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Rottami

In occasione e in vista del Festival Sociale delle Culture Antifasciste, che si terrà al parco di Via Togliatti a Bologna, e per poter, se possibile, sviluppare l’analisi intorno alle forme odierne di fascismo e autoritarismo, pubblicheremo una serie di contributi nati dal dibattito interno al Nodo.

Lantifascismo sopra i rottami della storia recente

Negli anni Settanta si parlava di «reificazione», di un disumanizzante «assedio delle cose», del «mare dell’oggettività» industriale.

Oggi le cose di ieri sono ormai rottami e resta solo il mare di spazzatura che la civiltà industriale continua a produrre: fiumi di plastica e fango, di veleni e di idiozia, di vite spezzate e di vuoti a perdere.

È ormai un rottame anche l’ideologia del neoliberismo e dei mercati globali che ha frammentato e precarizzato milioni di lavoratori e oggi procede a una ri-territorializzazione autoritaria dell’economia: è infatti una «liberalizzazione» ben strana quella che attualmente promuove dismissioni del patrimonio pubblico, sostegni statali all’economia e all’impresa, accordi di partenariato economico con potenze estere (come la Cina) firmate dai governi per conto delle imprese, appalti internazionali e spartizioni di risorse effettuate in base alla «condivisione» della politica estera statunitense (ad esempio l’ENI in Iraq, Afghanistan, Nigeria e Golfo di Guinea).

E dietro queste strategie per un «capitalismo nazionale» – quello che in Italia ha ri-nazionalizzato Alitalia e Ferrovie italiane – cresce la propaganda del nuovo «orgoglio italiano» e di un patriottismo rancido e reazionario del «made in Italy».
Anche il progetto inclusivo di una «Europa-nazione» appare sempre più ridimensionato nel localismo dell’«Europa delle Nazioni», in cui rimangono di competenza europea tutti gli strumenti di controllo, repressione e «regolazione» delle masse lavoratrici (le politiche monetarie, il controllo dell’immigrazione, l’agenzia europea Frontex, il rapporto Nato sulla «sicurezza delle città», la gestione al ribasso dei «diritti umani»).

È ormai un rottame pure il «politically correct» – l’unica «vittoria» d’immagine della cultura della cosidetta «sinistra» – ormai smantellato dal razzismo di Stato, dalla xenofobia aggressiva, dal familismo sessista e omofobo, che si esprime senza più remore, felice della propria feroce idiozia, a destra e a manca, sui sacri pulpiti e sui palchi elettorali.
Alcuni anni fa sarebbe stato inconcepibile che un alto prelato facesse dichiarazioni antisemite come quelle recenti del vescovo emerito di Grosseto, Giacomo Babini: «L’olocausto fu una vergogna per l’intera umanità, ma adesso occorre guardare senza retorica e con occhi attenti. Non crediate che Hitler fosse solo pazzo. La verità è che il furore criminale nazista si scatenò per gli eccessi e le malversazioni economiche degli ebrei che strozzarono l’economia tedesca».

Analogamente, un tempo sarebbe stato impensabile che un candidato del «centrosinistra» pronunciasse in pubblico dichiarazioni fascistoidi come ha fatto continuamente il candidato alla regione Campania Vincenzo De Luca.
Ecco un campione del De Luca-pensiero: «Io smonto i campi dei rom e me ne frego di dove quella gente va a finire. A Firenze li integrano? Io li prendo a calci nei denti, il cielo stellato ce lo godiamo noi»;
«Di Berlusconi mi piace che è esattamente come si presenta, autentico. Rifiuta ogni doppiezza, io lo trovo apprezzabile»;
«Dentro l’etichetta di destra ci sto benissimo perché sono uno che non gira la faccia dall’altra parte ma guarda la realtà a viso aperto»;
«Non mi preoccuperei se avessimo Rastrelli, un uomo di destra, fascista, con noi».

Sono oggi rottami anche la «Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo» del 1789 e gli ideali egualitari della Rivoluzione francese, contestati esplicitamente dal tradizionalismo cattolico, dalla destra conservatrice, dai fasciofuturisti, dagli ex-socialisti, dagli «atei devoti», dai liberal-nazionalisti, che brandiscono la bandiera comune dell’«anti-sinistra».
Allo stesso modo, Mussolini dichiarava nel 1926: «Noi rappresentiamo l’antitesi netta, categorica, definitiva […] dei principî del 1789».
E Goebbels nel 1933: «L’anno 1789 sarà cancellato dalla storia».

Anche nell’epoca attuale il blocco reazionario, che è un aggregato eterogeneo di fazioni prepotenti e litigiose, rancori antiegualitari, tornaconti padronali, ambizioni di carriera, interessi ciechi e contradditori, trova il suo baricentro unificante nell’esclusione sociale del «nemico», nella retorica securitaria contro gli emarginati, nell’odio mitologico contro la «sinistra». Ed è un operazione tanto più pericolosa e manipolatoria in quanto riveste di cupa vernice ideologica le ragioni effettive del risentimento diffuso contro la sinistra istituzionale e i sindacati confederali: non è certo in questione la politica consociativa e anti-operaia che ha fatto passare per decenni le linee della Confindustria (perfettamente omologa al nuovo sindacalismo di destra dell’UGL), non la scelta politica dei governi di centrosinistra di far pagare la recessione economica alla fasce più deboli (omologa a quelli di centrodestra), ma la compagine di destra scaglia continui attacchi alle basi ideali del movimento operaio, alle idee egualitarie e antifasciste, alle utopie di liberazione sociale, per dirottare lo scontento proletario contro la «sinistra» verso rassicuranti mitologie xenofobe e nazionaliste.

Proprio per questo l’antifascismo, la lotta partigiana e la ricorrenza della Liberazione diventano momenti importanti, che occorre strappare al conformismo e alla retorica celebrativa, per ribadire i valori sovversivi e rivoluzionari che hanno animato e animano le pratiche di resistenza. Tanto più oggi che s’impone la necessità di governo neo-autoritario di un sistema capitalistico in crisi permanente, ai «limiti dello sviluppo», che non produce nemmeno più angoli di benessere, ma solo rottami, veleni, sofferenza, guerre e morte.

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