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Luigi Fabbri in svendita

Nel 1922, dinanzi allo squadrismo fascista e alla violenza legale dello Stato, l’anarchico Luigi Fabbri scriveva parole chiare e coraggiose:

«Uccidere il fascismo è possibile, sol che l’azione di difesa contro di lui, imposta dalle circostanze, non vada scompagnata dall’attacco alle sue sorgenti: il privilegio del potere ed il privilegio della ricchezza. Ma ucciderlo è necessario, e bisogna che a ciò riesca direttamente e con le sue forze il proletariato, perché se il fascismo fosse semplicemente addormentato o riassorbito dalle istituzioni attuali, esso potrebbe sempre o almeno più facilmente riprodursi. La borghesia ha imparato il modo di servirsi di quest’arma; e se il proletariato non gliene toglie la voglia, dimostrandole coi fatti che sa spezzargliela nelle mani, essa anche se per ora la deponesse, tornerà ad impugnarla alla prima occasione».

Nonostante ciò, da anni c’è chi cerca di far passare Fabbri come l’oppositore dell’anarchismo militante in nome di un «umanismo» e di un «buonismo» da borghese in pantofole.

Così accade anche in una pubblicazione recente curata da Massimo Ortalli (La biblioteca perduta di Luigi Fabbri, Bologna, Bononia University Press, 2015) da cui viene fuori un ritratto oleografico e stucchevole di un Fabbri «bibliofilo», «raffinato intellettuale» (p. 16) e amabile paladino di una «interpretazione profondamente umanitaria dell’anarchismo sociale» (p. 11). E risulta facile allora ad Ortalli contrapporre idealmente la figura «umanitaria» di Fabbri ai feroci «mitra dei partigiani comunisti della 7a Gap» (p. 11).

A noi pare indegno e inaccettabile che si strumentalizzi Fabbri per esprimere un giudizio negativo riguardo all’esecuzione per mano partigiana di un gerarca e assassino come Leandro Arpinati, vicesegretario generale del Partito Nazionale Fascista e membro del Gran Consiglio del Fascismo, fucilato il 22 aprile 1945. E non apprezziamo nemmeno il pathos revisionista e fallace con cui si descrive la «tragica sorte» di Torquato Nanni. Scrive Ortalli a p. 11:

«Qui [Torquato Nanni] trova la morte il 22 aprile 1945, subito dopo la Liberazione. Ancora una volta sarà la generosità a segnarne l’esistenza, allorché cercherà di impedire l’uccisione dell’amico [Leandro Arpinati] frapponendosi istintivamente fra lui e i mitra dei partigiani comunisti della 7a Gap, venuti a uccidere l’ex gerarca. E così quest’uomo, dal limpido passato antifascista, che aveva preziosamente collaborato, a rischio della vita, con le forze di Liberazione, troverà la morte proprio per mano di quelli che verso di lui dovevano avere solo un moto di riconoscenza».

Lasciamo perdere che la necessità di far fuori i tiranni è teorizzata dai pensatori dell’antichità, da sant’Agostino, da san Tommaso e insomma da molto prima che esistessero i disumani partigiani comunisti. E Arpinati era stato un assassino e un tiranno…

Vediamo piuttosto quale consistenza abbia il «limpido passato antifascista» di Torquato Nanni.

Il socialista Torquato Nanni è personaggio chiave nella vita di Arpinati. Di quattro anni più vecchio, amico di Mussolini che nel 1913 lo aveva chiamato a Milano a collaborare a «L’Avanti», dopo la prima guerra mondiale aderisce temporaneamente al Partito Fascista, ma allo stesso tempo rimane sentimentalmente fedele al Partito socialista, in cui rientra nel 1922. Eletto sindaco di Santa Sofia, i fascisti lo osteggiano accusandolo di malversazioni, viene malmenato dagli squadristi, il suo studio devastato, lo sequestrano minacciandolo di morte. Così, negli ultimi mesi del 1922 Torquato Nanni si mette sotto la protezione di Arpinati e gli rimarrà legato per tutta la vita.

Proviamo a sfogliare ad esempio il volume: Torquato Nanni, Leandro Arpinati e il Fascismo bolognese, Bologna, Edizioni «Autarchia», 1927 [ma 1926].

Così scriveva ad esempio nel 1926 Torquato Nanni:

«Leandro Arpinati è un uomo politico d’eccezione […] un bell’esempio di quell’uomo politico nuovo, che Egli [Mussolini] vagheggia e che è indispensabile nella ricostruzione nazionale» (p. 7)

«il suo squadrismo, anche il più violento aveva un intimo contenuto idealistico e umano» (p. 10)

«Il Fascismo non si spiega senza Mussolini […]. Il Fascismo, in Lui e con Lui, non ha voluto essere, non è stato e non è negazione; ma superamento delle posizioni socialiste» (p. 97)

«la violenza di queste prime squadre non è soltanto chirurgica, tempestiva, cavalleresca; è qualcosa di più. Essa è spirito che si stacca da un organismo in dissoluzione: è una linfa di vita. Io paragono lo squadrismo a una corrente fluviale che ha sorgive limpidissime» (p. 104)

E non è certo un fatto ignoto che nel 1926 Nanni fosse passato risolutamente tra le file del Fascismo. Lo si legge ad esempio in uno studio del 1978:

«Il libro [Leandro Arpinati e il fascismo bolognese], chiaramente rappresenta, a nostro avviso, una dimostrazione di quel mutamento dell’atteggiamento del Nanni, nei confronti del fascismo, che, da una posizione di realismo critico, passa ad un sostegno aperto alle iniziative del regime e ben si rivela nelle pagine in cui dimostra un appoggio incondizionato all’azione dell’Arpinati e del fascismo».

(Giuseppina e Ughetta Cavallucci e Oscar Bandini, Torquato Nanni: un socialista nella crisi del primo dopoguerra, in «Storia contemporanea», a. IX, 1978, n. 2, pp. 241-290).

Ecco insomma che quel «limpido passato antifascista» risulta un bel po’ offuscato… Ma ad offuscarsi è anche l’improbabile «amicizia», nel 1926, fra Luigi Fabbri che per coerenza si era rifiutato di giurare fedeltà al regime fascista perdendo così il posto di maestro elementare… e il socialista Torquato Nanni che idolatrava la violenza squadrista per il suo «intimo contenuto idealistico e umano»…

Già, perché tutta la ricostruzione – piuttosto ambigua e reticente – dell’improvviso, miracoloso ritrovamento della «biblioteca perduta» di Luigi Fabbri si regge solo su questa presunta «amicizia» e «generosità» di Torquato Nanni verso Fabbri che Ortalli non cessa di portare alle stelle.

Quel che si sa è che, proprio nel 1926, Fabbri offrì come pegno la propria biblioteca a Torquato Nanni in cambio dei soldi che gli erano necessari per espatriare in Svizzera e poi a Parigi, con il patto che l’avrebbe potuta riavere indietro una volta ripagato il debito.

Poi nel 1935 Fabbri morì. E quando, dopo la guerra, la figlia Luce volle recuperarla saldando il debito, il figlio Torquato Nanni jr. le fece credere che era andata completamente distrutta sotto i bombardamenti e che si era salvata solo una parte dell’emeroteca oggi conservata presso la Biblioteca dell’Archiginnasio.

Nel frattempo, ogni tanto qualche libro appartenuto a Fabbri ricompariva sul mercato librario. E adesso si scopre che i libri erano sempre rimasti in casa Nanni…

E non si capisce a quale titolo la biblioteca superstite di Fabbri – che certo non apparteneva a Torquato Nanni jr. e che è testimonianza e patrimonio di un ampio movimento rivoluzionario – possa essere finita nelle mani della Cassa di Risparmio di Imola. Con un ultimo insulto, uno che aveva lottato tutta la vita contro il «privilegio della ricchezza» finisce di proprietà di una banca…

E ciò in nome del fatto che tutti sarebbero «raffinati bibliofili»: «bibliofilo» Fabbri, «bibliofilo» Torquato Nanni come scrive Ortalli, anch’egli «bibliofilo» e «collezionista» che ha dovuto resistere alla tentazione di comprarsi gli ultimi libri di Fabbri facendo «un’eventuale offerta di acquisto di ciò che poteva interessarmi in quanto mancante alla mia cospicua raccolta personale» (p. 15)…

Ma la storia, la verità e la memoria sono altra cosa dalla bibliofilia.

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