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Non ci può essere memoria senza lotta antifascista e antiautoritaria

La «Giornata della Memoria» in ricordo dello sterminio nazista di sei milioni di ebrei giunge quest’anno proprio mentre la Corte internazionale dell’Aja sta avviando un’indagine preliminare sui possibili crimini di guerra commessi nei Territori palestinesi e dopo che, quest’estate, si è consumato l’ennesimo, insensato massacro della popolazione civile di Gaza. In un mondo in cui lo stragismo diventa sempre più uno strumento ordinario di lotta fra centri di potere.

Per gli Stati è sempre imbarazzante ricordare che i campi di concentramento nazista rappresentavano la «soluzione finale» per tutte le «diversità»: razziali, religiose, sessuali, politiche, mentali… Un folle progetto di «purificazione» della società che ogni tanto riaffiora in varie forme, magari travestito da ossessione per la «sicurezza» o da odio per il «degrado». E non è un caso che, da anni, ogni 27 gennaio si celebri una «memoria» dimidiata e strumentale, un pasticcio politically correct, un rito di autoindulgenza collettiva che non riesce nemmeno a interrogarsi sul perché nell’Europa di oggi il fascismo è ancora un pericolo.

Crediamo sia giusto ricordare che, accanto al genocidio degli ebrei, i nazisti perseguitarono e uccisero persone affette da ritardo mentale, asociali, alienati, disabili, mendicanti, omosessuali, zingari rom e sinti, donne e lesbiche, neri, socialisti, comunisti, anarchici, apolidi, rifugiati della guerra di Spagna. Solo una memoria integrale può infatti orientare la lotta contro ogni forma di violenza razzista e fascista.

I primi lager apparvero a cavallo tra diciottesimo e diciannovesimo secolo in Africa, nel periodo dell’espansione coloniale europea. Già Hanna Arendt definì l’esperienza dei lager africani come le «prove generali» per quello che sarebbe poi successo nel Novecento. Una memoria autentica non può infatti dimenticare lo sterminio del popolo Herero in Namibia nel 1904, i milioni di persone sterminate in Cambogia da PolPot, lo sterminio sistematico attuato contro i Tutsi del Rwanda nel 1994. È giusto ricordare quali sono i meccanismi che conducono a queste barbarie inimmaginabili, e collegarli alle tendenze in nuce sempre presenti nelle nostre società «democratiche», sotto i nostri occhi. Nello sterminio nazista trova il suo culmine una tradizione secolare di genocidi sistematici, una storia più lunga di tortura, morte e sfruttamento.

Vero è che occorre anche ribadire che ogni sterminio avviene in maniera specifica e particolare. E questo anzitutto per non cadere nell’errore di aspettarsi gerarchi in divisa per vedere i lager. Se il nazifascismo ha costituito e praticato una cultura razzista di morte, anche le «democrazie» possono promuovere il razzismo di Stato e realizzare muri, campi di detenzione, leggi razziste, meccanismi di apartheid, rastrellamenti di «diversi». Basti pensare negli ultimi anni alla caccia ai «clandestini» o alle retate contro le prostitute immigrate.

In fondo nel perbenismo autoritario e violento della destra italiana cova ancora qualcosa della cultura di morte del nazifascismo. Ed è un atteggiamento d’intolleranza divenuto ormai cultura di governo nel tempo delle «grandi intese».

Così, a noi pare farsesco e spregevole che Paola Francesca Scarano, che milita in un partito saturo di fermenti razzisti e antisemiti come la Lega Nord, abbia potuto strumentalizzare le vittime dello sterminio nazista per la sua solita propaganda xenofoba accostando, nel suo discorso commemorativo in Consiglio comunale, i recenti attentati di Parigi e la «Giornata della Memoria».

«Anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questi non ha cessato di vincere», scriveva Walter Benjamin nel 1940 di fronte all’invasione nazista dell’Europa.

Non ci può essere memoria senza lotta antifascista.

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