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Il Colombo e la Santerellina

Sempre fedele a se stessa, la stragista Francesca Mambro chiede il sequestro giudiziario di un cortometraggio pluripremiato che racconta la storia di un ragazzo di diciassette anni ucciso dai NAR, Alessandro Caravillani.

Secondo testimoni oculari, Caravillani stava attraversando la strada per andare a scuola e si era trovato in mezzo a una sparatoria. Venne colpito di rimbalzo a un ginocchio e dal giaccone gli usciva il manico di un ombrello corto. In quel momento Francesca Mambro l’avrebbe scambiato per una pistola credendo che Alessandro fosse un poliziotto in borghese. Allora sarebbe tornata indietro e gli avrebbe sparato alla testa. La versione dei testimoni, fu però smentita dalla perizia balistica che accreditò l’ipotesi di un secondo colpo di rimbalzo alla testa. Solo rimbalzi.

Ovviamente, a difendere Francesca Mambro scende in campo lo statista fallito Andrea Colombo: ex dirigente di Potere Operaio, ex politico rampante, ex portavoce di Rifondazione Comunista al Senato quando il pacifista Bertinotti era il numero tre dello Stato e benediva i militari della Folgore, oggi egli annega il rammarico di non essere stato il leader maximo in una snobistica difesa a oltranza del neofascismo.

Quella del Colombo è una difesa tecnica, basata sull’orientamento politico del giudice: «Il pm Loris D’Ambrosio, magistrato non sospetto di simpatie per la destra, attualmente consigliere della presidenza della Repubblica dopo essere stato capo di gabinetto di quattro diversi ministri della Giustizia di centrosinistra…».

Insomma, rimbalzo, doppio rimbalzo. E il Colombo addiviene infine a una dichiarazione categorica d’impossibilità: «Ma di qui a freddare un ragazzo di 17 anni con un colpo di grazia ce ne passa e anche i terroristi, neri o rossi o bianchi che siano, hanno il diritto di non vedersi ingiustamente attribuita la responsabilità di infamità ignobili». A parte il taglio giudiziario applicato a un prodotto artistico, anche in un’ottica più generale il Colombo tuba a torto.

Certo, Roberto Scialabba aveva 24 anni e aveva i capelli lunghi. Ma è stato freddato proprio così, con un colpo di grazia, preso a caso, sparacchiando per sfizio su persone dall’aspetto “di sinistra”. E se non fosse stato per il parzialissimo “pentimento” del cognato di Francesca Mambro, crederemmo ancora alla versione ufficiale di una lite fra spacciatori. Ecco il verbale in cui Cristiano Fioravanti ricorda l’omicidio di Scialabba:

«Giunti in piazza Don Bosco sulla Fiat 130 la cui targa era stata coperta con un giornale, vedemmo che c’erano due o tre persone sedute su una panchina o staccionata dei giardinetti che si trovavano vicino alla strada, dalla parte sinistra, andando verso Don Bosco, mentre altre due o tre persone erano in piedi vicino alla detta panchina o staccionata. Il Bianco rimase al volante della vettura, ed egualmente a bordo della stessa rimase come copertura Alibrandi. […] Mi sembra che abbiamo fatto subito fuoco. Io sono sicuro di aver colpito una delle persone verso la quale avevo sparato uno o due colpi, e non potei spararne altri perché la pistola mi si inceppò. Anselmi scaricò tutto il caricatore della sua pistola, ma non so dire se abbia colpito alcuno, perché fra di noi aveva stima di essere un pessimo tiratore e lo soprannominavamo “il cieco di Urbino”. Valerio colpì uno dei giovani che cadde in terra. Visto ciò, Valerio gli salì a cavalcioni sul corpo, sempre rimanendo in piedi, e gli sparò in testa un colpo o due. […] Non si era parlato espressamente in precedenza di quello che si voleva fare, ma quando tornammo alle nostre macchine nessuna delle tre persone che ci attendevano ebbe a mostrarsi dispiaciuta» (dal verbale d’interrogatorio di Cristiano Fioravanti, Roma, 12 marzo 1982).

«Infamità ignobili», come dice Colombo, i neofascisti ne hanno fatte tante e il cortometraggio ben ha fatto a ricordarlo.

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