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La strumentalizzazione delle Foibe e la storiografia ai tempi di Facebook

«Chi controlla il passato, controlla il futuro. Chi controlla il presente, controlla il passato» (George Orwell, 1984)

Nel 2004 il centrodestra ha istituito, per bilanciare la Giornata della Memoria (il 27 gennaio, in ricordo dello sterminio nazifascista di circa 6.000.000 di ebrei), una mistificante «Giornata del Ricordo» (il 10 febbraio, in memoria dei presunti eccidi delle Foibe: 326 vittime accertate, 6.000 vittime ipotizzate, ma finora senza concrete prove storiografiche). E il messaggio ignobile e semplicistico che i postfascisti volevano far passare era che due torti fanno una cosa… meno sbagliata…

Certo è che oggi il «ricordo» manipolato delle Foibe non è pietà verso i morti, ma una strumentalizzazione unilaterale volta solo a rivalutare storicamente l’esperienza della dittatura fascista, screditando la Resistenza partigiana, mettendo sullo stesso piano nazifascisti e antifascisti, sfruttando tragici episodi del passato per riscrivere la storia in modo parziale e fazioso.

È quello che si vorrebbe discutere sabato 9 febbraio alle ore 16 nell’incontro su «Foibe e confine orientale: analisi di una strumentalizzazione politica».

Proprio per questo non possiamo che solidarizzare con quegli studiosi e con quei ricercatori che hanno accuratamente indagato e documentato l’effettiva realtà storica delle Foibe e la strumentalizzazione politica che sta dietro la «Giornata del Ricordo»: Sandi Volk, Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi…

Tanto per confondere le acque, adesso la destra li chiama «negazionisti» o «revisionisti». Finora negazionista significava una cosa sola: negare il genocidio di milioni di ebrei per mano dei nazifascisti. Finora revisionismo indicava la storiografia che cerca di inventarsi presunti «crimini» della Resistenza senza alcun elemento concreto.

Ma la storiografia ai tempi di Facebook non necessita né di prove, né di metodo storico, né di ragionamenti, né di pietà per i morti. Basti qui a dimostrarlo un esempio fra tanti, tratto dal sito Facebook di un politico di centrodestra.

Vediamo di che si tratta.

Elio Bernardi si unì ai partigiani il primo maggio del 1944 e venne ucciso dai nazifascisti ancora 18enne il 17 aprile 1945. Per favorire la fuga di un compagno, cadde in uno scontro a fuoco.

Gli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: «Valoroso combattente, essendo stato scorto nel corso di un’azione di collegamento da una forte pattuglia nemica, non esitava ad attaccarla da solo permettendo ad un compagno d’arme che stava con lui di mettersi in salvo e di continuare il compito intrapreso e di assolverlo. Colpito a morte nell’impari lotta, immolava la giovane vita alla patria».

Sono passati più di 70 anni, quelli che avevano qualche ricordo di quegli eventi sono tutti morti da tempo, ma il livore dell’estrema destra e il risentimento per essere stati dalla parte sbagliata della storia non si attenua. Così, tutt’a un tratto un diciottenne cresciuto sotto la dittatura e che ebbe il coraggio di combatterla può rappresentare ancora oggi, nel 2019, un motivo di odio, di turbamento e di menzogne per chi vorrebbe sminuire o addirittura negare i crimini e le atrocità del Nazifascismo e per chi cerca di giustificare le scelte vili o complici dei propri padri:

Ecco un esempio di storiografia della diffamazione ai tempi di Facebook. Tutte le pie menzogne inventate nelle famiglie per giustificare la collaborazione al regime e per tenere a bada il senso di colpa, ora diventano la storia

Queste persone non fanno rabbia, fanno pena. Sono così piene di risentimento che mentono prima di tutto a se stesse. Non hanno alcuno spessore umano, ma solo malanimo, arroganza e cialtroneria. Absit iniuria verbis.

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