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[Toulouse] Mobilitazione antifascista contro Robert Ménard

Anche a Toulouse proseguono le mobilitazioni contro l’estrema destra razzista e identitaria…

MOBILITAZIONE ANTIFASCISTA A TOULOUSE CONTRO ROBERT MENARD
di Gianni Sartori

Organizzata a Toulouse da un gruppo di estrema destra (il “Cercle des Capitouls”), mercoledì 12 febbraio avrebbe dovuto svolgersi una conferenza con l’intervento di Robert Ménard, sindaco di Béziers. La città dell’Occitania è nota per il massacro subito dai Catari (e anche da altre minoranze, in particolare ebrei, qui pacificamente conviventi) nel 1209. Vien fatto di pensare che la memoria storica dei cittadini di Béziers sia quanto meno difettosa, visto il sindaco che hanno eletto. Discendente da una famiglia pied-noir, Ménard era conosciuto come fondatore di RSF (Reporters sans frontières) e del sito Boulevard Voltaire. Dopo una militanza giovanile a sinistra è andato spostandosi gradualmente sempre più a destra, fino a raggiungerne l’estrema. Nel 2014 è diventato sindaco di Béziers grazie al sostegno di partiti e organizzazioni principalmente di destra (Front National, Mouvement pour la France, Debout la République).

Per contestare l’iniziativa di “chiara marca”, decine di antifascisti si sono riuniti davanti alla sala comunale messa a disposizione nel centro di Toulouse.

Nel frattempo però il luogo della conferenza veniva spostato altrove, non molto lontano. Pare nella residenza o negli uffici di un ex sindaco. Qui gli antifascisti, nuovamente riuniti, si sono scontrati con un servizio d’ordine costituito principalmente da esponenti di Génération Identitaire, altra organizzazione di estrema destra. Circondati, i fascisti sono rimasti letteralmente assediati nella sala fino all’arrivo della polizia. Vista la mala parata, Robert Ménard ha ritenuto opportuno salutare e rinunciare al suo intervento.

Gianni Sartori

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Ma quali servizi deviati? Chi è Umberto Federico D’Amato, l’organizzatore della strage di Bologna

I giorni dopo l’avviso di fine indagini del nuovo processo sui mandanti della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, i principali organi di informazione hanno fatto riferimento ai “servizi deviati” quali responsabili di depistaggi e coperture.

La cosa in realtà è un po’ diversa e conferma quanto andiamo ripetendo da decenni: i vertici dei servizi segreti sono i diretti responsabili della strage.
Organizzatore principale è stato Federico Umberto D’Amato. Nato a Marsiglia nel 1919, figlio di un collaboratore dell’Ovra, entra in servizio al Ministero dell’interno il 1 agosto 1943. Nel 1944 convince i principali esponenti della polizia segreta fascista e della Repubblica di Salò a cambiare bandiera, legandosi all’Oos (poi Cia) guidata da James Angleton, portando a termine, tra l’altro, il salvataggio di Junio Valerio Borghese, l’uomo militarmente più potente della Repubblica di Salò e capo della X Mas.

Capo dell’Ufficio politico della questura di Roma dal 1950, dal 1960 D’Amato passa all’Ufficio affari riservati del Ministero dell’interno, di cui assume la vicedirezione nel 1969 e la direzione nel 1971. L’Ufficio affari riservati nasce nel 1948 sulle ceneri della vecchia Divisione affari generali e riservati che operava sotto il fascismo per coordinare le attività delle questure; sotto Tambroni diventa una polizia parallela al servizio del Ministero degli interni. Nel 1963 Paolo Emilio Taviani, principale referente politico di Gladio e Stay Behind, ne avvia la ristrutturazione, aumentandone le funzioni e le competenze. D’Amato ha il compito di coordinare le squadre periferiche che sono attive in diverse città italiane e che gestiscono informatori disseminati in varie formazioni politiche (movimenti extraparlamentari compresi) e giornalistiche. È lui, da quegli anni, il cardine e il capo di quello che diventa un vero e proprio Ufficio stragi, sciolto ufficialmente nel 1974 dal ministro Taviani, dopo la strage di Piazza della Loggia a Brescia.

D’Amato, grazie ai buoni rapporti con i vertici della Cia, nel frattempo è diventato anche capo delle delegazione italiana presso il Comitato di sicurezza della Nato (una struttura che riunisce i principali servizi di sicurezza dei paesi Nato) e nel 1965 è tra i fondatori di un organismo informale, poi denominato Club di Berna, che coordina le polizie europee, col risultato che egli è il maggiore referente sia dei servizi di informazione o sicurezza più o meno segreti sia delle informative e delle attività delle forze di polizia.

Dopo lo scioglimento dell’Ufficio nel 1974, D’Amato è trasferito alla direzione della polizia stradale, ferroviaria, postale e di frontiera, continuando a svolgere attività di intelligence. Iscritto alla loggia P2 con tessera n. 1643, appartiene al gruppo centrale della loggia raggiungendo il grado terzo (“maestro”). Collocato in pensione nel 1984, continua la sua collaborazione col mondo giornalistico (tiene una rubrica di gastronomia per L’espresso), per morire a 77 anni il 1 agosto 1996.

D’Amato ha avuto uno smisurato potere grazie anche ai suoi rapporti con la Cia e con i servizi europei, con i capi dei vari servizi di informazione italiani, militari e non, con fascisti e golpisti di ogni risma. La sua posizione economica, depositata in banche svizzere e francesi, è definita da Licio Gelli “rilevantissima” ed è sostenuta da versamenti americani. Egli è da considerarsi un elemento centrale dei servizi italiani nella stagione delle stragi, da quella di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a quella di Bologna del 2 agosto 1980, delle quali figura tra i principali mandanti e responsabili.

È falso e fuorviante scrivere di servizi deviati. La strategia delle stragi è stata concepita e realizzata dai vertici dei servizi segreti a disposizione dello Stato italiano: la figura di D’Amato ci sembra, in tal senso, esemplare.

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[BO] 29/2 – Orso partigiano tra i partigiani, Orso torna in Cirenaica!

Le targhe vanno e vengono, la memoria e la libertà si seminano nelle strade

Sabato 29 febbraio h15 – giardino Lorenzo Giusti

“Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà”
Lorenzo ‘Orso’ Orsetti, nome di battaglia Tekoser, lo scorso marzo è morto a 33 anni in Siria, combattendo al fianco dei curdi nelle unità Ypg per sconfiggere l’Isis e difendere la rivoluzione del Rojava. Un antifascista, un internazionalista, un partigiano. Il suo nome, tre mesi fa, si era aggiunto a quello delle/i tant/i antifasciste/i, internazionaliste/i, partigiane/i a cui sono intitolate quasi tutte le strade della Cirenaica. In una piccola area verde senza nome, all’inizio di via Sante Vincenzi, era stata affissa una targa in suo ricordo: “Giardino Lorenzo Orsetti detto Orso – Partigiano (1986-2019)”. Un’intitolazione informale, spontanea, come tante altre iniziative già realizzate in Cirenaica per ribadire un concetto tanto semplice quanto spesso rimosso: la memoria è materia viva, non rito nè burocrazia.

Quella targa è presto sparita e con essa il nome di Orso, gettato magari tra i rifiuti, perchè l’amministrazione comunale ha ufficalmente dato allo stesso giardino un altro nome (quello di Giancarlo Susini, storico). Molte voci, tra cui quella di Alessandro Orsetti, padre di Orso, hanno criticato la decisione di rimuovere la targa e il Comune, non senza imbarazzo, ha cercato di giustificarsi snocciolando una sfilza di motivazioni tecniche e burocratiche. Nel farlo, la Giunta ha definito quella di Orso “una figura importante”, ipotizzando altre soluzioni per dedicargli uno spazio della città. Ne prendiamo atto, ma facciamo nostre le parole della famiglia di Orso: “Sappiamo che il potere ricorda i suoi personaggi importanti e noi i nostri. Continuiamo la lotta senza perdere la speranza!”.

Per questo sabato 29 febbraio ci ritroveremo insieme, con il padre di Lorenzo, in Cirenaica. Appuntamento alle 15 nel giardino di via Ilio Barontini (partigiano), intitolato a Lorenzo Giusti (partigiano). Un altro Lorenzo, un altro antifascista e combattente internazionalista, proprio come Orso, che nel 1936 accorse in Spagna per partecipare alla Resistenza antifranchista. “Pubblico amministratore”, aveva scritto con pudore il Comune sulla targa del giardino. “Combattente antifascista” e “ferroviere anarchico”, sono i segni tracciati in quel luogo dalla memoria resistente del quartiere.

Dal giardino Giusti ci muoveremo per la Cirenaica. Perchè il ricordo di Orso torni a vivere tra le/gli altre/i partigiane/i, com’è giusto che sia. Perchè in Rojava, dopo l’offensiva turca, si continua a combattere e a morire, pur nell’indifferenza dei media e della politica internazionale: come abbiamo fatto molte volte nei mesi scorsi, torneremo in strada per difendere il confederalismo democratico, femminista ed ecologista nella Siria del nord e dell’est e per esprimere tutta la nostra solidarietà a Eddi, Paolo e Jacopo che devono subire in Italia le restrizioni della sorveglianza speciale perchè, come Orso, hanno combattuto contro l’Isis e per la libertà.

“Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai!”

RiseUp4Rojava!

Jin, Jîyan, Azadî!

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[India] Guerriglieri maoisti contro lo sfruttamento turistico-sessuale degli indigeni Adivasi

In un’età di disuguaglianze sempre più devastanti, anche il turismo diventa una componente del dominio e della valorizzazione capitalistica contro cui occorre lottare. E forse siamo tra gli ultimi a prenderne coscienza…

GUERRIGLIERI MAOISTI CONTRO LO SFRUTTAMENTO TURISTICO-SESSUALE DEGLI INDIGENI ADIVASI
di Gianni Sartori

Il 15 gennaio combattenti dell’Esercito guerrigliero di liberazione popolare (PLGA) hanno attaccato un hotel ad Attamala, nel distretto di Wayanad, in Kerala. La struttura, un resort di recente realizzazione, veniva utilizzata per lo sfruttamento sessuale di donne Adivasi da parte dei turisti in vacanza.

Dopo aver distrutto porte e finestre e incendiato mobili e altro, i guerriglieri hanno appeso cartelli e manifesti alle pareti. Nel testo si leggeva: “L’attacco è contro la rappresentazione degli Adivasi come una merce da esporre e mettere a disposizione dei turisti. Tutti i proprietari di resort che rappresentano una minaccia all’esistenza pacifica degli Adivasi saranno sloggiati con la forza”. È probabilmente superfluo osservare che per la guerriglia maoista la difesa dell’identità indigena non viene vista automaticamente come una semplice contrapposizione tra quanto viene universalmente percepito come il “nuovo” (l’ulteriore espandersi del capitalismo anche in aree rimaste finora relativamente non contaminate) e un cosiddetto “vecchio”, ossia l’economia e la cultura tradizionali dei tribali (il “pittoresco” che piace ai turisti). Piuttosto viene interpretata come una componente fondamentale della Resistenza di ampi settori popolari (oltre agli Adivasi, i Dalit, i contadini poveri, le classi subalterne…) nei riguardi dei distruttivi meccanismi neoliberisti che devastano, annichiliscono territori e ambiente (oltre alle popolazioni).

Arrivando, i maoisti indiani, a mettere in discussione, pur nell’ambito della teoria marxista, gli stessi paradigmi del pensiero positivista (e produttivista) che ha contraddistinto l’Occidente e la colonizzazione. Privilegiando quindi un’elaborazione autoctona del pensiero critico e dell’azione politica (partendo dalla “periferia” e non dal “centro”). Volendo azzardare qualche analogia, si potrebbe pensare alla riscoperta in America latina del pensiero di José Carlos Mariategui da parte dei movimenti indigenisti e in Kurdistan dell’ecologia sociale e del comunalismo libertario rivisitati da Ocalan.

Questa azione diretta del 15 gennaio non è la prima tra quelle intraprese dal PLGA, soprattutto nel distretto di Wayanad, contro hotel in cui si pratica turismo sessuale. Nel 2014 era stato attaccato l’Agraham Resort di Thirunelli e un altro, di proprietà statale, veniva reso inagibile nel 2015. Più recentemente, l’anno scorso, veniva assalito il resort Upavan di Vythiri.

Qualche giorno dopo, all’alba del 27 gennaio, si è avuta notizia di uno scontro a fuoco tra un gruppo di maoisti (presunti almeno) e la polizia nel distretto di Rayagada.

La CRPF (Forza di polizia centrale di riserva) stava svolgendo un’operazione di rastrellamento avviata nelle aree di Muniguda e Kalyansinghpur (Rayagada) e di Bijapur (Kalahandi). I guerriglieri avrebbero aperto per primi il fuoco, ma poi incalzati dalla polizia si erano ritirati nella foresta. Stando a quanto riferiscono gli addetti ai lavori, i guerriglieri del PLGA avrebbero in dotazione un discreto armamento moderno da guerra. Esiste poi una “seconda linea” costituita da forze ausiliarie con armi più rudimentali (archi e frecce principalmente), ma comunque efficaci.

Gianni Sartori

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[Israele] Jonathan Pollak, fondatore di «Anarchici contro il muro», per ora rimane in cella

In Israele esistono tanti gruppi organizzati che esercitano un’attivissima opposizione alle politiche nazionaliste e razziste del governo, e tanti giovani che rifiutano il servizio militare come occupanti e oppressori nei territori palestinesi. Ma di ciò i media non parlano…

JONATHAN POLLAK – FONDATORE DI «ANARCHICI CONTRO IL MURO» – PER ORA RIMANE IN CELLA
di Gianni Sartori

Giovedì 30 gennaio, a Gerusalemme, un tribunale israeliano ha stabilito di prolungare la detenzione di Jonathan Pollak. Cittadino israeliano, Pollak è stato uno dei fondatori del gruppo anticolonialista «Anarchici contro il muro». Dal 2003 questo collettivo libertario si batte contro il famigerato muro di separazione costruito da Israele. Pollak era stato arrestato il 6 gennaio di quest’anno direttamente sul posto di lavoro (nel suo ufficio al giornale «Haaretz», quotidiano di sinistra) perché rifiutava di presentarsi davanti al giudice per rispondere delle accuse che gli vengono rivolte. Ossia, di aver attaccato (?) alcuni soldati di Tsahal, l’esercito israeliano, durante una manifestazione in Cisgiordania. Una denuncia che proveniva direttamente dall’associazione di estrema destra Ad Kan.

Giovedì 30 gennaio, al momento dell’udienza, il militante si è rifiutato sia di riconoscere l’autorità del tribunale, sia di versare la cauzione. Per questo la sua detenzione provvisoria è stata prolungata di tre mesi, fino al 27 aprile. E – stando a quanto ne scrive «Haaretz» – potrebbe prolungarsi ulteriormente, almeno fino a luglio.

Gianni Sartori

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Un altro militante curdo torturato e condannato a morte in Iran

ROJHILAT (KURDISTAN IRANIANO): UN ALTRO MILITANTE CURDO CONDANNATO A MORTE
di Gianni Sartori

Houshmand Alipour, prigioniero politico curdo di 25 anni accusato di far parte di un’organizzazione curda dissidente, è stato condannato a morte dal tribunale rivoluzionario di Sanandaj il 29 dicembre 2019. Nel processo (assai discutibile per quanto riguarda il rispetto dei diritti dell’imputato) era accusato di “Baghi”, un termine con cui si definisce la rivolta armata.

In base a quanto ha verificato Amnesty International, il giovane curdo sarebbe stato arrestato ancora il 3 agosto 2018 e tenuto in prigione segretamente per diverse settimane. Con un altra persona che era stata arrestata insieme a lui, Houshmand è stato sottoposto a tortura e costretto a rendere una confessione forzata (in merito ad una sua presunta partecipazione all’attacco della base militare di Saqez nell’ovest dell’Iran). Confessione poi diffusa dalla televisione nazionale.

Sempre secondo Amnesty International, i due prigionieri non avrebbero avuto praticamente la possibilità né di incontrare i familiari (solo una volta), né di scegliere un avvocato di fiducia. In una sua pubblica dichiarazione il padre di Houshmand, Mostafa Alipour, ha dichiarato che il figlio non ha mai preso parte ad azioni armate.

Houshmand era stato trasferito nella prigione principale di Saqez dopo 110 giorni dal momento del suo arresto (giorni trascorsi presumibilmente nel centro di detenzione e di informazione di Sanandaj). Finora i familiari hanno potuto visitarlo una volta soltanto.

Gli ultimi prigionieri politici giustiziati dal regime (l’8 settembre 2018 a Rajai Chahr) erano stati i curdi Ramin Hossein Panahi, Loghman Moradi e Zaniar Moradi (tutti e tre imparentati tra loro in quanto cugini).

Anche nel loro caso c’era il fondato sospetto che avessero subito torture per estorcere la confessione e anche il loro processo si era svolto senza garanzie.

Quanto a Houshmand Alipour, dopo la condanna, rischia di venir impiccato in qualsiasi momento.

In suo sostegno da lunedì 27 gennaio, alle ore 19,30 (Ora dell’Europa centrale) partirà una campagna internazionale di tweets. Due gli hashtags da far circolare:

#SAVE_HOSHMAND_ALIPOUR

e

#FREE_POLITICAL_PRISONERS

Gianni Sartori

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[USA] Liberato dopo 42 anni un esponente del MOVE

Sognare la libertà e voler sottrarsi al capitalismo e allo sfruttamento pare che sia un crimine intollerabile per la nostra società “progressista” e “democratica”. Ed essa ci tiene a vendicarsi sempre in modo esemplare…

LIBERATO DOPO 42 ANNI UN ESPONENTE DEL MOVE
di Gianni Sartori

Verso la metà degli anni novanta del secolo scorso (mi pare nel 1997) avevo incontrato alcuni esponenti del MOVE a Bassano nella sede del Centro sociale (poi demolito) “Stella Rossa”. Ramona Africa mi spiegò che tutti i militanti del MOVE rinunciavano al nome precedente in quanto evocava la condizione di schiavi dei loro antenati (come fece anche Malcom X) e aggiungevano al nome proprio, come rivendicazione di appartenenza comunitaria, familiare, il cognome “Africa”.

Da ex operaio rimasto intossicato da colle e vernici sul lavoro, avevo particolarmente apprezzato che prima della conferenza i militanti afro-americani avessero richiesto di non fumare durante la stessa. Anche “per rispetto dell’aria”, non solo delle vie respiratorie dei presenti. All’epoca molte riunioni di “soggetti antagonisti” si svolgevano ancora avvolte in asfissianti nuvole di fumo, non proprio come negli anni sessanta e settanta (vere camere a gas), ma comunque nocive quanto basta. Oltre all’intervista con Ramona Africa e Sue Africa di quel pomeriggio conservo un opuscolo “25 years on the move” (pubblicato nel 1996) con sulla quarta di copertina la foto dell’arresto di un militante del MOVE: Delbert Africa.

A braccia spalancate e a torso nudo per non venire ammazzato con la scusa che avrebbe potuto nascondere un’arma. Come era capitato nel 1968 alla Pantera nera Bobby Hutton, assassinato a sedici anni dalla polizia di Oakland.

La foto dell’arresto di Delbert Africa risaliva allo sgombero – ordinato dal sindaco di Philadelphia Frank Rizzo – di una sede del MOVE nell’agosto 1978. Nei momenti successivi – come testimonierà lo stesso autore della foto – l’uomo venne selvaggiamente pestato dai poliziotti con il calcio dei fucili e preso a calci mentre era a terra inerme. Sempre a Philadelphia, nel 1985 lo sgombero forzato di un altro appartamento occupato dal MOVE si svolse con l’intervento di centinaia di poliziotti e addirittura con il lancio di una bomba dall’elicottero. Undici persone morirono nell’incendio che si era sviluppato. Tra loro anche cinque bambini (tra cui Tomaso, Tree e Netta la cui foto si trova all’interno dell’opuscolo). Perse la vita anche un poliziotto, molto probabilmente vittima di “fuoco amico”.

Il MOVE, fondato nel 1972 da John Africa (nome di nascita Vincent Leaphart) auspicava la possibilità di vivere fuori dal capitalismo e dal consumismo della società bianca in armonia con la natura. Tra le loro attività più intense, una campagna a sostegno del prigioniero politico Mumia Abu-Jamal per impedirne l’esecuzione.

Da quel giorno (8 agosto del 1978) Delbert Africa era sempre rimasto in carcere e solo il 18 gennaio – dopo 42 anni – è tornato in libertà. Un ultimo esponente del MOVE, Chuck Africa, resta ancora dietro le sbarre.

Gianni Sartori

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«Ogni notte nei sogni ricordo i miei figli assassinati dal regime»

«Ogni notte nei sogni ricordo i miei figli assassinati dal regime». Un’altra prigioniera curda si toglie la vita per protesta nelle carceri turche…

IN MORTE DELLA PRIGIONIERA POLITICA CURDA NURCAN BAKIR
di Gianni Sartori

La prigioniera politica Nurcan Bakir (47 anni di età, in carcere da 28 anni e gravemente ammalata) si è tolta la vita in cella per protestare contro la repressione nelle carceri turche e denunciare le condizioni indegne in cui versano i detenuti. Contro la sua volontà Nurcan era stata trasferita dal carcere femminile di Gezbe a quello speciale di Burhaniye, prigione chiusa di tipo T che sorge nei pressi di Mardin (provincia Balikesir, nella regione di Marmara). Una ritorsione – tale trasferimento – per la sua partecipazione allo sciopero della fame di massa indetto l’anno scorso per protestare contro l’isolamento totale imposto al leader curdo Ocalan.

Al suo rilascio definitivo mancavano ancora due anni e lei si era quindi rivolta alla Corte di Giustizia Europea per i Diritti Umani affinché, date le sue condizioni di salute, potesse essere rilasciata prima. Nel suo ultimo contatto con familiari (una telefonata del giorno precedente) aveva detto di non voler «tacere di fronte alla repressione», ma soprattutto di ricordare «ogni notte nei sogni i suoi figli assassinati dal regime».

Inizialmente il suo corpo era stato portato all’Istituto di Medicina Forense di Bursa e qui trattenuto in quanto pare mancassero alcuni documenti. Altri problemi dalla direzione del cimitero di Bursa che, forse in un tentativo di impedirla, ha reso problematica la restituzione del corpo alla famiglia (rifiuto di un mezzo di trasporto, proibizione di trasportarlo in aereo).

Nurkan Bakir verrà sepolta nel villaggio di Kayakdere (nel distretto Omerli di Mardin) dove nel pomeriggio di questo 16 gennaio i suoi parenti si stanno dirigendo trasportandone i resti con i propri mezzi. Seguiti e controllati da uno spiegamento di polizia. Sicuramente le forze dell’ordine cercheranno di impedire che la cerimonia funebre si svolga pubblicamente diventando un momento di lotta e protesta contro Erdogan.

Gianni Sartori

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Servizi segreti turchi e siriani uniti contro l’autonomia curda in Rojava

E il fascismo turco trova la complicità e il sostegno di Siria e Russia…

SERVIZI SEGRETI TURCHI E SIRIANI – SOTTO LA SUPERVISIONE RUSSA – SI INCONTRANO A MOSCA PER IL DEFINITIVO AFFOSSAMENTO DELL’AUTONOMIA CURDA IN ROJAVA

La notizia è ufficiale. Da parte turca si registra addirittura la presenza del capo del MIT, Hakan Fidan. Con il suo omologo siriano avrebbe discusso – oltre alle modalità del cessate il fuoco a Idlib – di un possibile coordinamento delle attività anti-curde nel nord della Siria.

Stando a quanto viene riportato dall’agenzia di stampa SANA, un responsabile turco coperto dall’anonimato avrebbe dichiarato che le discussioni comprendevano anche “la possibilità di lavorare insieme contro le YPG, la componente siriana dell’organizzazione terrorista (SIC!) PKK a est dell’Eufrate”.

La medesima agenzia ha anche riportato che il capo dei servizi siriani ha chiesto alla Turchia di riconoscere pienamente la sovranità della Siria, la sua indipendenza e integrità nazionale e di impegnarsi in un ritiro immediato e completo dal territorio siriano. Ovviamente – questo l’agenzia non l’ha detto, ma si intuisce – dopo averlo bonificato dalla fastidiosa presenza curda.

Quindi possiamo affermare che alla fine la maschera è proprio caduta. Chi blaterava (rosso-bruni e neostalinisti) di inesistenti “pulizie etniche” operate dai curdi nel nord della Siria e fantasticava sull’altrettanto inesistente “anti-imperialismo” di Assad, potrà ritenersi soddisfatto. Definitivamente fuori gioco l’esperienza libertaria di Rojava, gli Stati con i loro apparati repressivi potranno riprendere il controllo della situazione.

L’ordine regna in Rojava!

Appare infatti evidente che con questo incontro tra i massimi vertici dei rispettivi servizi segreti, Ankara e Damasco potranno accordarsi per dare definitiva sepoltura ai sogni di autodeterminazione e autogoverno delle popolazioni insorte della regione. Non solamente dei curdi.

Come in precedenti incontri tra esponenti turchi e i loro corrispettivi iraniani si era compreso che almeno su una cosa i due stati sono profondamente d’accordo – ossia su come controllare e reprimere le rispettive popolazioni curde – così Damasco e Ankara, per quanto divisi su tutto o quasi, troveranno comunque un accordo ai danni dei curdi dei territori siriani ora occupati dalla Turchia.

E questo nonostante Erdogan avesse appoggiato e supportato le milizie ribelli – islamisti compresi – che avevano preso le armi contro il regime siriano per rovesciarlo. Sorvolando poi sul fatto che il presidente turco in varie occasioni aveva definito Assad un “terrorista”.

Cose che si dicono… e da che pulpito, comunque.

Ovviamente dietro tali incontri d’alto livello tra servizi segreti turchi e siriani si intravede la manina di Mosca (e magari anche di Teheran) il cui ruolo nel conflitto siriano è stato determinante. L’anno scorso Ankara e Mosca avevano sottoscritto l’accordo di Sotchi in base al quale le forze congiunte siriane e russe si sarebbero dispiegate nel nord.est del paese per obbligare le YPG a ritirarsi dalla frontiera con la Turchia.

Il fatto di essersi trovati schierati su fronti opposti nella guerra civile siriana (così come attualmente in Libia) non ha impedito a russi e turchi di riavvicinarsi, rinnovare progetti congiunti in campo energetico e militare (vedi l’acquisto di sistemi russi di difesa aerea da parte della Turchia, alla faccia della NATO e degli Usa).

Ugualmente – grazie a Mosca – si erano ristabiliti solidi legami anche tra Iran e Turchia, perlomeno sulla questione curda. Entrambi gli stati erano preoccupati per il sorgere di un’entità autonoma curda in Rojava in quanto possibile esempio e modello per tutti i curdi.

Gianni Sartori

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[Russia] Torture e tribunali militari per gli anarchici accusati di “destabilizzazione”

La criminalizzazione del dissenso e l’escalation del terrorismo di Stato continuano un po’ ovunque, ma cresce anche la coscienza dell’orrore e la determinazione nel combatterlo. Ancora persecuzioni contro gli anarchici in Russia…

RUSSIA: TORTURE E TRIBUNALI MILITARI PER GLI ANARCHICI ACCUSATI DI “DESTABILIZZAZIONE”
di Gianni Sartori

Risale al 26 dicembre la richiesta, da parte di un procuratore di San Pietroburgo (do you remember Kronstadt? sta proprio lì davanti, nella Baia della Neva… coincidenze), di una condanna dai sei ai 18 anni per sette militanti libertari accusati di far parte di una organizzazione, anarchica, denominata “The Network”. Nell’eventualità che venissero riconosciuti colpevoli, cinque di loro sconterebbero la pena in una colonia carceraria di alta sicurezza. Le origini del caso risalgono al 2017 quando, in ottobre, i Servizi federali della sicurezza russa (FSB) avevano arrestato sei persone a Penza (ovest della Russia) accusandole di far parte appunto di “The Network”. Altri due presunti militanti, nel frattempo scomparsi dalla circolazione, venivano iscritti nel registro degli indagati e successivamente arrestati a Mosca. Ancora due arrestati nel gennaio 2018 e un altro in aprile. Oltre che a Pietroburgo e a Penza, l’organizzazione sarebbe presente a Mosca e in Bielorussia. Si tratta in maggioranza di militanti anarchici o comunque antifascisti e libertari. L’accusa: aver fatto parte di una “comunità terrorista anarchica” nata nel 2015. Secondo l’FSB avrebbero posto delle bombe per “alimentare una destabilizzazione del clima politico nel paese” in due diverse occasioni: le elezioni presidenziali del 2018 e la Coppa calcistica del mondo.

Gli arrestati hanno denunciato di essere stati sottoposti alla tortura per estorcere loro delle confessioni. Inoltre, stando sempre alle dichiarazioni degli arrestati, le armi ritrovate nelle loro auto e nelle abitazioni vi sarebbero state poste dalla polizia per incriminarli. L’FSB ha ammesso di averne sottoposto almeno uno a scariche elettriche giustificando tale operato come “necessità professionale”.

Il processo era iniziato nell’aprile 2019 davanti a un tribunale militare nel distretto del Volga. Presenza massiccia della polizia antisommossa, ma anche di persone solidali con gli imputati.

Oggi, 13 gennaio 2020, è prevista l’udienza in cui sarà data la possibilità di intervenire alla difesa.

A sostegno dei militanti libertari sotto processo si è attivata l’Anarchist Black Cross.

Gianni Sartori

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