta delle forze di autodifesa YPG e YPJ contro DAESH.

Biji YPG! Biji YPJ! Biji ROJAVA!

Di seguito l’appello arrivato dalla Siria del Nord-Est.

“A tutte le reti di rise up for rojava, a tutti gli amici della rivoluzione e a tutti i compagni e le compagne che combattono contro il fascismo. Oggi, 7 luglio 2022, l’amministrazione autonoma ha dichiarato lo stato generale di emergenza per tutte le regioni del nord est della Siria. Nelle ultime settimane gli attacchi dello stato turco su tutti i fronti del Rojava, bombardamenti massicci sia aerei sia di artiglieria, sono intensamente aumentati. Allo stesso tempo quotidianamente militanti e civili vengono presi di mira e uccisi dai droni. Dopo l’ultimo incontro NATO a Madrid è diventato chiaro come la NATO e i suoi attori principali: USA, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia hanno dato il via libera alla Turchia per una nuova invasione del rojava- Siria del nord. Al momento la situazione sta diventando quotidianamente più critica, i mercenari turchi sono mobilizzati al confine, armi pesanti vengono portate al confine e grandi convogli militari sono stati mandati nella regione. Non possiamo dire esattamente quando ci sarà un’escalation della situazione, ma una cosa è chiara, l’escalation è imminente. Dobbiamo capire cosa significa ciò. In pochi giorni celebreremo il decimo anniversario della rivoluzione. Dieci anni fa, il 19/07/2012, il popolo di Kobane ha preso il proprio destino in mano, liberato il proprio territorio e ha dato il via alla rivoluzione del Rojava. Da allora il popolo del Rojava, nelle più difficili condizioni e con enormi sacrifici, ha costruito la propria vita e il proprio territorio a mani nude. Questa rivoluzione ha generato una ripresa dell’internazionalismo nel 21esimo secolo e ha creato una realtà di lotta che è ispirazione per noi tutti. Tutti i successi degli ultimi dieci anni sono a rischio in questo momento. Una nuova invasione della Turchia in Rojava significherà o la fine del progetto socialista del Rojava o diventerà il motivo del collasso del fascismo turco. La regione qui cadrà in un’era buia oppure il sole della libertà splenderà alto nel cielo e brillerà di speranza nell’orizzonte verso le quattro direzioni del mondo. Per questa ragione facciamo appello a tutti perché capiscano la gravità della situazione e perché si preparino di conseguenza. Mandate la vostra solidarietà al Rojava il 19 luglio, preparatevi per il giorno X, costruite iniziative locali di rise up for Rojava e siate voi stessi creativi. Insieme ci alziamo contro la NATO, insieme distruggeremo il fascismo turco, insieme difenderemo la rivoluzione e insieme lotteremo per il Rojava.
Vi diciamo serkeftin e vi mandiamo i nostri saluti rivoluzionari e il nostro rispetto dal rojava”

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Di nuovo gli antiabortisti in città

L’11 giugno, alle ore 14, nella piazzetta di San Giovanni in Monte, si ritroverà il comitato no194, per svolgere una preghiera e in seguito una “riflessione” per promuovere le ignobili idee antiabortiste. Già dai manifesti presenti in città si può capire il livello di infamia di tale raduno.
Si legge infatti: “Evento di preghiera e riflessione sull’olocausto dimenticato di oltre 6.000.000 di vite di bambini soppresse in maniera legale e sicura”.
Che si può dire di un comitato che mette sullo stesso piano l’Olocausto (quello vero) messo in pratica in maniera sistematica dai regimi nazista e fascista e la libera scelta di una donna di interrompere una gravidanza? Eppure sembra quasi strano che condannino il regime nazista, poiché nel 2020 il presidente del comitato, Pietro Guerini (“casualmente” un uomo, che non dovrà mai portare avanti una gravidanza personalmente né partorire), ha affermato che “la fredda pianificazione delle gravidanze è frutto di una visione totalitaria, espressione della cultura da cui si origina la legalizzazione dell’aborto volontario, ricordo che il primo paese che ha effettuato tale legalizzazione è stato significativamente l’URSS nel 1921, paese a cui sono seguiti altri regimi comunisti dell’Est, con una sola eccezione: la Germania nazista di Hitler”. In pratica, secondo questa visione, almeno sotto il regime nazista era vietato per legge l’aborto, il che lo rende, se non un buon regime, il meno peggio.

Appare chiaro che il comitato no194 ripropone la solita logica patriarcale della donna come sforna-bimbi. Sempre il già citato Guerini: “la nascita di una figlia o di un figlio dovrebbe essere considerata il più grande regalo che una donna possa farsi e se fossi una donna consigliata di abortire non esisterei a scaricare metaforicamente a pedate chiunque per invidia, interesse economico, irresponsabilità, ideologia, comodità o altro mi desse tale consiglio”. Non risparmia neanche le compagne femministe e chi si batte per l’autodeterminazione dei corpi, tutti i corpi, “le femministe non rappresentano le donne ma solo la loro sottomissione al comunismo culturale se non politico, molto ben organizzato, pur se non come in passato, e che detiene la democrazia sostanziale in Italia, dominando i programmi di approfondimento televisivo, con conduttrici che addirittura tolgono platealmente l’audio a chi (anche votato da milioni di elettori) esprime concetti non condivisi”. Femminismo=cattivo, uomo oppressore=buono, quindi.

La città più progressista dell’Emilia-Romagna non è da meno. E’ oramai evidente come il Comune di Bologna dia spazio e visibilità a queste associazioni catto-fasciste mediante l’affissione di manifesti anti-abortisti negli spazi appositi comunali e, successivamente, permettendo loro di organizzare giornate di preghiera durante le quali, ancora una volta si avanzano istanze contro l’aborto, contro l’autodeterminazione delle donne di poter scegliere sui propri corpi, così come giornate di preghiere davanti agli ospedali, se non davanti ai padiglioni di ginecologia durante i giorni in cui viene effettuate l’ivg. In  precedenza abbiamo assistito a piazze e presidi della Papa Giovani XXIII, così come le sfilate dei NoGender in Piazza Maggiore e la libertà di suddetti gruppi di poter entrare e veicolare le direzioni all’interno delle strutture ospedaliere e dei consultori.

Leggendo tutto questo, oltre alla rabbia, viene spontaneo domandarsi quanto ancora ci si dovrà battere per la conquista dell’autodeterminazione, contro l’oppressione istituzionalizzata o meno di chi ritiene giusto il diritto a possedere e regolare il corpo delle donne. Inoltre, viene spontaneo anche guardare con avversione non solo chi queste idee le tiene vive e le porta nelle strade, ma anche chi concede loro di farlo, rendendosi loro complice nel nome della “libera espressione”.

ABORTO LIBERO, SICURO, GRATUITO PER TUTTə

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Antifascisti con la Z?

Purtroppo una parte dell’antifascismo bolognese é caduto vittima della propaganda di guerra russa.

Anni passati piú o meno consapevolmente ad addobbarsi di simboli militaristi russi (uno su tutti: l’indifendibile nastro di san giorgio) hanno creato una situazione paradossale.

Dei compagni che si dicono antifascisti ma si fanno vessiliferi di formazioni come la brigata prizrak, ai margini del neonazismo e impegnata nello sforzo bellico russo.

Che rivendicano un pacifismo radicale per poi difendere l’eulogia di edy ongaro, morto combattendo per Putin e per la Federazione russa.

Queste contraddizioni palesi scaturiscono da un enorme sforzo di disinformazione russo, che a partire dalla strage del due maggio in Odessa ha lavorato in modo capillare ( tramite i propri fantocci di Borotba e altri bugiardi, incluso Salvini) per diffondere violenza, polarizzare, intorbidire le acque e impedire unitá a sinistra contro l’imperialismo russo.

Il risultato é che questi antifascisti e pacifisti, vittime dell’arma piú raffinata a disposizione della federazione russa (la propaganda), hanno aperto le porte a bologna a un po’di quella guerra a cui credevano di opporsi (con il linguaggio e i simboli di chi quella guerra la fa attivamente).

E´una situazione terrificante. Per fortuna qualcun* si prende la briga di denunciarla per quello che é (vedere volantino).

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P38 gang: la paura scorre nelle vene mediatiche

La vicenda che ha visto la band “P38” assurgere agli onori delle cronache merita un commento; palesa l’atteggiamento generale dei media mainstream (al quale si abbevera la canea reazionaria) di censura di qualsiasi espressione difforme dai canoni del politically correct.
Titoli roboanti e denunce di varia natura (pare anche in ambito giudiziario) per censurare la libertà di espressione. Come si legge in un comunicato della band successivo al fragore mediatico, “… quando si parla di arte, e ancora più quando si parla di musica, è spesso la provocazione a scuotere gli animi, a far voltare le teste, a riuscire a rappresentare un sentimento nuovo …”; più avanti ribadiscono, “ … nei brani che passano alla radio, nelle canzoni che ascoltano i vostri figli […] vengono decantati reati ben peggiori …”.
Per chi avesse seguito le loro performance (pubblichiamo di seguito un racconto “dal di dentro”) risulterebbe chiaro come di denuncia sociale si tratti ed è questo, forse, a fare più paura che l’evocazione di un fenomeno passato come il lottarmatismo italiano.
Ci sono morti che pesano come montagne ed altri che pesano come piume si sarebbe detto in altri tempi ma questa frase, bifronte, può essere ribaltata a piacimento, in un senso o nell’altro. Le morti che denunciano i “P38” sono quelle dei tossici considerati feccia umana, quelle dei lavoratori sottopagati e senza assistenza infortunistica, quelle di una pandemia gestita solo con dispositivi securitari dove la sanità ancora aspetta una qualche sovvenzione (parlare di riqualificazione della spesa pubblica sarebbe troppo).
Noi siamo contro ogni fascismo e quindi anche contro qualsiasi tentativo di reprime la libertà di espressione.

L’ arte e la performance hanno lo scopo di creare situazione di incontro,  raccontare storie fuori da libri e giornali , stimolare input e insinuare dubbi  , creare bellezza nella complessità e nella contraddizione , prestare umilmente  voce e corpo a chi una rappresentazione non ce l’ha, plasmare desideri sconfinati in mondi onirici e reali allo stesso tempo, dissacrare il potere attraverso i suoi simboli più o meno espliciti. Ma anche, a volte per fortuna  succede, unire una comunità in un rito collettivo liberatorio e creare una sintesi tra pensiero  poetico, azione quotidiana, coscienza individuale. Se non fosse chiaro o l’ abbiamo dimenticato  meglio ricordare che: l’arte è anche schierata e per farlo  gioca con la costruzione di immaginari, narrazioni, linguaggi più o meno espliciti .
Succede che una band, P38 La Gang, comincia il suo tour del suo primo album “ nuove BR” . L’ambientazione  presente nei testi e l’ immaginario sono quelli   degli anni ’70: la democrazia cristiana al potere da troppo tempo, le Br, il Sequestro di Aldo Moro, la mafia che prende sempre più spazio politico nei piani alti, i giornalisti  che cominciamo a perdere  l’ onestà intellettuale,  per chinarsi al potere, ma anche  la coscienza di classe unita alle lotte studentesche, le possibilità  giuste o sbagliate della lotta armata, le contraddizioni , le spie.  Ma anche l’ Unione Sovietica, la dittatura, i gulag, Stalin. Tematiche che hanno indignato l’opinione pubblica, fatto piovere articoli tutti uguali e denunce per istigazione alla al terrorismo e apologia di reato.
Ci sembra il minimo, intanto , raccontare la P38 per quello che abbiamo capito e dai loro concerti.
La prima cosa da notare quando entro a Ex Centrale è la varietà umana  e di  sottoculture e culture subalterne, non mi capitava da molto tempo di vederle insieme in uno stesso spazio: ci sono i punk  di tutte le età,  i giovanissimi e le giovanissime trapper, le studenti di materie umanistiche ma non solo umanistiche e  non più studenti, i prolet di seconda e terza generazione coi vestiti firmati, attivist*  e intellettuali più o meno esposti o ritirati a vita privata, padri e madri  di famiglia che chissà che incastro si son dovuti inventare per a prendersi una serata libera e passarla proprio lì, critici musicali  (specializzati in altri generi a dire il vero) e , ovviamente, le compagne e i compagni di ogni realtà antagonista: libertari, comunist*,  transfemministe , marxisti- leninisti . Accendo una canna e la passo con l’ unico scopo di poter parlare con chi riesco a intercettare meno: i giovanissimi prolet coi vestiti firmati. Gli chiedo cosa gli piace della P38 e di quello che cantano. Mi risponde una ragazza di 19 anni dicendo che la P38 si chiama così  perché quello che dicono ti inchioda come un colpo di pistola, sono raffiche di parole:  ti costringono a fermarti per riflettere, che lei tante cose di storia e politica non le sa ma che va su wikipedia a cercare per farsi un’ idea e capire meglio cosa vogliono dire o raccontare. Già, tante cose non le sa perché è troppo giovane in un mondo dove  la coscienza di classe, la storia contemporanea e lo studio delle culture subalterne per capire il tempo e il mondo, sono state spazzate via dalle scuole, dai giornali, dalla precarietà esistenziale; gli spazi dove parlarne sono stati tutti sgomberati o costretti a fare delle convenzioni ben precise per non rischiare di perdere tutto il lavoro fatto e continuare a farlo, perché estenuati dalla quantità di denunce e repressioni; gli ultimi delle periferie e i loro problemi, gli arrabbiat* sono stati messi a tacere in un processo lento, legalitario e schiavo del neoliberismo (soprattutto al nord) o dei rapporti con la mafia (soprattutto al sud). In una città “di sinistra “ tra le più progressiste d’ Italia, come  Bologna, non si trova casa, non si trova lavoro o, se lo si trova è totalizzante dell’ esistenza. Le studenti vengono considerati solo se diligenti consumatori  (poco importa se di alcool o dell’ industria culturale) o aspiranti  produttori e riproduttori di schiavitù nel mondo, privi di pensiero critico (citiamo per fare un’ esempio solo l’ alternanza scuola- lavoro); non ci sono spazi  dove immaginare e creare altre forme e possibilità. Tutto questo è violento, non può essere normalizzato  e ci viene il dubbio che la vera istigazione alla violenza sia quella che viviamo ogni giorno dallo Stato ma che non può essere espressa se non  pagando un prezzo troppo troppo alto  che non ci possiamo permettere  in una lotta che ha come scopo un mondo diverso .
La mia amabile intervistata 19enne, ha capito che la P38 della P38 sono raffiche di parole, potenti, perché ti costringono a fermarti in  un mondo sempre più veloce che scorre con la stessa passività con cui scorriamo la barra dei social e sì, ti costringe a farti qualche domanda. Il loro stile è estremo dall’ inizio alla fine di ogni traccia in modo coerente: sia che racconti la Storia  e il potere, sia che racconti la storia degli ultimi e delle emarginate, sempre rappresentati  in uno stato attivo  ( “ ho un amico che non ha mai visto il mare, per un po’ di pane brucia la condizionale “ ; “ … ‘ste puttane danno spranghe prima a te , poi a tuo a padre” ) ma anche nell’ affrontare il rapporto  di potere uomo / donna (“io non ho problemi con le donne perche il cazzo l ho tagliato” ). E se può inorridire  un sogno dove di nuovo viene ammazzato Aldo Moro (con in rima una citazione dal film di Pasolini “La repubblica di Salò ), sappiate che anche la le tipe che leggono Freeda vengono spedite nel gulag.
Chi si occupa di critica musicale  in modo autorevole, non ha bisogno  neanche di nominarle  le Br, Aldo Moro, Stalin  o la “violenza” nei testi . Tuttavia ne fa una recensione lunga e complessa dove descrive in senso musicale perche la P38 è una tra le poche “ band hardcore di cui non se ne può piu fare a meno”. Anche nell’ intervista rilasciata al ben  più schierato quotidiano on line  Zic, si parla di molto ma mai di tutto quello di cui vengono accusati né, tantomeno, di  discorsi di odio.
I concerti della P38 sono un rito collettivo e liberatorio, dove il vero odio represso che, non vi preoccupate, abbiamo già tutti gli altri giorni dell’ anno  per quello che vediamo e subiamo quotidianamente da decenni di violenze istituzionali, strutturali  e precarietà, viene trasformato in amore i tra compagne e compagni , tra persone che per strada non guarderesti neanche  ma con cui avresti molto da dirti, abbracci  e legami simbolici ma non solo, che negli altri giorni, arrabbiati  o impegnati come siamo, neanche riusciamo più a dire o dare. Queste persone hanno in comune il bisogno di spazi di azione e di discussione, di sentire  un concerto di qualità (lo dice la critica)  senza spendere metà della loro paga settimanale, di dare una forma,  fisica  e poetica a quella rabbia che c’ è già  e non si sa più come esprimere senza essere brutalmente repressi (personalmente, lo ammetto,  avevo anche bisogno  di un momento  misto  pieno di compagni, dove, ad un certo punto il ritornello in coro, viene fatto cantare solo alle donne. Eh già , succede anche questo ai concerti della P38: che ci sono un sacco di uomini che si stanno zitti, capisco possa far paura).
E così a questo punto, i fascisti doc e km 0 tipo Galeazzo Bignami  e Lisei, incapaci e disabituati come sono a riconoscere un rito d’ amore e rabbia collettiva ma anche di capire un’opera artistica e performativa, ne approfittano chiedendo la revoca della concessione degli spazi a Ex Centrale per aver ospitato il concerto della P38, che Palazzio D’Accursio condanna ” quanto successo “ quella sera durante il concerto (non sanno che un rito è fatto anche di simboli). Noi al concerto c’ eravamo  tuttx e possiamo dimostrare che nessuno sbirro nei giorni  a seguire è stato maltrattato, nessun fascista ammazzato, nessun industriale sequestrato, nessun incappucciato a spaccare vetrine o fare una scritta sui muri, nessun’ azione terroristica  firmata da un nuovo gruppo armato. Forse ci piacerebbe ma sappiamo come le condizioni materiali non lo permettono.
A nostro avviso è decisamente più pericoloso quando il comune concede piazze e spazi pubblici (nelle  strade ma anche nei cartelloni pubblicitari comunali) a partiti più o meno espliciti di estrema destra, cattofascisti, fascisti, associazioni e gruppi che, proprio perché sono pericolosi e sanno di esserlo, non conviene mostrarsi esplicitamente estremi e provocatori: avrebbero seri problemi che li bloccherebbe nei loro piani totalitari e populisti: conviene loro un linguaggio ambiguo e celato. E’ noto da tanto tempo come  loro che istigano odio sui social, fanno propaganda populista  e inneggiano perennemente alla guerra fra poveri di ogni tipo (addirittura, in questo caso, tra spazi sociali e band che li attraversa).

Tutta la nostra solidarietà attiva va all’ Ex Centrale  per essere i ogni giorno presenti e attivi sulle lotte del territorio, per la cura nella costruzione di un rapporto costruttivo e connesso  con il quartiere e le persone che ci abitano.
Lunga vita a P38 la Gang, ai loro racconti fatti anche di nomi potenti e scomodi, che non permettono alla band di rivelarne l’identità (e di godere del successo meritato quando il concerto finisce). Denunciare le parole e l’arte come se fossero armi  (sappiamo bene chi è che si occupa delle  armi in senso letterale  e fame, non certo un gruppo trap ) è  pratica di gente ricca e dalla carriera politica decisamente ambigua  da cui bisogna tutelarsi, perché  non è certo una lotta ad armi pari.

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Ancora sui rossobruni.

Ci tocca anche se avremmo di meglio da fare

 

Il fantasma che da anni si aggira per l’Italia e l’Europa è tornato a palesarsi in tutta la sua contraddizione: il rossobrunismo.

Ormai da tempo ci siamo scontratx con le loro posizioni e discussioni dubbie e sulla presenza di ben noti personaggi autodefinitesi marxisti, ma che non si sono tirati indietro nell’apportare teorie nazionaliste o spiegazioni marxiste nelle sedi di Casapound.  A fare da nuovo palcoscenico oggi è la regione del Donbass e l’attuale guerra in Ucraina che sta offrendo terreno per una nuova ondata dell’ideologia rossobruna che si sta diramando sulla divisione tra imperialismi più marcati e meno marcati, sulla presenze di neofascisti e neonazisti che sposterebbe di netto l’ago delle bilancia in chiave filoputiniana. 

Secondo la teoria rossobruna, i conflitti sociali che possono scaturirsi all’interno delle nazioni sono da considerarsi meno importanti ed urgenti rispetto ai conflitti tra le nazioni stesse. Sintomo  di questo approccio è proprio il dibattito che si sta consumando sulla questione Ucraina-Russia. Sì, perché i conflitti si scaturirebbero maggiormente in base a contrapposizioni più o meno capital-imperiliastiche; per dirla in breve: quali nazioni sono più o meno capitalistiche di altre? La scelta, per quanto banale, verte sul campo meno capitalista sebbene siano presenti problematicità maggiori. 
Sì, perché non è da offuscare il fatto che da anni la Russia di Putin non sia più quella grande madrepatria sovietica che x veterx inneggiano ancora oggi, ma si è oramai tornati a una Russia zarista con posizioni nazi-fasciste simili, se non uguali, ai partiti e movimenti europei di estrema destra. 
La peculiarità del conflitto è quello di rompere uno schema politico che vede schierati da un lato i camerati europei- tra cui neofascisti italiani- a favore dell’esercito e del governo di Kiev, apparentemente sostenuto dai partiti e movimenti ucraini di estrema destra, dall’altro neonazi-fascisti schierati contro il governo di Kiev sostenuto dalla Nato, a supporto del governo di Putin e del rossobrunismo e spalleggiati dall’alleato bielorusso Lukashenko. Ad accomunarli: nazionalismo, sovranismo, ostilità e rancore verso gli immigrati, intensificata discriminazione sociale nei confronti di gay e lesbiche, comunità LGBTQIA+, divieto d’aborto. 
Risulta chiara, quindi, l’impossibilità da parte di chi ripudia sia il nazionalismo che il capitalismo di schierarsi con nessuna di queste due fazioni. 
In questo quadro, dunque, non devono sorprenderci le indirette posizioni a sostegno della Russia e esplicitamente anti Nato, così come non dobbiamo sorprenderci se l’asticella viene spostata solo dall’evidenziare la presenza di neonazisti all’interno degli schieramenti ucraini- come, ad esempio, il battaglione Azov. 
Puntando il dito verso gruppi militari che non nascondono la loro appartenenza ad ideologie fasciste (Corpo Nazionale e battaglione Azov su tutti ma non solo), cercano di nascondere il marcio che si cela dalla parte opposta. Infatti, se da una parte è innegabile che personalità e gruppi fascisti e neonazisti siano presenti nelle formazioni militari e paramilitari ucraine e che queste ideologie siano presenti sul territorio, non si tiene in considerazione come queste medesime situazioni siano esponenzialmente più gravi e presenti nelle file russe e separatiste. Indicando gli innegabili e ingiustificabili crimini di guerra compiuti dal battaglione Azov (stupri, saccheggi e omicidi deliberati), questi figuri non parlano di come il Cremlino usi l’estrema destra in maniera sistematica. Militanti fascisti russi sono stati usati negli anni, in particolare dal 2004 in poi, per raid omofobi e xenofobi e come supporto alla sbirraglia nelle ondate repressive che hanno portato agli arresti di anarchici e antifascisti russi che hanno anche portato alla morte nel 2009 della compagna Anastasia Baburova  e del compagno Stanislav Markelov. Questi gruppi fascisti, tra i quali spiccano particolarmente il Partito Eurasia di Dugin, l’RNE (Unità Nazionale Russa) e il neonazista Slavyanskoe Edinstvo, presentano militanti opportunatamente protetti dal Cremlino riapparsi prima nel 2014 e poi allo scoppio del conflitto di quest’anno in Donbass come agenti provocatori che organizzano e stanno ai vertici più alti delle formazioni separatiste filorusse. 
Inoltre, tramite il già citato Dugin, il quale ha rivestito cariche istituzionali per il governo russo, il Cremlino ha costruito una rete in tutta Europa con lo scopo di supportare tali formazioni, coinvolgendo in primis il Front Naional francese e il partito di estrema destra austriaco FPO, ma gruppi e partiti coinvolti in questa rete sono presenti in tutta l’Europa occidentale. Anche guardando l’Italia, infatti, come si potrebbe non citare lo stretto legame di Dugin e Putin con la “cara vecchia” Lega Nord e i fascisti di Forza Nuova o l’amicizia tra il dittatore russo e Berlusconi. Va inoltre ribadito come, tramite gli ambienti di Forza Nuova, già nel 2014 si erano riusciti ad arruolare volontari, o meglio, mercenari fascisti nelle truppe separatiste del Donbass, mercenari rimasti in Russia e che ora sicuramente staranno continuando a prestare servizio come militari nel conflitto in corso. 
Sempre guardando all’Italia – coinvolta anche politicamente in questa guerra – le posizioni non sono mancate fino a una cristallizzazione cieca delle suddette. Anche alcuni ambienti di sinistra italiani hanno fornito un’analisi microscopica atta ad evidenziare la presenza nazi-fascista in Ucraina e nel Donbass senza curarsi di una quadro macroscopico ucraino, russo e delle Repubbliche popolari. Di fatto nella sinistra italiana ci si è lasciati sfuggire quella che è da considerarsi l’operazione militare più evidente, ossia la nascita nel 2014 delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk nonché delle loro azioni supportate da Mosca per il controllo del Donbass.
Se si volge uno sguardo, seppur veloce, a suddette Repubbliche non si può che cogliere un’inclinazione alquanto esplicita di posizione naziste, reazionarie e filozariste- stampino della figura di riferimento stessa, ossia Putin. Le repubbliche facevano parte infatti di una rete internazionale volta a convergere le posizionie dell’estema destra con gli interessi di Mosca.
Dunque, grazie all’aiuto dei neonazisti, Mosca riuscì a concludere la prima fase della guerra nella regione del Donbass a cui è seguito un graduale ritiro degli schieramenti militari fascisti dalla regione. Questo, ovviamente, non ha portato a una democratizazione del Donbass anzi, le posizioni separatiste e filorusse sono state tra i motivi che, ad oggi, hanno portato alla riapertura del conflitto armato. 
Se poi si vuole parlare di simbologie naziste all’interno delle truppe, le truppe separatiste non hanno nulla da invidiare ai già citati corpi militari ucraini. Infatti, questi gruppi, che sono stati formati dai russi Grilkin (militare con esperienze di guerra in Bosnia e Cecenia e legato ai servizi segreti russi) e Boroday, pur parlando di “denazificazione dell’Ucraina” e proponendo slogan e immaginari che rimandano all’antifascismo sono per la maggior parte di ispirazione razzista, omofoba, antisemita e alcuni di essi non risparmiano rimandi allo zarismo e sono attivi già dai tempi di Maidan. Nei loro comunicati non mancano rimandi esplicitamente reazionari e ad una necessaria controrivoluzione, oltre ad avvalersi di bandiere e mostrine colme di simboli nazisti. Tra questi gruppi, spuntano il battaglione Rusich e il gruppo di mercenari Wagner. 
Se a questo punto sembra chiaro e logico che il supporto a questi fascisti mascherati non va nemmeno preso in considerazione, fuori dalla Federazione Russa e dal Donbass, questi gruppi reazionari godono di reti di solidarietà e supporto, che, con la parola “antifascismo” come lasciapassare, e forti di appoggi economici, fanno da propaganda per essi, mettendo su una becera mascherata e facendoli apparire come “compagni che lottano per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli”. Questa rete di solidarietà e propaganda, ben presente in Italia, è composta da realtà, gruppi, partiti e sindacati di matrice stalinista sempre più radicati all’interno delle lotte sociali e che con lo spauracchio dell’imperialismo Nato fomenta un altro tipo di imperialismo, o meglio, un imperialismo non occidentale.
Dallo scoppio della guerra non sono mancate, anche su internet, numerosi articoli e foto che evidenziano una presenza antifascista schierata in difesa del Donbass dove ci sarebbero “compagni che lottano per la liberà e l’autodeterminazione dei popoli”. Questa rete di solidarietà e propaganda è composta da realtà, gruppi, partiti e sindacati di matrice stalinista sempre più radicati all’interno delle lotte sociali e che con lo spauracchio dell’imperialismo Nato fomenta un altro tipo di imperialismo, o meglio, un imperialismo non occidentale. Rete ben presente anche in Italia dove non è mancata la circolazione di informazioni a riguardo, soprattutto da movimenti e realtà “antifasciste” politicamente posizionate a favore della Russia offrendo solidarietà al Donbass separatista ed egemonizzato dai fascisti. Tenendo conto di quanto detto finora, la conclusione a cui si può giungere è la chiara pretestuosità di definirsi antifascisti all’interno di un quadro politico decisamente schierato dalla parte opposta, di cui la storia è testimone. 
In conclusione, evidenziamo come la partita in gioco sia portata avanti da nazionalisti atlantisti e nazi-fascisti euroasiatici  non possiamo che distanziarci politicamente da chi continua ad avallare un filone russo-putiniano con la presunzione di definirsi antifascista mentre presenta solidarietà a realtà di matrice fascista e nazista e che, in una guerra tra imperialismi,  decide graniticamente di posizionarsi a favore di uno o dell’altro. Noi sappiamo da che parte stare. E non è con Stati, politici, eserciti o fascisti di qualsiasi risma, ma con i popoli, con le persone che pagano in prima persona il caro prezzo delle guerre. Stiamo con chi non si riempie la bocca di parole quali “antifascismo” o “anti-imperialismo” per poi appoggiare chi con queste pratiche non c’entra nulla, ma con chi le abbraccia e le porta nel quotidiano tramite l’autogestione e il mutualismo. Diciamo no alla NATO e la rifiutiamo, esattamente come rifiutiamo e prendiamo le distanze da chi fomenta politiche identiche e si avvale di manovalanza fascista mascherata o meno che sia. 

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Z apparse nella notte su Làbas

Condanniamo il gesto di alcuni vigliacchi che hanno vergato simboli di morte sui muri antistanti il centro sociale #Làbas la notte scorsa.

Chi sostiene l’imperialismo russo non può dirsi antifascista e non è dalla nostra parte.

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Solidarietà contro la violenza machista

Esprimiamo la nostra vicinanza e solidarietà alla compagna di Cambiare Rotta aggredita nella notte del 4 maggio a Bologna.

Chi ha compagne non è mai sola!

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PRIMO MAGGIO

Anche quest’anno il Primo Maggio bolognese vedrà numerose iniziative dal basso per la festa delle lavoratrici e dei lavoratori organizzate in tutta la città.

Da piazze tematiche, come quella chiamata da USB in Piazza dell’Unità alle h 10:00 che vedrà dibattiti contro la guerra, contro l’aumento dei salari e le questioni legate allo sfruttamento sul lavoro. Non mancherà un saluto a Valerio Evangelisti, seguito da musica e socialità.

Per passare alla chiamata di Non Una Di Meno, in risposta alla convocazione per una mobilitazione transnazionale contro la guerra e in supporto a tuttx coloro che tentano di sopravvivere e/o ne subiscono le conseguenze. Per cui piazza XX Settembre vedrà una chiamata di compagne, compagnu e compagni alle h 17:30 per alzare ancora una volta il grido “Strike the war”.

A preprara il Primo Maggio ci sarà anche la Casa del popolo di Ponticelli che ha organizzato un pranzo popolare a partire dalle 12:30 fino alle 15 dove susseguirà un dibattito sulle imprese recuperate con Romolo Calcagno del Collettivo di ricerca sociale e concerti con Redhouse e Bonobo.

Nelle strade, inoltre, sarà presente la May Day Parade e del precariato sociale organizzato da Tpo e Làbas. La streetparade partirà dai Giardini Margherita alle h 15, “tuttə in piazza per la streetparade. Quello che noi abbiamo è solo quello che sappiamo prenderci tutti insieme”.

Non mancheranno iniziative organizzate dallx compagnx anarchicx con l’Assemblea degli anarchici imolesi: assemblea pubblicata alle h 10:30 in piazzale Giovanni dalle Bande Nere a Imola in cui si terranno interventi e banchetto della distribuzione della stampa ed editoria libertaria.

Infine, anche quest’anno i fascisti torneranno nelle strade bolognesi. Difatti, come nel 2021, la Rete Nazionale dei Patrioti ha chiamato una manifestazione alle h 15 in piazza della Pace portando contenuti ultranzionalisti, in difesa della famiglia tradizionale e patriarcale, attacchi al multiculturalismo, alla rivendicazione identitario ed etnicista.

Dunque, in vista di questa manifestazione, è circolata una chiamata antifiascista per un presidio in piazza medagli d’Oro alle h 13: “Nessuno spazio ai patrioti! Perchè il Primo maggio può essere solo di chi combatte e ha combattuto lo sfruttamento e il potere. Contro il fascismo di oggi e di ieri!”.

 


Primo Maggio: abbassare le armi, alzare diritti e salari > Piazza dell’Unità h13:00 – USB

Assemblea degli anarchici imolesi > Piazzale Giovanni Dalla Bande Nere (Imola) h10:30

Pranzo popolare presso La Casa del Popolo (Ponticelli) h12:30

“Nessuno spazio ai patrioti!” > presidio antifascista h13 piazza Medagli d’Oro

STRIKE THE WAR! > Piazza XX Settembere h17:30 – NON UNA DI MENO-Bologna

StreetParade > Giardini Margherita h15 – TPO, Làbas

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Contro la vostra guerra al fianco dei popoli oppressi

 

Contro la vostra guerra al fianco dei popoli oppressi

Questo è stato lo slogan ripreso nello striscione d’apertura del corteo non-convenzionale, non-retorico, insubordinato e resistente che ha attraversato la città con una partecipazione superiore alle 5000 persone.
Come annunciato nel documento di convocazione, la nostra opposizione alla guerra non si esprime in un vuoto pacifismo subordinato ad uno degli imperialismi in guerra. Guerra alla guerra, lotta a fianco di chi si ribella ad ogni fascismo e ad ogni forma di oppressione.
Un corteo vivace e variopinto che ha compiuto azioni di sanzionamento ad alcuni simboli dello sfruttamento e delle politiche di guerra (Lidl e Eni), che ha solidarizzato con la nuova occupazione di via Zago e le occupanti hanno risposto solidalmente al passaggio del corteo in quella relazione reciproca che è costitutiva dell’essere movimento plurale ed inclusivo.
Da piazza dell’Unità passando per via Creti, per il ponte di Stalingrado, per via Indipendenza, con fermata in piazza Nettuno dove sono state deposte due corone di fiori al sacrario della resistenza per, poi, proseguire fino al Pratello R’Esiste dove, come ogni anno, il corteo antifascista, promosso dalle realtà bolognesi antagoniste, ha preso la parola per ribadire l’essere a fianco dei popoli oppressi significa portare ancora in primo piano la lotta del popolo palestinese, del popolo curdo, delle realtà zapatiste, dei popoli come i Mapuche e tante altre “minoranze” che si battono contro l’estrattivismo e la devastazione sociale ed ambientale.
Forte la partecipazione delle realtà transfemministe, degli studenti reduci della ultime occupazioni; una forte caratterizzazione giovanile che fa ben sperare anche a chi ha qualche anno in più che questa memoria di lotta, conflitto, insubordinazione avrà ancora fiato e gambe nei prossimi anni.
Nell’intervento conclusivo in piazza San Rocco abbiamo voluto ribadire le nostre pratiche di lotta che sono le stesse che portano avanti le nostre compagne e compagni in Biellorussia, in Ucraina, in Russia: solidarietà dal basso, difesa delle popolazioni dalla guerra, sabotaggio e diserzione nei confronti di ogni schieramento belligerante.

Per un mondo nuovo da costruire. Tutte e tutti in piazza ogni 25 aprile!

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