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Antifascismo e lotta sociale


Periodicamente viene inviata ai nodi di Indymedia (Abruzzo, Liguria, Emilia-Romagna, Lombardia, Napoli, Piemonte) una semplicistica e ingenerosa Critica dell’antifascismo che, a voler essere benevoli, potrebbe contenere anche un fondo di verità riassumibile in questi termini: se l’antifascismo diventa una retorica sfuocata che svia il conflitto sociale in una prospettiva costituzionale e interclassista, esso può al limite diventare un elemento di confusione.

Noi riteniamo, con la Controrivoluzione preventiva di Luigi Fabbri, che sia proprio il contrario: quando le burocrazie politiche “di sinistra” gettano via gli strumenti del conflitto sociale e di genere, allora la classe dirigente borghese può incanalare la rabbia di chi è oppresso attraverso ideologie populiste, nazionaliste, sessiste, razziste, gerarchizzanti, organiciste e totalitarie. Questo è il fascismo.

Scriveva Fabbri già nel 1922: «il fascismo fu aiutato (ed è forse ciò che ha fatto specialmente la sua fortuna) non soltanto dal caso, ma dagli errori stessi, alcuni dei quali imperdonabili, degli uomini, dei partiti e delle organizzazioni operaie e socialistiche».

E fra questi errori imperdonabili quello fondamentale è di aver creduto che la legalità anziché il conflitto potesse garantire una difesa dal disciplinamento autoritario del lavoro e della società: «avendo il proletario preferito riparare passivamente dietro la legalità, anche questa debole trincea fu in più punti demolita dal nemico, giacché – visto che i socialisti risultavano i più deboli – polizia e forza pubblica non ebbero più alcun scrupolo a palesarsi alla luce del sole alleati del fascismo; e l’offensiva combinata delle forze illegali e legali, cui si aggiungeva poco più tardi anche la magistratura, incominciò».

Anche per queste ragioni ci sembra significativo – benché possa risultare condivisibile solo in parte – questo intervento pubblicato su Carmilla:

L’assenza della “lotta di classe” e i disastri che ne derivano
di Sandro Moiso

L’opportunità delle riflessioni che seguono mi è stata dettata in parte dall’intervento di Valerio Evangelisti sul tema del nazional-bolscevismo “de noantri” (di cui condivido pienamente i contenuti) e in parte dall’affaire Saviano-Dal Lago (che invece puzza su più fronti).

La lotta di classe di cui intendo pertanto parlare non è quella reale (che come avrò modo di affermare in altra parte di questo testo non viene mai a mancare nella storia delle società umane), ma piuttosto quella ormai del tutto assente sia nel dibattito politico contemporaneo che in gran parte della rappresentazione che la letteratura, o sarebbe forse meglio dire il mondo delle lettere, trasmette della realtà contemporanea o delle epoche passate. Con quest’ultima affermazione non si intende però affatto riproporre qui alcun ritorno al realismo naturalistico o, peggio ancora, a quello di stampo proletario o tardo-sovietico, quanto piuttosto sottolineare un rumoroso silenzio di fondo.

Premetto anche che ho letto con interesse fin dalla sua prima uscita Gomorra e di esserne stato, all’epoca, favorevolmente impressionato, tanto da proporre, nella piccola realtà di provincia in cui ho scelto di vivere, un incontro con il suo giovane autore. Allora, però, gli interessati rilevarono che da poco sull’isola era stato Marco Travaglio e Saviano rischiava di essere un doppione di quell’incontro con i lettori e non. Non mi trovai d’accordo con quella miope semplificazione, ma ad anni di distanza devo riconoscere che conteneva un barlume, diverso, di verità.

L’assenza della lotta di classe è quindi il nodo intorno al quale intendo articolare il mio discorso e inizio proprio dall’affermazione di Evangelisti, che ciò che rivela l’inconsistenza e l’ambiguità delle posizioni fascio-comuniste (mi permetta Pennacchi di copiarne l’espressione) attuali è proprio la totale assenza di ogni riferimento alla lotta di classe nell’ambito delle tesi prodotte. Purtroppo questo “male” è partito ben prima dalla sinistra istituzionale (in particolare dal PCI e da tutti suoi derivati più o meno geneticamente modificati), per cui la deriva a-classista della destra travestita di rivoluzionarismo non è che l’ennesima riprova dei danni che il revisionismo (di sinistra) e l’opportunismo politico possono causare a tutti i livelli. Qualsiasi rappresentante dell’imbolsita sinistra parlamentare non può che aborrire la lotta di classe e ogni esternazione che la riguardi, quasi come Turati quando scriveva alla Kuliscioff le sue preoccupazioni per la settimana rossa del 1914, non tanto di carattere politico quanto piuttosto di vero e proprio timore per la propria incolumità fisica nei confronti dei rivoltosi. Delle strategie messe in atto dal suddetto partito e dalle sue appendici sindacali e giudiziarie negli anni delle lotte operaie e studentesche per reprimere ogni autonomia e iniziativa di classe ho già parlato nel testo Riti di passaggio, da poco finito di pubblicare sul sito di Carmilla, e non mi dilungherò oltre.

Ma interessa qui sottolineare che se è vero che la lotta di classe nella sua essenza ultima è sostituita, nei gruppi e nei siti indicati da Valerio, dalla teoria dei complotti e da quella del controllo giudaico-bancario del mondo, è altresì vero che proprio il riformismo e il revisionismo di sinistra (da Kautsky in avanti per non fare nomi) hanno sempre, alla fine, fatto prevalere sulla rabbia degli oppressi l’idea che “con un po’ di pazienza e qualche compromesso si sarebbe aggiustato tutto”… con le conseguenze che tutti abbiamo oggi sotto gli occhi a livello planetario (e italiano in particolare). Il capitalismo ben temperato, così titolava un suo breve saggio Romano Prodi nei primi anni Novanta: un autentico programma per colui che è stato più di un’icona per la sinistra moderata (e non soltanto). Qualche ritocchino qui, qualche tassa là et voilà un bel capitalismo giusto, equo, magari cristianuccio e senza bisogno di sommovimenti per togliercelo di torno. With the best compliments! Quanti poi ancora si sono illusi di improbabili Tobin tax, tanto da dare poi l’occasione al massacratore Tremonti di nascondersi (con tanti altri suoi colleghi di sinistra ed europei) dietro alla denuncia della corruzione e dello strozzinaggio bancario? E qui mi vien da dire alla livornese “Oh bellini, de L’imperialismo fase suprema del capitalismo di Lenin, scritto già all’inizio del ’900, non ne avete mai sentito parlare?” Magari Tremonti e la destra insinistrita no, ma a sinistra?”

In quanto a teoria dei complotti poi, la sinistra italiana non è seconda nessuno: le BR e i gruppi della lotta armata degli anni Settanta? Fascisti e opera dei servizi di chissà chi e per chissà quali fini. Le avanguardie operaie e studentesche degli anni Sessanta e Settanta? Provocatori prezzolati. Chi esprime giudizi di condanna nei confronti del sionismo imperiale israeliano? Antisemita. La crisi attuale? Colpa delle mafie nazionali e internazionali e, guarda caso, delle banche. La risposta? Legalità, legalità, legalità… mentre si sa, spesso la lotta di classe è costretta all’illegalità. Specie quando il diritto di sciopero è negato oppure ridotto e misurato. Opera di Marchionne e del Berlusca? Nossignori, si comincia con le scelte sindacali della fine degli anni Settanta e con Berlinguer davanti ai cancelli della FIAT nel 1980 a dire che l’occupazione degli stabilimenti era inutile e controproducente… mentre lo stesso Statuto del Lavoratori, insieme ai Decreti Delegati per la scuola, costituì di fatto un primo argine “leggero” all’iniziativa di classe.

Mi fermo qui, ma l’elenco dei contributi dalla Sinistra istituzionale al “superamento” (bell’eufemismo eh?) della lotta di classe potrebbe continuare a lungo. Ora, però, anche se più nessuno parla di lei, la lotta di classe continua a esistere, così come gli amici e i nemici nella guerra che si combatte storicamente tra le classi (con buona pace di tutti quelli che vogliono superare la logica dell’amico-nemico… e magari fare una bella ammucchiata di idee da mandare al macero). Perché la lotta di classe comunque la borghesia, la classe imprenditoriale la fa sempre, per difendere i propri profitti e i propri interessi nei confronti dei lavoratori e dei popoli soggiogati, mentre anche questi ultimi manifestano il loro antagonismo nei confronti della società divisa in classi e nei confronti dell’ineguale ripartizione dei frutti del lavoro sociale. Con una differenza: mentre le classi dominanti hanno nelle mani le leve dello stato e dell’economia e sanno bene quali sono i loro interessi e ciò che hanno da perdere, spesso la classe o le classi oppresse agiscono spontaneamente e, direi, animalescamente nei confronti dell’avversario, sovente ignare del proprio destino e di quali siano i reali interessi in gioco e anche di chi siano i veri possibili alleati e i reali nemici. Altrimenti sarebbe tutto troppo facile e vivremmo già in un mondo di liberi e uguali.

Scriveva Engels nel 1844-45: “Se gli autori socialisti attribuiscono al proletariato un ruolo storico mondiale, non è perché considerino i proletari degli dei. È piuttosto il contrario. Proprio perché nel proletariato pienamente sviluppato è praticamente compiuta l’astrazione di ogni umanità, perfino dell’apparenza dell’umanità; proprio perché nelle condizioni di vita del proletariato si condensano nella forma più inumana tutte le condizioni di vita della società attuale; proprio perché in lui l’uomo si è perduto ma, nello stesso tempo, non solo ha acquisito la coscienza teorica di questa perdita, ma è anche direttamente costretto a ribellarsi contro questa inumanità dal bisogno ormai ineluttabile, insofferente di ogni palliativo, assolutamente imperiosa espressione pratica della necessità: proprio per ciò il proletariato può e deve liberarsi. Ma non può liberarsi senza sopprimere le sue condizioni di esistenza. Non può sopprimere le sue condizioni di esistenza senza sopprimere tutte le inumane condizioni di esistenza della società attuale, che si condensano nella sua situazione. Non si tratta di ciò che questo o quel proletario, o perfino l’intero proletariato s’immagina di volta in volta come il suo fine. Si tratta di ciò che esso è, e di ciò che sarà storicamente costretto a fare in conformità a questo essere” (Marx–Engels, La sacra famiglia, cap. IV, Nota marginale critica).

Con buona pace dei perbenisti, dei riformisti, dei cattolici e dei fan del libero arbitrio, le classi lottano e, in particolare, quelle sottomesse sono obbligate a lottare e a cercare una strada per uscire dall’oppressione. La guerriglia islamica in una parte del mondo, la difesa razzista del proprio posto di lavoro in un’altra parte sono risposte confuse, contraddittorie a una necessità impellente cui i partiti d’opposizione imbastarditi non sanno e non vogliono più dare risposta. Ottant’anni di stalinismo (certo non morto nel 1953 e nemmeno con l’abbandono di sigle altisonanti e con il crollo dei muri) hanno falcidiato non solo materialmente le file di chi si oppone radicalmente all’ordine sociale attuale, ma hanno anche privato i lavoratori e i ribelli per necessità di strumenti di valutazione e organizzazione imprescindibili. Regalandoli a pattuglie di scimmiottatori, di destra e di sinistra, il cui unico scopo sembra solo quello di diffondere sfiducia e ignoranza.

Marx, Lenin e Bordiga, tanto per citare le più chiare espressioni di un certo pensiero critico, vedevano nel partito non solo e sempre uno strumento tattico ed organizzativo, ma soprattutto una sorta di coscienza esterna alla classe, una sorta di filo rosso in grado di dare continuità alle esperienze e alle lotte della stessa, ricongiungendo ogni volta i bisogni e la rabbia del momento all’arco storico delle trasformazioni e delle rivoluzioni sociali. Trasformando quest’organismo in un mero organo di comando e di gestione del potere o dei voti, si sono privati i lavoratori della coscienza e della prospettiva. Da questo punto di vista anche la trasmissione dell’ideale anarchico o consigliare necessita dello stesso tipo di strumento teorico, poiché è la funzione e non la forma a delinearne la necessità.

Già a cavallo della I guerra mondiale Mussolini poté approfittare del suo prestigio di rivoluzionario e della confusione generata dalle indecisioni, dall’opportunismo e dalla corruzione del partito socialista di allora per dar vita ad un’organizzazione falsamente rivoluzionaria di destra che intendeva combattere la plutocrazia, la massoneria e la borghesia (e che non parlava più di lotta di classe se non in termini geopolitici) per affascinare una parte del proletariato italiano. Così come avvenne in Germania, tra gli anni venti e trenta, dopo le sbandate politiche e teoriche dell’Internazionale stalinizzata. La storia si ripete con attori nuovi e sempre più farseschi anche oggi, ma le conseguenze delle rimozioni e dei tradimenti operati dalla Sinistra presunta non hanno smesso di causare danni politici e sociali enormi.

Ho sempre insegnato per scelta negli istituti tecnici e professionali, senza mai nascondere le mie idee; per anni nella cintura, ormai ex, operaia di Torino, eppure negli ultimi anni, in una scuola in cui gli studenti erano sempre stati di sinistra, anche estrema, cominciò a prendere significativamente forma Forza Nuova. I miei studenti dialogavano ancora con me e mi rispettavano, ma alle mie domande sul perché di quella scelta politica, rispondevano immancabilmente “Perché la sinistra è il partito dei ricchi”. Temo che se oggi tornassi a Torino e, alle porte di Mirafiori dove un tempo avevo volantinato per Lotta Continua, chiedessi agli operai FIAT perché hanno votato Lega, mi direbbero la stessa cosa. E allora, qualcuno dirà, che cazzo vuoi dire con tutto questo?! Semplice, amore mio, senza teoria del valore e tutta l’analisi del capitalismo che ne consegue, senza indirizzi e certezze per la lotta di classe e senza prospettive generali non si va da nessuna parte, anzi no, si è destinati a sprofondare sempre più nei baratri economici, politici, militari e ambientali aperti dal capitalismo lungo tutto il suo percorso. Con buona pace del diritto, della democrazia del buon senso, del superamento delle ideologie e della fine della storia.

E l’affaire Saviano-Dal Lago? C’entra, c’entra, eccome se c’entra. Per tutto quello che è stato detto fino ad ora, il lavoro onesto di un cronista-autore è stato trasformato in qualcosa su cui occorre assolutamente schierarsi. O con Saviano o con la mafiacamorrasacracoronaunitandrangheta… in stile tipicamente italico di questi tempi e in modo totalmente fuorviante. Se c’era una cosa positiva nell’opera di Saviano (e che la contraddistingue comunque da quella di un Travaglio), era proprio quella di separare il fenomeno camorra da quello di Berlusconi e del suo governo. In Gomorra non si trova mai la facile formula: Camorra-Berlusconi = rovina d’Italia. Piuttosto si cercava nel testo di vedere come al fenomeno camorristico corrispondesse una certa struttura capitalistica che ne facilitava lo sviluppo e ne amplificava le conseguenze, sia con governi locali di destra che di sinistra. L’esplodere del caso ha fatto invece sì che non si parlasse più della sostanza, ma soltanto del suo feticcio – “la necessità della lotta alla camorra (leggi anche mafia o altre organizzazioni della malavita a livello nazionale ed internazionale)” – come valore fondante di un nuovo futuro. Saviano si è trovato quindi a vestire, e purtroppo non mi sembra che gli sia poi troppo dispiaciuto, i panni dell’icona democratica e legalitaria a cui aggrapparsi (o fare aggrappare) in tempi cupi sia dal punto di vista economico che politico e sociale. Anche chi lo ha criticato si è trovato invischiato in un gioco più ampio, in cui come al solito occorreva schierarsi… sul nulla e verso il nulla.

Non che camorra e mafia non costituiscano un serio problema, ma se l’analisi resta costretta nei margini del diritto e della legalità nulla di utile può uscirne per il futuro. Tanto per cominciare il giovane disoccupato che entra per necessità, e non solo per libero arbitrio, nelle strutture della malavita organizzata, chi è, come lo collochiamo in un’analisi della classe? Quando Bassolino salì i gradini del comune di Napoli, molti esponenti della sinistra esultarono vedendo in lui e nella sua elezione una sorta di rinascimento napoletano, eppure l’Italsider chiudeva così come altri importanti stabilimenti dell’area avevano chiuso prima, frantumando una classe operaia orgogliosa e combattiva. Sarebbe utile confrontare quanto è avvenuto a livello sociale in Campania con le cronache di Alessandro Portelli sulla contea di Harlan, in Virginia, dove una classe ultra-combattiva di minatori (ne è testimone uno dei più bei documentari sulle lotte operaie mai realizzato, Harlan County USA appunto), si è trasformata a seguito della sconfitta e della susseguente chiusura delle miniere, e ha visto trasformare i propri figli, in manovalanza per la malavita locale. Sarà questo il piano di Marchionne (o qualcuno vuole ancora difenderlo)?

Dal punto di vista politico è poi storicamente innegabile che fin dai tempi di Giolitti nessun partito e nessun governo ha potuto fare a meno della Camorra a livello di potere locale, per cui, come direbbe Ellroy, “Non siamo mai stati innocenti, la verginità l’abbiamo persa con il suffragio universale maschile”.

Per finire l’aspetto economico, anzi meglio il tempo di rotazione del capitale, dato da cui è impossibile scindere qualsiasi analisi seria dell’espansione del fenomeno mafioso e camorristico in Italia. Ma qui entra in gioco anche la caduta tendenziale del saggio di profitto, vera bestia nera di tutti i riformisti e di tutti gli economisti schierati a difesa del sempiterno capitale. Eppure, eppure… l’arcano sta proprio lì. In tempi di incremento sempre minore dei profitti legati alla produzione, l’imprenditore “moderno”, il finanziere squalo già disegnato da Lenin, il capitale vampiro già definito da Marx, preferirà investire in Capitale costante e Capitale variabile oppure in un bel container di cocaina o di ragazze schiave. Oppure preferirà alleggerire i costi della manodopera-capitale variabile con un bel po’ di lavoro nero rigidamente controllato dai clan… ma, signori, questo è capitalismo (che non si tempera e non si riforma). E quindi, scusate la brevità, ancora, per l’analisi di Gomorra e dibattiti annessi, lotta di classe e teoria del valore.

Senza dimenticare che nessuno degli autori-attori coinvolti si è ricordato della lunga tradizione di lotta di classe della “polveriera d’Italia”, che ha visto nascere l’anarchismo nella seconda metà dell’Ottocento, così come il comunismo italiano attraverso le esperienze del giornale “Il Soviet”, con la sua ferrea posizione anti-massonica e rigidamente astensionista, dopo la prima guerra mondiale.

E il mondo delle lettere? Be’, scusate ma c’entra anche quello, perché ’ste storie di mafia, camorra e intrighi di servizi e di killer son proprio belle da raccontare (e a me piacciono assai). Ma un conto è una bella storia, un bel noir di Manchette o di Pagan, dove tutto si dipana da sé: disperazione, miseria, rabbia, violenza… ma se cominciamo a voler spiegare la storia con la dietrologia, con il complotto, se saltiamo a piè pari le complicazioni prodotte dalle classi, dalle loro lotte esogene ed endogene, allora ha ragione il grande scrittore sudafricano bianco Breyten Breytenbach, incarcerato per anni come terrorista per aver appoggiato fattivamente la lotta anti-apartheid, quando afferma: “L’importanza dello scrittore va ridimensionata. Noi non siamo maestri, profeti o eroi; se tali vogliamo essere, occorre separare rigorosamente i ruoli. Dobbiamo accettare il fatto che il sogno non è una scienza e che ci limitiamo a influenzare una parte marginale della società”.

Per finire: è vero, né qui né tanto meno in Riti di passaggio ho mai usato il termine comunismo-comunisti anche se richiamo Marx, Lenin, Bordiga. Quest’ultimo, anti-stalinista di insuperate capacità dialettiche, già negli anni Cinquanta aveva parlato dei misfatti e dei crimini compiuti in nome del “marxismo”. Figuriamoci oggi, dopo la fine e i crimini dell’URSS e dello stalinismo sopravvissuto, se avrebbe ancora senso sbandierare il termine comunismo… meglio un radicale anticapitalismo, che di lotte di classe e di teoria del valore sappia ancora parlare e che non abbia nei magistrati e nei partiti d’ordine populisti i propri eroi.

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