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Le Mani Legate


Oggi certi «scrittori contro» possono anche essere concilianti, assennati, coccolati, e scrivere magari che non vi è un regime, ma solo una civiltà autoritaria del consumo:

«La realtà più consueta è quella del supermercato, dell’ipermercato: la democrazia dei consumi rende inutile, o almeno superflua, la violenza delle carceri e dei campi di concentramento. Serviamo come consumatori. È meglio o peggio del Gulag? Diverso, direi, ma certo oggi si muore meno, e anche gli oppositori, gli scrittori “contro” vivono in appartamenti discretamente riscaldati e pubblicano presso grandi editori» (vedi qui).

Forse questi «appartamenti discretamente riscaldati» sono concessi appunto dai «grandi editori» perché i magnifici «scrittori contro», nel loro comfort, non prendano coscienza della repressione crescente, degli arresti arbitrari, dei rastrellamenti di migranti, delle torture, delle deportazioni in Libia, del cumulo di sopraffazioni miserie atrocità e cadaveri che questo regime produce: del fatto che oggi, per il potere, non è affatto «inutile, o almeno superflua, la violenza delle carceri». Anzi, proprio la «violenza delle carceri», le «mani legate» costituiscono il necessario fulcro materiale della più ampia offensiva di disciplinamento sociale.

E si potrebbe ripetere oggi quel che Orwell scriveva nel 1937: «Prima di dichiarare che un mondo totalitario è un incubo che non potrà mai avverarsi, ricordate che nel 1925 il mondo in cui viviamo oggi sarebbe sembrato un incubo, che non poteva assolutamente avverarsi».

Riproduciamo il nuovo editoriale di antifaresistence.

Le Mani Legate

Eccoli, con casse di zinco.
Dentro, ci hanno nascosto
quello che di un uomo han fatto.
Non s’era arreso lui, aveva lottato
per una vita migliore
nella grande battaglia di classe.
E vengono i torturati.
La frusta li ha interrogati.
Tutta la notte hanno taciuto…
B. Brecht

Le strategie repressive si coniugano spesso in modi e forme diverse a seconda del contesto in cui vengono attuate. A ben guardare, tuttavia, l’intento è sempre lo stesso: isolare, mettere a tacere, criminalizzare. Chiunque nel mondo abbia intenzione di lottare contro un sistema ingiusto, per un’informazione libera, per la propria indipendenza, chiunque in generale si ponga in contrapposizione con l’ideologia dominante si trova ad affrontare una forma di repressione il cui scopo è non solo stroncare una lotta, ma anche scoraggiare a riprenderla. È per questo che oggi abbiamo deciso di trattare di carceri, di repressione preventiva, ma anche dell’agghiacciante storia di Jon Anza.

Perché ai nostri occhi fa tutto parte di una strategia europea di repressione, e perché per quanto terribile possa essere la pena inflitta dallo stato, qualunque stato, lasciare soli i compagni che ne sono vittime non fa che alimentare questo disegno. Che si tratti di essere al fianco dei compagni di Jon nello smascherare il suo omicidio di stato o di non far mancare la solidarietà a Manolo e Costantino, quali che siano le accuse, questo ci sembra l’unico modo di mettere in crisi questo sistema repressivo.

Il 18 Aprile dello scorso anno un militante indipendentista basco, Jon Anza, sale su un treno dalla stazione di Baiona, in Spagna, diretto a Tolosa, in Francia. In quel momento non sa ancora che sarà l’ultimo viaggio in treno della sua vita. Tre giorni più tardi i familiari di Jon ne denunciano la scomparsa mentre il movimento indipendentista Eta fa sapere che Jon è un militante dell’organizzazione incaricato di portare una consistente somma di denaro a Tolosa. I pennivendoli di regime, che della loro dignità ne fanno zerbino, non si attardano ad ipotizzare una fuga di Jon col denaro. Il popolo basco, invece, ha già capito che si tratta dell’ennesima insulsa mossa nella “guerra sporca” combattuta dallo stato spagnolo contro i militanti indipendentisti. Undici mesi di silenzio. È la storia di un desaparecido nel cuore dell’Europa. Lo scorso mese le autorità spagnole dichiarano di aver “trovato” il cadavere di Jon in una camera mortuaria d’ospedale a Tolosa . Nella versione fornita ai familiari le autorità dichiarano che Jon è stato trovato il 29 Aprile 2009 dai Vigili del fuoco in un parco di Tolosa gravemente ferito e con tutti i sintomi di un infarto. Portato in ospedale morirà 13 giorni dopo. Dal 18 Aprile, giorno della partenza, al 29 restano 11 giorni di vuoto. 11 giorni che mettono i brividi.

È il salto di qualità della “guerra sucia” anche se fino ad adesso non potevano certi dirsi straordinari i sequestri lampo dei prigionieri politici e le torture dell’Antiterrorismo spagnolo. Lo Stato Spagnolo, cosi come gli altri paesi europei, non si è attardato ad attrezzarsi a combattere una guerra ad ogni livello di intensità contro chiunque potesse destare sospetto di “pericolosità sociale”. L’esempio più lampante è il regime F.I.E.S. , regime speciale per i prigionieri, equivalente del nostrano 41-bis. Questo regime, la cui durata é a tempo indeterminato, prevede un isolamento pressoché totale; i piccoli cortili per l’ora d’aria sono coperti da reti metalliche; vengono effettuate perquisizioni integrali; esposizioni arbitrarie ai raggi X; torture fisiche; trattamenti farmacologici con psicofarmaci e letti di contenzione. I moduli sono progettati e suddivisi in cinque sezioni e vi sono rinchiusi individui catalogati in base alla loro pericolosità sociale: FIES I – rinchiude individui protagonisti di rivolte, azioni contro il sistema e le autorità, tentativi di evasione. FIES II – racchiude indiziati per traffico di droga e riciclaggio. FIES III – racchiude presunti appartenenti ad organizzazioni rivoluzionarie. FIES IV – raggruppa appartenenti alle forze di sicurezza dello Stato per proteggerne l’integrità. FIES V – vi sono collocati gli antimilitaristi e coloro che destano allarme sociale (* da autprol).

I casi appena citati rientrano perfettamente nella strategia europea in materia di repressione. Assistiamo, ormai da anni, ad una sorta di mutuo soccorso, tra Stati europei ed Unione Europea, per cui quando uno Stato adotta una politica più efficace, più capace di raggiungere gli scopi prefissati (e spesso più feroce), allora l’UE formalizza la normativa a livello generale, fissando uno standard. Ne può essere un esempio il recente pacchetto sicurezza italiano, diventato, dopo le prime polemiche, la cartina tornasole del progetto di rafforzamento dei confini europei in materia di immigrazione.

Spesso, la situazione delle condizioni delle carceri, pur essendo simile, varia poi nelle conseguenze, nelle ripercussioni sui compagni detenuti. In Francia, i detenuti vivono la condizione dell’isolamento più totale, sia rispetto all’esterno, che all’interno stesso delle carceri, proprio nell’ottica tutta internazionale di isolare il più possibile i detenuti politici dal resto dei detenuti comuni. In questi casi diventa ben difficile qualsiasi tipo di organizzazione interna ed anche chi lotta si trova di fronte all’annientamento più totale dovuto proprio all’isolamento. Diminuiscono i casi di rivolte – e questo sembra il punto che l’Europa voleva raggiungere – ma cresce il numero dei casi di suicidi nelle carceri. Nel caso della Francia (ma non è così lontano dagli altri Paesi a guida dell’Europa) assistiamo ad un aumento esponenziale che si incrementa di anno in anno.

Spostandoci più ad Est e provando ad uscire dai confini europei, è possibile notare un altro fenomeno. L’adeguamento agli standard repressivi europei per favorirsi l’entrata in Europa. In Turchia è attualmente alla ribalta delle cronache, anche main stream, la condizione dei detenuti nelle carceri, nell’imminente prossimità dell’entrata della Turchia nell’Unione Europea. Solo per farci un’idea, appunto, pensiamo che nelle carceri turche circa l’80% dei detenuti appartengono alla popolazione curda – di cui una fetta massiccia per appartenenza o fiancheggiamento del PKK – e che le condizioni di vita nelle galere non supera il grado di sopravvivenza. Come è accaduto negli Stati europei anni fa, viene introdotta in Turchia una legge sulla collaborazione, che garantisce condizioni di sopravvivenza al di sopra della media ai detenuti, ovviamente in cambio di delazioni.

Le condizioni di vita nelle carceri sono sempre più argomento di campagne da parte dei compagni lungo tutta l’Europa, tanto che sarebbe difficile adesso farne un elenco aggiornato, in questo editoriale. Ciò che vorremmo però notare è il livello di attenzione che in Italia viene spesso dato alle campagne internazionali, che condividiamo, indirettamente proporzionale a quelle che riguardano i casi italiani appunto, rispetto ai quali la scelta preferita diventa il silenzio.

Tornando ai casi italiani, la repressione tenta di muoversi massicciamente a livello preventivo, adottando le misure cautelari della detenzione ancor prima che il reato sia provato o meno. Pensiamo al recente caso degli arresti degli antifascisti veronesi Luca e Pasquale, che hanno scontato la detenzione domiciliare ancor prima che la sentenza gli comminasse una punizione di 8 mesi con pena sospesa, che potremmo definire ben al di sotto della misura preventiva che gli è stata affibbiata.

Ma pensiamo anche al caso del reato di associazione (270bis) affibbiato a Manolo e Costantino, detenuti prima nel carcere di Rebibbia e poi tradotti versi Siano Catanzaro, carcere speciale per i detenuti politici con l’accusa di appartenere alle “nuove Brigate Rosse”, prima che su di loro pesi una sentenza di colpevolezza. Si tratta di una misura preventiva che assume però tutti i rilievi di una detenzione che supera non solo la presunzione di innocenza, ma che punta al completo isolamento dei compagni. Solo a titolo “cautelativo” non è stato possibile entrare subito in contatto con il proprio avvocato, avere colloqui con i familiari, ma soprattutto, come spesso accade quando si supera anche il livello di base legislativo, i compagni sono stati detenuti in isolamento per tutto il primo mese di detenzione. Ancora oggi dopo la traduzione verso Siano ed in attesa della prima udienza del processo, non è possibile scrivere ai compagni, che subiscono una censura totale sulla posta. Ciò che registriamo in una tendenza negativa è che il reato comminato infatti, molto spesso genera un isolamento in primo luogo da parte di quelle fasce del movimento che preferiscono il silenzio in questi casi, preferendo non fiancheggiare chi subisce un attacco così grave, che mira appunto alla distruzione politica e personale dei compagni imputati.

In conclusione, questo quarto editoriale voleva mettere in evidenza da un lato il legame tra la repressione e l’Europa, che ormai si fondono in una strategia unica applicata ed applicabile non solo negli stati membri , ma anche in quelli che mirano ad entrarvi, e dall’altro la necessità di mantenere alto e attivo un livello di solidarietà a chi dalla repressione viene colpito, non lasciando compiersi il fine ultimo di questa strategia: l’isolamento dei compagni.

19/04/2010

Posted in Generale.


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