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Prove giornalistiche per incanalare la protesta

Nelle sue Riflessioni sulle origini dello Hitlerismo del 1939, Simone Weil ricorda che nel 1932, pochi mesi prima della nomina al governo di Adolf Hitler, il Partito Socialista era il partito con maggiori consensi e il Partito Comunista superava il NSDAP di Hitler.

Così a Berlino, nel novembre del 1932, il 78% dei lavoratori aderirono allo sciopero dei trasporti indetto congiuntamente dai comunisti e dai nazisti, confortati dall’ampio appoggio della popolazione operaia berlinese. E iniziò così la più odiosa, sordida e sanguinaria avventura di tutta la storia europea.

Quattro anni dopo la politica nazista aveva edificato uno Stato totalitario e cominciava a promulgare leggi sempre più atroci applicandole con rigore e ferocia nel silenzio generale di una società o complice o impotente. Per questo neonazisti e neofascisti amano tanto vestire gli abiti rossobruni. Non è la prima volta che questa strategia li porta al potere.

Per fortuna la storia non si ripete mai e i pericoli vengono sempre da dove meno ce li si aspetta.

Tuttavia fa impressione leggere, sulla cronaca del «Corriere» dell’11 dicembre, il resoconto della mobilitazione di Torino e l’entusiasmo del giornalista per un superamento delle ideologie invocato da anni e anni al solo fine di sottrarre ai movimenti sociali gli strumenti base per leggere la realtà del dominio e dello sfruttamento. Ecco alcuni brani salienti dell’articolo firmato da Marco Imarisio che, prima ancora che una precisa realtà dei fatti, sembra riflettere la volontà e il desiderio del padronato italiano di incanalare le proteste in una richiesta di ordine e gerarchia:

“Quando gli studenti del collettivo universitario autonomo e i metalmeccanici della Fiom intonano le prime strofe di «Bella ciao» la via Alfieri piena zeppa di gente si apre come il Mar Rosso davanti a Mosè. Da una parte loro, con le bandiere rosse e il canto dei partigiani. Dall’altra decine di mani tese nel saluto romano, molte teste rasate e altrettanti cori di «vergogna, vergogna». I tarallucci e il vino che fanno dissolvere la tensione li porta Federico Bellono, segretario regionale delle tute blu. «Siamo tutti operai» dice, e strappa alla controparte un timido applauso. Rossi e neri possono dirigersi verso la sede del Consiglio regionale.
[…]

La protesta non è la stessa, ma l’interesse è identico, la situazione di caos che i forconi sono stati capaci di creare, non importa con quale metodo. Il pulmino bardato di tricolore in mezzo a piazza Castello rappresenta la coccarda sul trofeo. La manovalanza della destra più radicale, tra Forza Nuova e CasaPound, si è sempre mossa con discrezione e in ordine sparso, senza ufficialità. Ieri si è mostrata in pubblico con una certa fierezza, con una specie di presidio, quasi a rivendicare il lavoro svolto in precedenza, e per questo pomeriggio è annunciato l’arrivo di Danilo Calvani, uno dei promotori più vicini a Forza Nuova, quasi a mettere un sigillo.

I cromosomi e la base dei forconi appartengono all’area di destra, magari non così virulenta. «Roba nostra. Partite Iva, commercianti, ambulanti, erano il serbatoio della vecchia Alleanza nazionale, quella più ruspante». Maurizio Marrone, trentenne consigliere comunale di Fratelli d’Italia, è considerato il referente, se non il mandante politico della protesta. Nell’estrema destra da quando aveva 14 anni, proprietario di un pastore tedesco che si chiama Scipio. Ha ottenuto una certa notorietà con la proposta di seppellire Erich Priebke a Torino.
[…]

Anche nel settore del conflitto sociale esiste la concorrenza. «Mai con i fascisti» era stata la premessa dei centri sociali autonomi che da molti anni costituiscono la spina dorsale del movimento No Tav. Lunedì mattina, alcuni militanti della sinistra antagonista si aggiravano incuriositi in un panorama umano che non riconoscevano. Dopo gli scontri davanti al palazzo della Regione, sui loro siti sono apparse cronache che elogiavano la spontaneità dei forconi, con parole ammirate per i risultati ottenuti. «Siamo andati a vedere» ammette Lele Rizzo, portavoce ormai storico del centro sociale Askatasuna, libertà in basco. «Nel salotto buono di Torino c’era il mondo della periferia al quale nessuno guarda mai. Quelli ai margini, senza certezze, colpiti dalla crisi, che solo in Italia vengono lasciati in mano ai fascisti». Hanno subito dismesso i panni degli osservatori per manifestare davanti al Comune, quasi un debutto nella promiscuità, con gli ambulanti che hanno compreso il dilemma antagonista e si sono ritirati in buon ordine. Ieri c’erano, con i loro universitari e le bandiere. «Abbiamo visto gente che è tornata dopo il primo giorno, con tanta voglia di alzare la voce». La rincorsa degli opposti estremismi ai forconi sta per cominciare. Comunque vada a finire, è stato un successo.”

Per fortuna la storia non si ripete mai, ma ci rende più consapevoli dei rischi che ogni scelta porta con sé. Noi sappiamo che non ci sarà nessuna vera «rivoluzione» sotto il segno del neofascismo e che l’estrema destra è sempre stata anticapitalista soltanto a parole e ha sempre trovato un posto d’onore nel libro paga del grande capitale. Un gioco usurato, ma che pare funzioni ancora.

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