Skip to content


Stragismo e servizi segreti: l’attualità del 2 agosto


«Credo che ci siano molti elementi per parlare, anche dopo trent’anni, della strage di Bologna. È una strategia che alcune menti avevano studiato, che ha avuto un compimento dopo trent’anni, e piano piano si sta ancora attuando. Credo che l’attualità della strage di Bologna stia proprio anche in questo» (Paolo Bolognesi, 16 maggio 2010, Festival dell’Unità di San Giovanni in Persiceto).

Lo stragismo di un tempo trova oggi il suo compimento autoritario. Le forze che hanno compiuto la strage di Bologna non hanno mai smesso di operare in questi trent’anni. Un membro della loggia massonica P2 siede ora a capo del governo. Per questo risulta sempre più necessario ricordare e mobilitarsi contro ogni revisionismo.

Quest’anno i rappresentanti delle istituzioni non vogliono neanche più presentarsi sul palco, gettano la maschera: sempre più feroci, sempre più impuniti, non possono sentire le parole di chi in piazza, pubblicamente, ha il coraggio di dire la verità, ovvero che i mandanti delle stragi abitano le loro stanze. Noi questa verità continueremo a dirla, anzi a gridarla forte.

Su stragismo e servizi segreti ci pare importante questo articolo apparso su “Umanità Nova” n. 19 del 30 maggio 2010:

Servizi segreti
Quando politica e guerra diventano sinonimi

I servizi segreti sono un fenomeno spesso tirato in ballo nell’analisi politica, ma in realtà ben poco studiato da storici e politologi. In Italia questa sottovalutazione è particolarmente accentuata. Se è vero infatti che esistono ricerche, anche approfondite, sulla polizia politica in età fascista (cfr. ad esempio Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell’OVRA, Bollati Boringhieri, Torino, 1997, e Mauro Canali, Le spie del regime, Il Mulino, Bologna, 2004), scarseggiano invece lavori sui servizi nella storia repubblicana. Due testi pubblicati molto recentemente cercano di rimediare a questo vuoto: Aldo Giannuli, Come funzionano i servizi segreti. Dalla tradizione dello spionaggio alle guerre non convenzionali del prossimo futuro, Ponte alla Grazie, Milano, 2009, e Giuseppe De Lutiis, I Servizi segreti in Italia. Dal fascismo all’intelligence del XXI secolo, Sperling & Kupfler, Milano, 2010.

Alla base di entrambe le ricerche sta la constatazione del peso crescente dei servizi segreti nelle società contemporanee. Secondo Giannuli i servizi sono oggi tutt’uno col processo decisionale politico, e la loro pervasività copre l’intera vita sociale. La sua analisi muove dai primi del Novecento: l’uso sistematico dell’intelligence risale, infatti, alla prima guerra mondiale. Da quel momento i servizi cominciarono ad agire non solo nel campo della raccolta informativa e della conseguente vigilanza e repressione degli oppositori politici, ma anche in quello della propaganda. Una caratteristica, questa, che si andò accentuando fino all’affermazione, nel secondo dopoguerra, del cosiddetto “modello CIA”, un servizio prevalentemente civile, a forte vocazione politica, alle dipendenze del capo del governo e legato al mondo imprenditoriale, in cui la manipolazione informativa e le azioni di destabilizzazione erano tutt’uno con il tradizionale compito di raccolta informativa, vigilanza e repressione.

Per quanto riguarda la “raccolta informativa”, al contrario di quanto si potrebbe pensare, ancora oggi la parte più cospicua delle informazioni viene dalle fonti umane e non da fonti tecniche, nonostante l’alto livello tecnologico simboleggiato dal sistema di sorveglianza globale Echelon. La costante è sempre il monitoraggio costante degli ambienti ritenuti “interessanti”.

Il termine “manipolazione informativa” sta invece a indicare il fatto che i servizi sono in primo luogo – e ancor più nell’odierna “società della comunicazione” – diffusori di notizie, maestri nella disinformazione di massa dell’opinione pubblica.

Inoltre è noto come essi siano i protagonisti di azioni militari vere e proprie. La storia e la cronaca ne offrono le prove: il Novecento è il secolo dei colpi di Stato e nell’ultimo mezzo secolo non c’è stato Paese che non abbia sostenuto, in qualche modo, un movimento di guerriglia.

Oggi, in tempi di guerra globale, asimmetrica o “coperta”, in uno stato di conflittualità permanente che ha svilito il concetto stesso di “diritto internazionale”, i servizi non solo hanno una centralità maggiore rispetto al passato, ma sono il punto in cui politica e guerra diventano sinonimi.

Quel che salta agli occhi, e che dovrebbe far riflettere tanti “democratici”, è il fatto che i servizi segreti sono istituiti programmaticamente per compiere azioni illegali. La loro stessa esistenza contraddice il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e l’obbligo dei governanti di sottostare ad essa. I servizi sono così una sorta di associazione a delinquere autorizzata, i cui costi tra l’altro ricadono sulla collettività: i cittadini pagano per essere controllati, disinformati, o essere vittime di operazioni militari.

La lettura del lavoro molto analitico di De Lutiis serve a completare alcuni delle tesi di Giannuli. L’autore scandaglia la storia repubblicana italiana attraverso alcune tappe significative nelle vicende dei servizi. Come è noto, e come dimostrano documenti oggi consultabili negli Stati Uniti, il governo statunitense predispose piani di intervento militare in caso di invasione sovietica o di vittoria elettorale del PCI sin dall’inizio della guerra fredda. Una “opzione”, questa, che influenza tutta la politica dei decenni successivi: in questo contesto va inquadrata la schedatura di massa iniziata dal SIFAR alla fine degli anni Cinquanta, così come quei golpe minacciati prima e tentati poi che si svilupparono nella strategia della tensione. Così il piano “Solo” del luglio 1964, la strage di Piazza Fontana del dicembre 1969, il tentato golpe Borghese di un anno più tardi, sono tutti elementi all’interno di un quadro coerente. Allo stesso modo i tentativi “eversivi” da parte dei gruppi di estrema destra degli anni successivi, apparentemente distinti, vanno invece inquadrati in maniera unitaria: è sempre la carta del golpe che viene minacciata. Almeno fino alla strage della stazione di Bologna del 1980, il disegno politico complessivo, chiaro allora, risulta oggi inequivocabile.

Proprio nel caso della strage del 2 agosto 1980 oggi si può toccare con mano la continuità ideale fra i “depistaggi” dei servizi segreti e quelli di “opinionisti” come l’ex presidente Cossiga. Da una parte, infatti, SISMI e P2, già pochi mesi dopo l’agosto 1980, per sviare le indagini fecero collocare in un treno da un sottufficiale dei carabinieri una valigia piena di esplosivo dello stesso tipo di quello usato per la strage (operazione “terrore sui treni”), dall’altra ogni anno sui giornali viene riproposta una incoerente, infondata “pista palestinese” nel quadro di una disinformazione pervasiva sulla “strategia delle stragi”, sulle sue finalità di disciplinamento sociale e sui suoi esecutori e mandanti.

Tali depistaggi sono stati confermati anche in sede giudiziaria: nella sentenza istruttoria dei giudici Zincano a Castaldo presso il tribunale di Bologna del 14 giugno 1986 si legge: “L’opera di inquinamento delle indagini appare così imponente e sistematica da non consentire alcun dubbio sulle sue finalità: impedire con ogni mezzo l’accertamento della verità! Se ciò è vero, e non sembra si possa minimamente discuterne, diviene legittima sul piano rigorosamente logico una seconda proposizione: soltanto l’esistenza di un legame di qualche natura tra gli autori della strage e gli autori dei tentativi di depistaggio può spiegare un simile comportamento; o perché la strage fu eseguita dai primi su mandato degli altri, o perché la strage, benché autonomamente organizzata ed eseguita, rientrava in un comune progetto politico, la cui gestione richiedeva necessariamente che non fossero scoperti gli autori” (p. 281, i corsivi sono dei magistrati).

Proprio la ricostruzione storica dello stragismo neofascista e delle sue coperture istituzionali mostra l’inconsistenza del concetto stesso di servizi “devianti” o “deviati” o delle cosiddette “mele marce”. A smentire queste tesi basterebbe una breve storia dei depistaggi, senza dimenticare che tutte le presunte deviazioni avvenute nei servizi segreti italiani tra il 1959 e il 1981 ebbero sempre come protagonisti principali i direttori del servizio.

Così le innumerevoli strutture nascoste e i protocolli segreti all’interno dei servizi o con strettissimi rapporti con essi (Rosa dei venti, Stay Behind, Gladio, P2) non sono servizi deviati, ma meccanismi interni a un sistema ben consapevole.

In tale quadro, sostanzialmente coerente al di là delle lotte di potere e di fazione, vanno inquadrati i rapporti di collaborazione con l’estrema destra, gli industriali (FIAT su tutti), la stampa.

Tutte dinamiche che continuano, e anzi si intensificano, ancora oggi, come dimostrano le recenti “rivelazioni” sulle bombe del 1993, la vicenda Nigergate e quella di Abu Omar o il fatto che il candidato successore dell’ormai indifendibile Bertolaso sia Franco Gabrielli, ex capo del SISDE. Gli esempi sono davvero innumerevoli, e basta del resto leggere un qualsiasi quotidiano per rendersi conto del grado di commistione tra servizi e governo, tra mondo militare e politico.

Le recenti “riforme” dei servizi sono in realtà piccoli camuffamenti e cambiamenti di nome di meccanismi di un sistema di comando feroce in cui anche la più pallida coloritura democratica sembra volgere al nero.

RedB

Posted in Generale.