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[Fermo] Un filo nero dietro la violenza razzista

Quel che più colpisce negli episodi di violenza che si sono susseguiti negli ultimi tempi a Fermo è la sollecitudine dei poteri locali – poliziotti, politici, giornalisti, amministratori, benpensanti – nel deviare l’attenzione dall’evidente matrice neofascista e razzista di quelle bombe, di quelle violenze. E nell’escludere che i diversi episodi siano «collegati» da un unico filo nero che magari potrebbe portare verso qualche esponente della buona borghesia locale.

Pare che il neofascista che ha ucciso Emmanuel con indosso la maglietta d’ordinanza di CasaPound, ricevesse soldi da alcuni negozianti del centro per allontanare profughi e migranti che chiedevano l’elemosina davanti ai loro esercizi. E così si sarebbe abituato a «tirare le noccioline ai negri», come ha detto il fratello.

Né si può escludere che anche la serie di bombe xenofobe contro le parrocchie di Fermo che ospitano profughi e migranti siano in qualche modo state commissionate da qualche benpensante che ritiene di essere danneggiato dall’accoglienza di «stranieri» in città.

D’altra parte, anche la dinamica dell’omicidio di Emmanuel non pare del tutto accidentale. Non è infatti la prima volta che un migrante viene pubblicamente accusato di furto e poi violentemente malmenato. Nell’agosto del 2015 a Fermo un giovane pakistano ha subito un pestaggio alla fermata San Francesco in maniera analoga: prima una falsa accusa di furto e poi pugni calci e frasi razziste da parte di due «italiani». E di un altro pestaggio di due profughi somali davanti a un bar, dà notizia Angelo Ferracuti sul «Manifesto».

Sta di fatto che il clima a Fermo non è quello di un sereno approfondimento comune di ciò che è accaduto, ma – paradossalmente – quello di un’opaca e ambigua chiusura a difesa del proprio buon nome.

«Dopo Emmanuel la gente ha fatto quadrato, se non falange, in modo infastidito e trasversale a difesa delle sacre mura», scrive Massimo Del Papa su Lettera43.

«Ciò che non dovrebbe appartenere all’ordine delle cose è invece il ritorno sempre più sconcio della vasta “zona grigia” in una società disertata dai valori dell’umanesimo», commenta Moni Ovadia sul «Manifesto».

È un perbenismo violento che, là dove non viene riconosciuto e contrastato, continua a crescere in tutt’Italia e anche a Fermo.

Nel 2012 una banda di neofascisti aveva effettuato varie spedizioni contro prostitute. Ad esempio, al grido di «Viva il Duce!», quattro giovani neofascisti avevano assalito armati di estintori e di una tanica di gasolio un gruppo di prostitute romene e trans italiani, che si prostituivano lungo la Statale 16, a Porto Sant’Elpidio.

E poco tempo dopo le istituzioni locali, invece di condannare il gesto, lo avevano avvallato con una disposizione che prevede multe fino a 200 euro a Porto Sant’Elpidio, Fermo e Porto San Giorgio per coloro che si vestono o «atteggiano» in modo tale da «sembrare» una prostituta. Un controllo sulla «moralità» delle donne affidato, dopo le aggressioni neofasciste, ai vigli urbani…

Ora queste violenze portano un segno preciso ed evidente: quello di CasaPound Fermo.

Non a caso i primi a sottoscrivere i messaggi facebook dei bombaroli xenofobi sono stati proprio alcuni esponenti del Blocco Studentesco di Fermo.

Non a caso il 28 maggio 2013 a Porto San Giorgio un antifascista, dopo aver cercato di togliere un manifesto abusivamente affisso da CasaPound, è stato aggredito da un gruppo di «fascisti del terzo millennio» subendo un violento pestaggio.

In quell’occasione il Collettivo antifascista di Fermo dichiarò:

«In sintesi quello che è avvenuto martedì sera è il risultato dello sdoganamento politico di organizzazioni come CasaPound Fermo, che dietro ad un linguaggio e ad un’immagine giovanilistica e moderna nascondono le campagne di odio razziale, la violenza squadrista e la solita apologia del fascismo. Essere seguiti e aggrediti a calci in faccia sotto casa, dopo aver ripulito un muro della città dalla loro retorica delirante, è un primo campanello d’allarme; la possibilità che Porto San Giorgio, da sabato, possa diventare una piazza politicamente agibile per questa organizzazione sarebbe un’ulteriore beffa per tutti coloro che si dichiarano antifascisti».

Quel campanello d’allarme continua a suonare e ci segnala che il neofascismo non sta in piedi da sé, ma per sostenersi ha sempre bisogno di poliziotti, giornalisti, notabili locali, soldi, conformismo, menzogne e miseria morale.

Basta leggere giornali come il «Resto del Carlino» o «Repubblica» che hanno subito avvallato i depistaggi dei carabinieri a salvaguardia degli squadristi del terzo millennio:

«Stando alle prime informazioni, i due arrestati potrebbero appartenere all’area anarchica. Un’ipotesi sostenuta dal fatto che a casa di uno dei due sono stati trovati anche libri anarchici» («Resto del Carlino»).

Sicché, se avessero avuto in casa anche i Promessi sposi, forse li avrebbero chiamati terroristi manzoniani

«Gli arrestati hanno entrambi 36 anni e vivono di lavori saltuari. Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero in qualche modo legati ad Amedeo Mancini, in carcere per l’omicidio del profugo nigeriano. Uno dei due sarebbe una sorta di ideologo, convertito dai valori ultrà di destra a quelli anarchici. In casa dell’uomo i carabinieri hanno trovato e sequestrato alcuni libri che testimonierebbero questo passaggio e gli orientamenti ideologici dell’indagato» («Repubblica»).

Senza dubbio è per questo acrobatico «passaggio» che l’ideologo continua ad apprezzare gli slogan neonazisti di Militia e i video di Matteo Salvini

Inoltre vi è anche la farsa delle lettere di rivendicazione «anarchica», accreditata però solo sulle cronache locali, tanto era ridicola.

Come in un vecchio fumetto di Topolino, si tratta di due lettere scritte con lettere ritagliate da giornali inviate al «Corriere Adriatico».

La prima risale a marzo, dopo le prime bombe, e dice: «La chiesa è corruzione, pedofilia, ripetuti abusi sessuali e di potere. Boom!», con un A cerchiata per firma. E già si vede benissimo che c’è ben poco di anarchico.

La seconda viene recapitata l’11 luglio, dopo che don Vinicio Albanesi aveva ipotizzato un collegamento tra le bombe contro le chiese e l’area dei neofascisti fermani, ed è ancora più comica e rivelatrice: «Le bombe alla chiesa sono di matrice anarchica. Don Vinicio smetti di dire cazzate», senza firma.

Di fronte a questo evidente tentativo di depistaggio attuato dai neofascisti e avvallato dai carabinieri, i media sono riusciti soltanto a fare qualche bel titolo sulle «bombe anarchiche» rendendosi complici in qualche misura della menzogna e della violenza.

Non si può combattere il neofascismo senza contrastare chi lo sostiene! Non passeranno!

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