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Due fascismi al prezzo di uno

Dopo il miracolo di Mirabello oggi disponiamo di ben due destre contrapposte: una immoralista e l’altra moralista. Ma il delirio fascistoide promosso a piene mani da governo e amministrazioni locali non accenna affatto a placarsi. Anzi, più cresce il disagio indotto dalla crisi economica, più i governanti cercano di incanalare il risentimento sociale verso i soggetti più deboli. Vuoi mai che, magari, qualcuno li contesti o tiri loro un fumogeno!

Ecco in provincia di Varese il sindaco leghista di Tradate che cerca di dare un “bonus bebè” di 500 euro solo alle famiglie italiche (con entrambi i genitori indigeni), non per “discriminazione verso lo straniero”, ma per “la conservazione della razza europea” a rischio estinzione.

Più originale il sindaco Alemanno che a Roma agita TSO per sgombrare i marciapiedi dallo spettacolo sovversivo della povertà e del disagio: trattamento sanitario “realmente obbligatorio”, dice, per i vagabondi. Che siano mentalmente sofferenti o perfettamente lucidi non importa. Nel delirio sadico postfascista, ecco i senza fissa dimora trascinati contro la loro volontà e abbandonati per giorni o settimane in strutture di contenzione.

Intanto, per favorire la ripresa economica, il Parlamento europeo ha approvato una direttiva sulla sperimentazione animale che ammette fra l’altro la vivisezione su animali randagi.

Tutto ciò che si muove, che è povero, che è libero, che è diverso va punito. C’è la politica italo-francese di criminalizzazione dei Rom. C’è la donna a cui viene tolto il figlio perché guadagna poco. C’è il bambino down allontanato dalla direzione di un parco giochi.

Tutto ciò ha che fare con un nuovo modello di “produttività”. Oggi in Europa le imprese riescono ad aumentare i profitti riducendo la forza-lavoro e iper-sfruttando quella ancora occupata. Di fatto, le industrie ottengono un incremento dei profitti proprio con i tagli all’occupazione: hanno scoperto che, se licenziano un buon numero di operai e fanno lavorare più duramente quelli che rimangono, vendono meno prodotti, ma ottengono comunque maggiori profitti.

Tuttavia, per garantire che questo artificio tenga e che la gente non si ribelli, occorre una forte spinta normativa e autoritaria. Una nuova ideologia. Un collante.

Nell’ultimo decennio la destra immoralista ha cercato di inventare capri espiatori per il crescente disagio sociale. Ha provato a manipolare la società attraverso il dominio dei media. Ha distribuito frottole e violenza. Ha alimentato ogni possibile “battaglia fra poveri”.

Oggi però i miti televisivi del successo individuale, l’allarmismo securitario e il razzismo di stato non bastano più. Così, la destra moralista miracolata a Mirabello progetta invece un meccanismo premiale che retribuisca chi s’identifica con lo Stato: Patria, Gerarchia e Famiglia. Un socialismo nazionale e corporativo, ma non meno disciplinare e feroce del modello berlusconiano. Una sorta di keynesismo neofascista: c’è una disoccupazione strutturale a cui si può dare qualche briciola di “reddito solidale” se e solo se svolgerà un lavoro ideologico di consenso, collante e propaganda. Ovviamente contro la “lotta di classe” (1, 2, 3).

Per questo le lotte sul terreno del lavoro saranno assai più efficaci se vi sarà un’insubordinazione diffusa e una mobilitazione generale antifascista e antiautoritaria. Non è un caso che basti qualche fischio o un fumogeno perché lo Stato gridi all’atto terroristico.

Certo, un’epoca pare stia finendo. Un sistema di potere sembra vacillare. Un’economia tossica della “verità” trova sempre più anticorpi sociali diffusi.

In provincia di Brindisi, il 24 agosto un giovane rifugiato nigeriano di 24 anni si trovava di fronte a una panetteria, dove era solito chiedere l’elemosina. Intorno all’una, gli si avvicina il consigliere comunale del Pdl Benedetto Proto, che gli intima di allontanarsi e di non disturbare i passanti. È quello che il nigeriano fa, ma non prima di aver cambiato gli spiccioli nella panetteria, come tutti i giorni. Quando esce dal negozio si trova nuovamente di fronte il consigliere, ma stavolta accompagnato da due vigili urbani. Capisce di essere in pericolo e istintivamente scappa.

La pattuglia lo raggiunge da lì a poco, arrestandolo con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale, minaccia a mano armata, porto illegittimo di armi, rifiuto di fornire le generalità, lesioni personali aggravate. Proto dice d’essere stato minacciato con un coltello. Nel verbale d’arresto finisce anche il referto del pronto soccorso a carico di uno dei vigili urbani, che dichiara d’essere stato aggredito in seguito a una colluttazione con il giovane immigrato. Durante il processo con rito abbreviato, la panettiera dichiara in aula: “Ho seguito tutta la scena, il ragazzo non aveva nessun coltello, ha svuotato le tasche nel mio negozio dove gli ho cambiato gli spiccioli e regalato una focaccia, come faccio ogni giorno”. Né coltello, né colluttazione, né lesione: niente. Tutte frottole per accattare voti. Uno spot. Poco dopo il processo, il consigliere ha però rassegnato le dimissioni nelle mani del sindaco.

A Chivasso in provincia di Torino, dinanzi alla brutalità poliziesca contro un ragazzo nigeriano, una signora con le borse della spesa in mano ha manifestato il suo sdegno e mobilitato una piccola folla di passanti: “Non è mica un cane, dovete ribellarvi!”.

Non occorrono grandi gesti. Anche un’insubordinazione minima può delegittimare e incrinare l’esercizio ordinario del potere.

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