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Altre ipocrisie di regime: dalla «strage senza colpevoli» alla «guerra fra poveri»…

In Toscana e a Reggio Emilia il centrosinistra ha vietato la vendita dei calendari con Mussolini e di altra paccottiglia nostalgica e neofascista. Ed è cosa buona e giusta.

Nei comuni dell’Alto Garda e Ledro, niente contributi, né patrocini, né spazi pubblici a neofascisti conclamati che in qualsiasi modo – o per statuto, o con messaggi su siti web o social network, o nell’attività pregressa in qualsiasi forma – si richiamino all’ideologia nazifascista, alla sua simbologia o a forme di discriminazione etnica, religiosa, linguistica o sessuale. Ed è cosa buona e giusta.

Ma è anche sufficiente? Può davvero bastare quando gli stereotipi e i luoghi comuni pervadono dall’alto l’intero spazio della comunicazione sociale?

È passato anche quest’anno il 12 dicembre, e tutti i media hanno parlato della strage di Piazza Fontana come di una «strage senza colpevoli».

Ma nel 2009, persino il «Corriere della Sera», in raro un sussulto di rispetto per la memoria e per le vittime, riusciva invece a dire una cosa tanto ovvia quanto impronunciabile, e cioè che ormai si sa quasi tutto di quella strage neofascista:

Nei confronti delle vittime è infatti immorale, prima ancora che falso nella ricostruzione storico-giudiziaria, coltivare il luogo comune di una verità ignota, di una strage senza paternità, di misteri totalmente mai diradati. Ma forse non è un luogo comune coltivato per caso: viene proiettato sulla vicenda di ieri per poter essere usato oggi, in difetto di coerenza rispetto ad analoghe odierne dinamiche. Non è vero che non siano stati identificati responsabili della strage. Carlo Digilio, neofascista di Ordine Nuovo, ha confessato il proprio ruolo nella preparazione dell’attentato e ottenuto nel 2000 la prescrizione per il prevalere delle attenuanti riconosciutegli appunto per il suo contributo. E la Cassazione del 2005, nel confermare l’assoluzione in appello del trio Zorzi-Maggi-Rognoni condannato in primo grado nel 2000 all’ergastolo, ha chiaramente scritto che con le nuove prove, emerse nelle inchieste successive allo «scippo» del processo milanese nel 1972 e alla definitiva assoluzione nel 1987 degli ordinovisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura, entrambi sarebbero stati condannati.

Una strage di Stato per mano neofascista può tuttavia diventare oggi, per i media, una «strage senza colpevoli». È l’impostura delle frasi fatte, dei conformismi verbali che coprono la violenza, della dilagante ipocrisia di regime che arriva fino alle chiacchiere da bar…

Giustamente, su «MicroMega» Annamaria Rivera riflette su un altro stereotipo pervasivo, quello della «guerra fra poveri», con cui oggi si cerca di spoliticizzare e promuovere dall’alto il razzismo di chi è sfruttato o marginale.

«Guerra tra poveri» è la formula magica che permette di eludere la dialettica tra le dimensioni istituzionale, politica, mediatica e sempre più spesso anche «popolare», che di solito caratterizza il razzismo, non solo quello odierno. Finendo così per fare dei poveri «in guerra tra loro» gli attori unici o principali della scena razzista; oppure, all’opposto, per minimizzare le manifestazioni di xenofobia se compiute da soggetti subalterni.

O l’antifascismo è un esercizio di radicalità quotidiana, oppure non basterà! O sappiamo cercare un avvenire di equità e fratellanza, oppure non varrà a nulla! Ora e sempre resistenza!

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