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Libri: la storia partigiana della ‘staffetta’ Sandra

Dal campo di concentramento alla libertà: la storia partigiana della ‘staffetta’ Sandra

La Resistenza, l’arresto, la prigionia a Bolzano raccontate nel volume di Nori Brambilla Pesce. Le sue memorie sono pagine rivolte al futuro. Per una pagina di storia che è una lezione di vita

di Cinzia Sasso
(da Repubblica Milano)

Fui catturata il pomeriggio del 12 settembre 1944, tradita da un partigiano passato al nemico. Ricordo che quella sera stessa, aspettando l’interrogatorio, ripensai alle parole di Vera, quando, pochi mesi prima, le avevo detto che volevo entrare nei Gap. “Rischierai di essere uccisa, o torturata. La tortura è la cosa più terribile. Hai visto come si salta, solo a bruciarsi un dito con un cerino?” Ebbi un pensiero anche per la sottoveste di seta rosa che indossavo: come tutti i miei vestiti, era stata cucita da mia madre, ed era molto graziosa. “Peccato”, pensai.

Sono dovuti passare sessantasei anni perché, finalmente, Onorina Brambilla, più conosciuta come Nori Pesce, che è il cognome di suo marito Giovanni, decidesse di scrivere le sue memorie. Nello studio della sua casa c’erano decine di cartellette piene di carte ingiallite: gli articoli pubblicati sul Calendario del popolo, gli appunti, soprattutto le lettere che ogni giorno, dal lager, scriveva alla madre. Ci è voluta la passione di un giovane studioso, Roberto Farina, a convincerla. E forse è stato necessario anche che Nori, rimasta vedova tre anni fa, si liberasse del tutto di “Visone”, il suo comandante. Dopo Il pane nero di Miriam Mafai, ecco dunque Il pane bianco (edizioni Arterigere, 14 euro) della compagna Sandra, che era il nome di battaglia che aveva scelto “così, solo perché mi piaceva”.

È una piccola grande storia che racconta gli ultimi mesi della guerra a Milano: i tradimenti, il bisogno di combattere, la paura, la fame, anche l’amore. Un diario in prima persona delle azioni di guerriglia, della detenzione nel carcere di Monza e San Vittore, dell’internamento nel campo di concentramento di Bolzano; fino al ritorno a casa, a piedi, a guerra finita, e il semplice rientro nella vita normale, come se quella delle torture, del lavoro forzato, della militanza clandestina nel partito comunista (che aveva recapitato la tessera anche nel campo), fossero semplici parentesi, da accennare con estremo pudore.

Nori aveva appena compiuto ventuno anni quando venne arrestata dalle SS. Da un anno era una staffetta partigiana che faceva quello di cui c’era bisogno nella lotta per riconquistare la libertà. Avrebbe voluto andare in montagna a combattere, ma siccome era bella, decisero che era meglio che restasse in città, a trasportare esplosivo, a trasmettere informazioni, a incontrare i capi, clandestini, dei gruppi che facevano azioni a Milano. Divenne così la staffetta del comandante Visone. Una ragazzina solare, sempre sorridente, avrebbe dato meno nell’occhio. Ed era vero: sul 33 furono due poliziotti ad aiutarla a trasportare dieci chili di esplosivo; in porta Ludovica superò un controllo dei marò della San Marco, addestrati in Germania, con addosso due pistole; in piazza Ascoli prese in consegna l’arma che era servita a sparare a un maresciallo delle SS italiane.

Ci sono episodi terribili, dietro queste pagine; ma si possono solo intuire. Nori Pesce li racconta con distacco, freddezza e una semplicità disarmante. L’arresto, in corso Buenos Aires, tradita da un delatore; il gatto a sette code di Werning, detto “l’ucraino”, che compare e basta, senza dettagli, nel carcere a Monza; i due pastori tedeschi della “tigre”, la donna soldato che girava per il campo di Bolzano armata di pistola e frustino. Ma la parte più bella sono le lettere alla madre: “Mamma cara…”, è sempre l’inizio. Fogli fitti, pieni di pietose bugie: sono allegra, e preoccupata solo per te; si lavora tanto, e così il tempo passa in fretta; il mio indirizzo è matricola 6807, blocco E, mandami le scarpe marroni, pazienza se sono nuove; qui l’aria è buona, così buona che abbiamo sempre fame. E per questo, in ogni lettera, Nori chiedeva alla madre del pane: “Mandami sempre pane bianco, in qualsiasi maniera, che è quello che più ci manca”. Adesso Onorina Brambilla ha 87 anni. Ha passato gli ultimi a girare per le scuola e a raccontare che cosa è stata la Resistenza. In tanti le chiedevano di scrivere le sue memorie. “Questo libro — dice — l’ho scritto solo perché me lo hanno chiesto i giovani”.

Non ho rimorsi. Ho un solo rimpianto, ma non voglio parlarne. Quando cala il sole chiudo le persiane perché non amo il buio della notte.

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2 Responses

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  1. Luigi says

    Non ho ancora letto il libro, ma presto lo farò. Voglio solo ringraziare Sandra per tutto quello che ha fatto per noi….

Continuing the Discussion

  1. Piero Ricca » Il pane bianco linked to this post on Aprile 1, 2011

    […] da documenti e appunti sparsi di Onorina, l’amico Rob Farina ha tratto un libro interessante: Il pane bianco. Una testimonianza di come, rispetto ai modelli dominanti. ci sia tutto un altro modo di stare al […]

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