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[BO] gio 9 gen h.17.30: Verità e giustizia per Sakine, Fidan e Leyla

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La Befana contro la violenza di Stato

Un lettore ci segnala la comparsa di numerose scritte sulla sede del cinema dell’Antoniano e in quartiere Santo Stefano contro il SAP, il suo ex segretario Tonelli e il segretario della Lega Salvini e in ricordo di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi.

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[BO] Torna la Befana della violenza poliziesca? Sulla festa del SAP all’Antoniano il 6 gennaio

Torna la Befana della violenza poliziesca?
Sulla festa del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP) all’Antoniano il 6 gennaio

Il SAP, Sindacato Autonomo di Polizia, invita Matteo Salvini a presenziare al loro tradizionale festeggiamento del giorno della Befana, ospitato, si dice, da più di vent’anni dai frati dell’Antoniano: torna la Befana della violenza poliziesca!

Che male c’è nel far campagna elettorale distribuendo regali per far felici i bambini, figli di aderenti a quel sindacato, corporativo e reazionario, fedele alla destra postfascista e neofascista? Il SAP ha da sempre gestito una macchina del consenso che ha garantito e continua a garantire pieno appoggio a politici della destra locale e nazionale: non a caso ospite d’eccezione al primo congresso del sindacato fu un certo Giorgio Almirante. Grande spalla della destra xenofoba nella costruzione artificiale dell’emergenza sicurezza, il SAP si è sempre distinto nelle azioni di repressione del dissenso, da Napoli a Genova, dai NoTAV ai NoTAP, dal caso di Federico Aldrovandi a quello di Stefano Cucchi.

Le affermazioni di Gianni Tonelli, ex segretario SAP e attuale deputato leghista eletto proprio in Emilia-Romagna, su Federico e Stefano, così come la sua posizione sull’introduzione del reato di tortura considerata “una vera e propria legge contro la polizia, nonché un regalo ai delinquenti”, non lasciano dubbi sulla matrice autoritaria ed eversiva del sindacato. “Se disprezzi la tua salute ne paghi le conseguenze”, fu il commento di Tonelli alla vicenda Cucchi, mentre Il congresso nazionale del SAP, con Tonelli in prima fila, applaudì con una standing ovation i colleghi coinvolti nell’uccisione di Federico Aldrovandi.

Ora i frati francescani dell’Antoniano dichiarano di non gradire la presenza di Matteo Salvini nei loro locali visto che essi sono contrari ai vergognosi “Decreti sicurezza” voluti dal leader leghista.

Ma i frati francescani dell’Antoniano, se oggi dicono di non essere al corrente della presenza di Salvini, altrettanto non possono dire della natura del SAP, nota fin dalle sue origini. Ci chiediamo come possano coniugare i loro “valori guida”, “rispetto, solidarietà, condivisione e fraternità” (così almeno si legge sui loro documenti), con l’ospitalità a chi giustifica e attua violenze in nome di una legalità a servizio sempre e comunque del più forte.

Da molto tempo in Italia assistiamo a una fascistizzazione e una violenza crescente da parte delle istituzioni poliziesche e repressive che continuano a provocare un numero rilevante di morti e feriti solo per estro sadico e omicida. Non ci sono stati solo Aldrovandi e Cucchi, ma Marcello Lonzi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Giuseppe Turrisi, Stefano Brunetti, Niki Aprile Gatti, Manuel Eliantonio, Giuseppe Uva, Stefano Frapporti, Francesco Mastrogiovanni, Simone La Penna, Bledar Vukaj e tanti altri. I morti sono solo la punta dell’iceberg di un modo di fare che resta sommerso e invisibile dietro i muri delle questure e delle carceri.

Chiediamo pertanto ai frati dell’Antoniano di non vendere per trenta denari il sangue di questi poveri cristi uccisi dal potere e di non ospitare mai più le iniziative “benefiche” di coloro che fanno l’apologia della violenza istituzionale contro gli ultimi.

Nodo sociale antifascista

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“Marcia bianca” per Sakine, Fidan e Leyla

Sette anni fa, il 9 gennaio 2013 tre militanti curde, Fidan Dogan, Sakine Cansiz e Leyla Saylemez, venivano assassinate a Parigi. Il Movimento delle donne curde in Europa (TJKE) lancia un appello per la manifestazione (“Marcia bianca”) organizzata nel giorno del tragico anniversario. Anche a Bologna sfileremo al fianco delle combattenti curde l’11 gennaio come in tante altre città d’Europa e del mondo. Questo il comunicato di TJKE con l’indicazione delle manifestazioni di Parigi:

7 anni dopo: Basta con l’ingiustizia! Basta con i femminicidi!

È in ricordo di Sarah [Sakine Cansiz] e di Hevrin [Hawrin Khalaf] che noi stiamo combattendo!

Alziamoci in piedi per chiedere giustizia!

MARCHE BLANCHE
Le jeudi 9 janvier 2020
12h00 – 16 rue d’Enghein – Paris 10
jusqu’au 147 rue Lafayette [luogo del triplice assassinio]

MANIFESTATION Européenne
Le samedi 11 janvier 2020
10h30 – Paris – Gare du Nord

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[BO] sab 11 gen h.15: Manifestazione con la rivoluzione del Rojava

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[BO] ven 17 gen h.18.30: Presentazione del Libro nero della Lega

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Ma che mondo sarebbe questo senza il popolo curdo? Sicuramente ancora peggiore…

Fra poco comincerà un altro anno di lotta e di resistenza. Ed è importante sviluppare la consapevolezza che nessuna lotta è secondaria. Riceviamo e condividiamo un intervento al riguardo di Gianni Sartori.

MA CHE MONDO SAREBBE QUESTO SENZA IL POPOLO CURDO? SICURAMENTE ANCORA PEGGIORE…
di Gianni Sartori

Capita di sentir dire, anche da militanti collaudati che “non c’è spazio per l’ecologia quando si deve combattere, quando c’è la guerra…” (di Resistenza o di Liberazione, sottinteso ovviamente). Variante di un’altra discutibile – ricorrente e abusata – affermazione: “In guerra non c’è tempo per la democrazia”.

Un modo per ripristinare la gerarchia, l’autorità, i gradi (militari e non) rinviando la ricostruzione della democrazia a “tempi migliori”. Certo, a volte la cosa appare anche comprensibile. Pensiamo alla battaglia di Stalingrado contro la peste bruna nazifascista… C’erano alternative “libertarie” alla durissima disciplina imposta ai soldati dell’Armata Rossa? Onestamente non saprei.

Ma altre volte apparve strumentale. Vedi il maggio 1937 a Barcellona e l’imposizione manu militari, da parte di stalinisti – e, non dimentichiamolo, qualche partito borghese repubblicano – della militarizzazione delle milizie (con la repressione di anarchici e poumisti).

O in Unione sovietica nel 1921 con l’esautoramento – di fatto – dei consigli (i soviet) a Kronstadt e in Ucraina. Dando inizio a quella deriva autoritaria che preparava il terreno allo stalinismo.

Analogamente c’è chi ritiene che in circostanze drammatiche come quelle degli attuali conflitti mediorientali, devastanti soprattutto per le conseguenze sanitarie sulle popolazioni, occuparsi di ecologia sia un lusso se non addirittura una perdita di tempo. I combattenti per la Libertà della Siria del nord e dell’est stanno invece dimostrando che non è così. Quello che viene definito il “terzo pilastro” della rivoluzione in Rojava, appunto l’ecologia, si lega profondamente alla lotta per la libertà, l’autodeterminazione, la giustizia e la convivenza, i diritti delle donne. Non solo. Mentre le società capitaliste e neoliberali ci sospingono a farci carico dei problemi ambientali più che altro con risposte individuali come la raccolta differenziata o la riduzione dei consumi (scelte comunque doverose, beninteso) quella dei curdi costituisce una risposta collettiva e di lunga durata. Sia a livello globale, planetario (surriscaldamento, deforestazione…) che locale. E non solo in Rojava, ovviamente.

Recentemente i combattenti curdi del Bakur (territori curdi sottoposti all’occupazione turca) avevano minacciato serie ritorsioni contro chi abbatteva alberi e foreste intorno alle basi militari turche. In questo caso appariva evidente il nesso tra la resistenza e la difesa dei boschi (gli spazi aperti intorno alle basi e alle caserme rappresentano una garanzia di sicurezza per i militari turchi). In questi giorni invece c’è stata la protesta per l’abbattimento di alcune capre selvatiche di montagna nella provincia curda di Dersim. Simili al nostrano stambecco, tali capre selvatiche (alcune specie e varietà sono già a rischio di estinzione) vengono cacciate soprattutto in inverno in quanto l’innevamento rende difficoltosa la loro fuga. Tra l’altro sono considerate sacre dalle popolazioni curde alavite che vivono nell’area (fondamentale il loro ruolo nei miti del Dersim) e che tentano in ogni modo di proteggerle.

I cacciatori provengono da altre regioni o addirittura dall’estero. È il caso di alcuni spagnoli che quindici giorni fa ne hanno uccise due a Kocatepe, un villaggio di Pulumur, nonostante gli abitanti avessero protestato con le autorità locali chiedendo di far sospendere le battute di caccia.

Un’altra capra risulta abbattuta il 25 dicembre nei pressi di Kozluca (altro villaggio di Pulumur) e – sempre il 25 dicembre – addirittura una quindicina nelle campagne di Cemisgezek. In questo caso i responsabili sarebbero stati dei cacciatori-bracconieri di provenienza afgana.

Contro tali brutali ecocidi, dicevo, si sono alzate le proteste della popolazione curda.

Coerentemente con i principi del Confederalismo democratico per cui solo con la totale autorganizzazione democratica della società, la completa autonomia delle donne (scontata l’analogia tra il dominio esercitato dagli uomini sulle donne e quello esercitato sulla natura) e ovviamente l’autodifesa, anche armata, è possibile stabile una convivenza pacifica, ecocompatibile con l’intero pianeta vivente.

Un punto di vista collettivo – definito anche eco-femminista – e operante sul lungo periodo. Nella prospettiva del definitivo superamento della dialettica (tradizionale o moderna) tra schiavo e padrone. Oggi in Kurdistan, domani – chissà – forse nel mondo.

Gianni Sartori

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Le conseguenze dell’odio. Pratiche antifasciste negli USA

È uscita su jacobinitalia.it un’intervista di Maddalena Gretel Cammelli a Daryle Lamont Jenkins in cui si riflette sugli sviluppi recenti del movimento antifascista statunitense e sulle sue pratiche molteplici di resistenza attiva al neonazismo, al suprematismo e al razzismo.

«Essere antifascista significa che tu lotterai per quello in cui credi e per cui lavori. Significa che lotterai per quello che è necessario. Lotterai per quello che sei. Abbiamo costruito e ottenuto tante cose in questa società e non cederemo solo perché alcune persone hanno dei problemi con noi. Ricordo di aver sentito una persona dire che il nazionalismo è provare orgoglio per cose di merda che non hai fatto tu e contemporaneamente odiare persone che non hai mai incontrato. Il fascismo ne è un’estensione poiché forza il nazionalismo su di te, stabilendo se tu possa o meno far parte della nazione. Se non aderisci a questo rigido nazionalismo sei tagliato fuori. Non è tollerabile e non dovrebbe essere tollerato. Essere antifascista significa opporsi a tutto questo. Significa dire di no, perché abbiamo altri piani. E se tu finisci in mezzo ai nostri piani, i tuoi saranno sradicati»… Leggi tutto qui.

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Almeno sessanta ex guerriglieri assassinati in Colombia nel 2019

Ancora omicidi di Stato in Colombia mentre si allarga la protesta sociale in tutto il paese…

ALMENO SESSANTA EX GUERRIGLIERI ASSASSINATI IN COLOMBIA NEL 2019
di Gianni Sartori

Risale al 21 dicembre l’ennesima uccisione di un ex guerrigliero colombiano.

Ender Elias Ravelo, in passato militante delle FARC, smobilitato con gli accordi di pace, è stato ammazzato nel quartiere di Santander della municipalità di Tibu. I suoi assassini erano a bordo di una motocicletta e hanno sparato sia contro Ender che contro la moglie. Ormai l’eliminazione fisica di ex guerriglieri da parte delle squadre della morte (si presume parastatali) è un evento abituale nella Colombia “pacificata” (?). Con questo ultimo episodio siamo ormai alla sessantesima vittima, almeno tra quelle accertate.

Solo un mese fa, il 9 novembre, era stato rinvenuto a Santa Isabel di Tolima il corpo senza vita di Carlos Asrena, altro ex guerrigliero diventato militante del FARC (Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune, il partito politico derivato dalla smobilitazione delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia e di cui mantiene l’acronimo). Sempre il 9 novembre il partito FARC denunciava l’assassinio di un altro suo membro, Diego Fernando Campo, nella regione del Cauca (sud-ovest della Colombia).

Ancora in maggio erano almeno 22 gli ex guerriglieri assassinati dall’inizio del 2019 (o almeno quelli di cui si era conoscenza). All’epoca l’ultimo a cadere sotto il piombo di una squadra della morte nel dipartimento di Arauca era stato Juan Vicente Carvajal («Misael»), già comandante del 10° fronte delle FARC e liberato dal carcere in seguito agli accordi di pace del novembre 2016.

In ottobre le vittime erano già una quarantina (tra ex guerriglieri e loro sostenitori) a cui si dovevano aggiungere almeno una decina di leader comunitari che in qualche modo apparivano legati al nuovo partito, legale, denominato FARC.

Come è noto, le ripetute uccisioni di ex guerriglieri hanno costituito il principale motivo per cui in molti hanno ripreso le armi riunendosi a quella componente delle FARC che aveva rifiutato di sottoscrivere gli accordi di pace (pace a senso unico, evidentemente, almeno per le forze filogovernative).

Sulla stessa linea l’annuncio, risalente al 7 ottobre, della comandante del 18° fronte (un gruppo dissidente delle FARC). «La Reina», nome di battaglia, aveva annunciato che la loro formazione si riconosceva nel progetto di Ivan Marquez (l’ex negoziatore che in agosto aveva annunciato di riprendere le armi) per rifondare le FARC. Quindi, aveva precisato «La Reina», il 18° fronte avrebbe seguito le direttive del gruppo guerrigliero formato da Marquez, Seuxis Pausias Hernandez («Jesus Santrich») e Hernan Dario Velez («El Paisa»).

Il 18° fronte, posizionato su un’area della Colombia occidentale (dipartimenti di Antioquia e di Cordoba) conterebbe su un totale di circa 120 combattenti, tra guerrigliere e guerriglieri.

Altra questione irrisolta, quella relativa ad almeno 600 prigionieri ex combattenti delle FARC che nonostante gli accordi rimangono ancora in cella.

Alcuni di loro, detenuti nella prigione di La Picota (Bogotà) il 18 dicembre hanno diffuso alcune rivendicazioni, in particolare di poter usufruire dell’amnistia concordata nel 2016.

Alcuni rischiano l’estradizione in paesi stranieri e molti denunciano di essere stati ripetutamente torturati.

A complicare ulteriormente la faccenda, il fatto che il partito FARC riconosce non a tutti, ma soltanto a circa 200 di loro lo status di ex combattente e di prigioniero politico.

Gianni Sartori

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[BO] sab 11 gen h.15: Jin, Jiyan, Azadi: manifestazione con la rivoluzione del Rojava

Il 9 gennaio 2013, tre militanti femministe curde, Sakine Cansiz, Fidan Dogan, Leyla Soylemez venivano assassinate nel cuore di Parigi dai servizi segreti turchi, nei locali del Centro di Informazione Kurdistan in Rue La Fayette. Noi non dimentichiamo gli omicidi e le stragi del governo turco!

SABATO 11 GENNAIO 2020 alle 15 @ PIAZZA XX SETTEMBRE

Dal 9 ottobre, con il tentativo di occupazione del Rojava da parte della Turchia e delle milizie jihadiste sue alleate, si sta cercando di distruggere il futuro dei popoli che dall’inizio della rivoluzione stanno costruendo una società democratica, ecologista e femminista nella Siria del Nord e dell’Est.

La Turchia non è la sola responsabile di quella che sta assumendo le caratteristiche di una vera e propria pulizia etnica verso i popoli che da sempre vivono quei territori (Curdi, Arabi, Yazidi, Turcomanni, Assiri). Se Erdogan rappresenta perfettamente la violenza dello Stato oppressore contro cui le donne di tutto il mondo hanno puntato il dito, la risonanza globale di quel grido dimostra ancora una volta la strutturalità di questa violenza. E infatti Stati Uniti, Russia e Europa rimangono indifferenti davanti alle sofferenze del popolo curdo. L’Italia e tutta la Comunità Europea, al di là di dichiarazioni di condanna verso il Regime di Erdogan, non hanno fatto nulla per fermare la Turchia. Nessun rapporto commerciale è stato messo in discussione. Nulla per bloccare la vendita di armi all’esercito turco. Anzi si è continuato a versare miliardi di euro nelle casse dello Stato turco affinché impedisca a chi fugge dalla guerra di raggiungere l’Europa. Nel frattempo, la sentenza liberticida contro Eddi, Paolo e Jacopo conferma che per lo stato italiano non esiste differenza tra gli assassini dell’Isis e le compagne e i compagni che combattono per la libertà.

Solo la resistenza delle Forze Democratiche della Siria e delle Unità di autodifesa cittadine sta impedendo che la Turchia e il cosiddetto Esercito Libero Siriano, formato da vari gruppi jiahadisti e da miliziani di DAESH e Al Nusra, portino a compimento il loro progetto di pulizia etnica.

I bombardamenti e le armi chimiche contro i civili a Serekaniye e Girespi, le uccisioni e le violenze sui corpi di Amara Gunes, combattente YPJ e di Hevrin Xelef, presidente del Partito per il futuro della Siria, sono solo alcuni degli esempi della brutalità e dei crimini di guerra commessi dall’esercito turco e dai suoi alleati.

Non si vuole solo cacciare delle popolazioni dai loro territori, si vuole distruggere un processo democratico fondato sul protagonismo e sulla libertà delle donne. Le quali hanno organizzato un proprio sistema autonomo di eguale rappresentanza nella politica con la co-presidenza in tutte le istituzioni della resistenza, nell’autodifesa e in tutti i campi della vita.

Lo stato Turco si sente minacciato dall’autorganizzazione delle donne e dall’esempio rivoluzionario dei territori del Rojava, perché mostrano che una nuova società è possibile e che il patriarcato può essere distrutto. Noi, invece, dall’esempio delle donne in lotta traiamo forza e coraggio, per questo è di nuovo tempo di mostrare la nostra solidarietà riprendendoci le strade diffondendo il loro grido rivoluzionario.

In ricordo di Sakine, Fidan e Leyla, uccise a Parigi da sicari turchi il 9 gennaio 2013 e per la libertà di Ocalan l’11 gennaio scendiamo nelle strade di Bologna:

– per difendere la rivoluzione del Rojava e la rivoluzione delle donne;
– per l’autoderminazione dei popoli che vivono in Siria;
– per il ritiro dell’esercito turco dalla Siria;
– per continuare a promuovere il boicottaggio economico e politico del regime e la solidarietà attiva alle donne e agli uomini che resistono al fascismo di Erdogan;
– per costringere l’Italia e l’Europa a cessare la vendita e la fornitura di armi e ogni altra forma di sostegno al regime Turco;
– per la pace e la libertà nel nord est della Siria e in tutto il Medioriente.

INVITIAMO TUTTE E TUTTI LE/I SOLIDALI CON IL PROCESSO DI PACE E DEMOCRAZIA DEL ROJAVA A SCENDERE IN PIAZZA SABATO 11 GENNAIO
H 15 PIAZZA XX SETTEMBRE – BOLOGNA

Per adesioni scrivere a:
riseup4rojavabo @ autistici.org

Adesioni:
Uiki Onlus
Rete Kurdistan Italia
Jineoloji Italia
Rete Kurdistan Emilia Romagna
Rete Jin Bologna
Non Una Di Meno Bologna
YaBasta Bologna
Cua Bologna
Làbas
Tpo
Vag61
Laboratorio Crash
Staffetta
Xm24

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