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«La resistenza continua»

Quello che segue è il discorso pronunciato il 25 aprile da un attivista del Nodo Sociale Antifascista dal palco in Piazza San Rocco durante il «Pratello R’esiste». Qui erano già usciti alcuni stralci con foto e video della manifestazione.

Abbiamo attraversato Bologna per gridare che il 25 aprile non è soltanto una ricorrenza, forse un giorno lo sarà, ma non lo è ancora. È un dato di fatto che in Italia non vi sia mai stata una vera defascistizzazione. E la Liberazione non è solo un evento del passato, ma un processo storico ancora incompiuto.

Ecco una pagina della Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi di Paul Ginsborg riguardante l’amnistia che mandò liberi tutti i criminali fascisti nel 1946:

«Proposta per motivi umanitari, l’amnistia sollevò una valanga di critiche. Grazie alle sue norme sfuggirono alla giustizia anche i fascisti torturatori. Venne stabilita una distinzione grottesca e disgraziata tra “torture normali” e “sevizie particolarmente efferate”. Con questa formula i tribunali riuscirono ad assolvere crimini quali lo stupro plurimo di una partigiana, la tortura di alcuni partigiani appesi al soffitto e presi a calci e pugni come un sacco da pugile, la somministrazione di scariche elettriche sui genitali attraverso i fili di un telefono da campo. […] Alla fin fine l’unica effettiva epurazione fu quella condotta dai ministri democristiani contro i partigiani e gli antifascisti che erano entrati nell’amministrazione statale subito dopo l’insurrezione nazionale. Lentamente ma con determinazione De Gasperi sostituì tutti i prefetti nominati dal CLNAI con funzionari di carriera di propria scelta. E nel 1947-48 il nuovo ministro democristiano degli Interni, Mario Scelba, epurò con sveltezza la polizia dal consistente numero di partigiani che vi erano entrati nell’aprile 1945».

Nel 1946 l’amnistia di Togliatti, condonando le «torture normali», prosciolse 7106 fascisti subito reintegrati negli apparati dello Stato, proprio mentre iniziavano i processi contro chi aveva combattuto il nazifascismo. E non sorprende che ancora oggi in Italia si stenti ad approvare una legge contro la tortura…

Subito dopo, nel 1947 la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista soppressero dalla bozza della Costituzione italiana il «diritto di resistenza» cassando questo articolo:

«Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è un diritto e un dovere del cittadino».

A differenza di Germania e Francia, la Costituzione italiana non prevede a tutt’oggi alcun «diritto di resistenza», riconosciuto invece già nella Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Anzi, dal 1947 ad oggi tanti pestaggi, torture e soprusi compiuti per strada, nelle caserme, nelle carceri sono stati spesso mascherati con l’imputazione pretestuosa di «resistenza».

Nel 1960 si calcolò che 62 dei 64 prefetti in servizio erano stati funzionari sotto il Fascismo. Lo stesso valeva per tutti i 135 questori e per tutti i loro 139 vice. Poi, dopo l’ondata libertaria di contestazioni studentesche e operaie del biennio ’68-’69, arrivarono le stragi di Stato.

Dalla strage di piazza Fontana del 1969 fino a quella di Bologna del 1980, l’Italia ha sperimentato infatti una lunga «strategia delle stragi» condotta da uomini degli apparati dello Stato e da neofascisti da essi personalmente organizzati, indirizzati, finanziati e protetti. Quelle bombe contribuirono a reprimere il movimento operaio e studentesco: il loro scopo era quello di spaventare, di manipolare l’opinione pubblica, di promuovere con la violenza un «ritorno all’ordine». E quei crimini sono effettivamente serviti per costruire un mondo più ingiusto, ipocrita e violento.

Ancora durante il G8 di Genova nel 2001 un erede della tradizione fascista come Gianfranco Fini avrebbe diretto le operazioni di polizia e lo avrebbe fatto anche nei tragici momenti in cui perse la vita Carlo Giuliani.

E i poliziotti torturatori di Bolzaneto cantavano «Faccetta nera» e scandivano a suon di manganellate «un due tre, viva Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove».

Non ci inganna il fatto che, dopo 14 anni, la Corte di Strasburgo ora ci venga a dire che alla Scuola Diaz ci fu «tortura», o che il capo della polizia Alessandro Pansa si affretti a rassicurarci che «oggi la polizia è diversa dal 2001».

Non è così, e basterebbe a dimostrarlo il fatto che questure e forze dell’ordine continuano a mostrarsi acquiescenti e talora conniventi con le azioni squadriste dei neofascisti. Com’è accaduto di recente a Cremona dopo il tentato omicidio di un attivista del Centro sociale Dordoni, con un mistificante teorema accusatorio che ha portato all’arresto di sette antifascisti nel tentativo di sminuire e avallare la violenza neofascista.

Non sorprende allora che in questi ultimi anni lo Stato abbia premiato con la medaglia d’onore del «Giorno del Ricordo» circa 300 combattenti fascisti di Salò fra cui figurano anche torturatori e criminali di guerra. Un bel mazzo di santini per neofascisti e forze dell’ordine.

Ma il loro «Dio, Patria e Famiglia» non convince più nessuno. Siamo in tante e in tanti a credere che una liberazione sia ancora possibile. Per questo per noi il 25 aprile non è una ricorrenza, non lo è ancora.

A settant’anni dalla Liberazione dal nazifascismo riteniamo che sia importante, oggi più di ieri, riaffermare con forza e vivere ogni giorno i valori che hanno motivato quella lotta di liberazione.

Oggi come allora c’è chi si batte per l’uguaglianza nell’accesso alla ricchezza, alle cure, al sapere, perché tutte e tutti abbiano una vita libera e degna. E oggi come allora gli apparati dello Stato difendono le roccaforti del privilegio, delle gerarchie, del potere. Partiti, amministrazioni locali e governo non fanno che inventarsi sempre nuove forme di sfruttamento e di precarietà, non fanno che aggravare l’emergenza abitativa a suon di sfratti, di sgomberi e restrizioni agli occupanti di casa, cercano di imbrigliare la scuola, sventrano montagne, trivellano mari, cementificano ovunque.

Ogni angolo di questo paese ha bisogno di persone che resistano e combattano. Che resistano alle nuove forme di schiavitù previste dal Jobs Act che legalizza il lavoro non pagato e rendere più ricattabili le persone. Che contrastino l’ingiustizia sociale con la riappropriazione dal basso degli spazi inutilizzati e con l’estensione delle pratiche di autogestione. Che lottino contro la devastazione dell’ambiente e contro le grandi opere concepite soltanto per garantire profitti per pochi e miseria per tutti. Ed è questo anche il senso della giornata di lotta del Primo maggio a Milano contro «Expo 2015».

A settant’anni dalla Liberazione l’antifascismo è più che mai attuale. Oggi come ieri praticare la resistenza vuol dire opporsi risolutamente alla violenza razzista, sessista e omofoba propagandata e promossa dalla destra conservatrice, dalle organizzazioni neofasciste, dagli integralismi religiosi, ma spesso avvallata anche dall’ipocrisia delle istituzioni e dei governi, con il loro grottesco cordoglio e i loro bugiardi minuti di silenzio di fronte all’ingiustizia e all’orrore.

Ormai dall’ipocrisia di regime siamo passati in Italia al regime dell’ipocrisia. Sono quasi vent’anni che la legge Turco-Napolitano e poi la Bossi-Fini hanno cercato di limitare al massimo il fenomeno immigratorio, impedendo ai migranti dall’Africa o dall’Oriente di prendere un aereo per l’Italia e costringendoli – per un costo anche dieci o quindici volte superiore – ad affidarsi a ciò che i giornali chiamano, con lugubre eufemismo, i «viaggi della speranza». Da quasi vent’anni vi sono naufragi e stragi in mare, violenze nei CIE, soprusi e angherie razziste nelle Questure. Quelle leggi sono costate un numero imprecisato di vite umane, forse 300.000: uomini, donne, bambini, vecchi…

Non vi è dubbio che la Turco-Napolitano e la Bossi-Fini siano leggi contrarie ai principi fondamentali di umanità e di solidarietà. Anzi, la Turco-Napolitano è stata la prima legge di ispirazione razzista in Italia dopo le feroci leggi antisemite del 1938.

D’altra parte, è sotto gli occhi di tutti il fatto che, da anni, la classe dirigente europea cerchi di perseguire una politica neocoloniale, imperialista e violenta, fatta di finte «operazioni di pace» e di «missioni all’estero» che sono vere e proprie guerre, condotte anche con bombardamenti sulle città, come in Libia nel 2011. E anche adesso gli stati europei, con l’Italia in testa, sembrano pronti a una nuova guerra contro la Libia con la vergognosa motivazione della necessità di colpire i «barconi», avendo prima creato il nuovo mostro di comodo: gli «scafisti». Ma gli assassini di gente in fuga non sono gli scafisti ma gli stati, con i loro confini, le loro leggi e le loro politiche di guerra.

Oggi per noi l’internazionalismo, l’antirazzismo, l’antisessismo sono punti di riferimento fondamentali di un rinnovato progetto di liberazione.

Per questo crediamo sia opportuno schierarsi contro la violenta campagna d’odio antizigano promossa in Italia dalla destra leghista e neofascista e sfilare, il prossimo 16 maggio, al fianco dei rom e dei sinti che a Bologna terranno una manifestazione nazionale di protesta e di resistenza contro il razzismo. Facciamo in modo che sia una favolosa festa di libertà e di fratellanza!

Per questo crediamo sia opportuno guardare fuori dall’Italia e solidarizzare con chi combatte e si oppone all’autoritarismo e al fascismo integralista.

Sono tanti i luoghi in cui si combatte e si resiste. Ma la regione autonoma del Rojava, così come esiste oggi, è uno dei raggi di luce – un raggio di luce molto luminoso – a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana e dalla manipolazione delle Primavere arabe da parte di Europa e Stati Uniti. Dopo essersi liberato dal regime di Assad nel 2011, il Rojava non solo ha mantenuto la propria indipendenza, ma si è configurato come un considerevole esperimento di democrazia libertaria. Sono state create assemblee popolari che costituiscono il supremo organo decisionale, giunte che rispettano un attento equilibrio etnico e di genere, ci sono consigli autonomi delle donne e dei giovani, e, sul modello delle Mujeres Libres che combatterono nel 1936 in Spagna, vi è un’armata composta esclusivamente da donne, la milizia «YJA Star» (l’«Unione delle donne libere»), che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le forze del cosiddetto Stato Islamico.

Noi abbiamo solo da imparare da quell’esperienza. Che cos’è in fondo questo paese? Da una parte un pugno di privilegiati, ricchi, stupidi, volgari; dall’altra una moltitudine di poveri chiusi nel grigiore dello sfruttamento, nelle rate, nei debiti, vessati dalle leggi, oppressi nelle «famiglie», repressi, umiliati, torturati…

Fra i combattenti della Resistenza vi è un diciannovenne morto nel 1944, Giacomo Ulivi, che ben rappresenta quella generazione di ventenni che – nati e cresciuti sotto la «diseducazione» del Fascismo – a un tratto hanno scelto di desiderare la libertà, di combattere l’autorità costituita e di rifiutare tutti i «pregiudizi» inculcati per vent’anni dal potere fascista.

In una lunga lettera ai suoi compagni, Giacomo Ulivi dice qualcosa d’importante su che cosa vuol dire resistere. Ascoltiamo le sue parole:

«Può anche bastare, sapete, che con calma cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere».

Ecco: resistere vuol dire saper immaginare collettivamente un futuro diverso e migliore. È questo il compito che abbiamo davanti. La resistenza continua.

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