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L’Unità d’Itaglia

«Fidate soltanto nel vostro valore, nelle vostre armi, nella vostra concordia, e fidate nei popoli che, come voi, vogliono la libertà e combattono per ottenerla» (Garibaldi).

Nella sonnolenta storia dell’Italia moderna ci sono solo tre momenti di autentica insurrezione civile, in cui la parte migliore di questo paese si è mobilitata contro il dispotismo e per la libertà: il Risorgimento, la Resistenza e la Contestazione. È inutile raccontare storie costituenti rettilinee e unitarie, o inventare a tavolino finte «memorie condivise»: come ebbe a dire Luciano Bianciardi nel 1969 l’unità d’Italia fu un «miracolo molto equivoco, che ci è costato cento anni di storia assai dolorosa». E proprio nel 1969 lo Stato riaffermava quel processo autoritario e violento con la strategia della tensione e lo stragismo, per fermare le lotte di lavoratori, donne e studenti. Oggi, nel centocinquantesimo anniversario dell’unificazione italiana, bisognerebbe dire che Risorgimento, Resistenza e Contestazione sono ancora processi aperti e inconclusi: questo angolo del mondo non è mai stato davvero unificato, non è mai stato liberato interamente dal Fascismo, né si è riusciti a spezzare l’oppressione di classe e di genere.

Che un personaggio «di sinistra» come Benigni celebri al Festival di Sanremo l’Unità d’Italia mettendo insieme pacificamente Cavour, Mazzini, Garibaldi, Mameli, non fa che riprendere una tipica modalità della «cultura di destra»: le culture conservatrici inventano la propria tradizione allineando i grandi del passato in una galleria di nobili antenati, un «mucchio indifferenziato e sacrale di roba di valore, che è il passato della patria» (F. Jesi, Cultura di destra), banalizzando la storia come simbolo e occultando i conflitti sociali che la percorrono. E tuttavia Mazzini oggi sarebbe definito un «terrorista» e a sparare su Garibaldi e i garibaldini nel 1862 fu il regio esercito italiano, a processarlo come «bandito» furono tribunali italiani.

Analogamente, persino su giornali di sinistra come il «Manifesto» si discorre ora della «coscienza femminile della Nazione», chiedendosi perché mai la «libertà femminile» non debba «concorrere a fondare una fase nuova della vita di una comunità nazionale». E ovviamente si parla solamente di «donne italiane», di «indipendenza simbolica delle donne» (e non di autodeterminazione reale di tutt*), di una «immagine entro cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile etica e religiosa della nazione»…

Contro questi mucchi truffaldini di «roba di valore», che ora piacciono e commuovono anche «a sinistra», viene spontaneo citare una pagina di cinquant’anni fa dell’arrabbiato, antiautoritario Bianciardi di Daghela avanti un passo!:

“«A Napoli noi abbiamo scacciato il sovrano per istituire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che ciò non basti per contenere il regno, sessanta battaglioni». Sono parole del d’Azeglio, quello che voleva fare gli italiani. E voleva farli, appunto, con quei sessanta battaglioni, che non bastarono, proprio come a lui pareva. Ci vorrà una vera e propria guerra di riconquista, condotta con mezzi quasi identici a quelli con cui, dopo la prima guerra mondiale, l’Italia riconquistò la Libia. Molti allora gridarono al miracolo (un’abitudine che gli italiani non perdono mai, salvo poi pentirsene amaramente). L’anno del miracolo: politico, allora, economico, ai giorni nostri: ventidue milioni di italiani (tutti da rifare, secondo il d’Azeglio) che improvvisamente si univano a formare un sol regno. Ma fu un miracolo molto equivoco, che ci è costato cento anni di storia assai dolorosa, che potremmo riassumere in questi pochi eventi: guerra dei briganti, sommosse del ’66, convinzione radicata nel popolo che lo Stato sia oppressore, un’astratta entità ostile che si fa viva solo per esigere le tasse e mandarci a far la guerra, analfabetismo sottile e perfido razzismo interno, per cui i “terroni” sarebbero cittadini di seconda categoria, la mafia mai sconfitta; una dittatura ventennale e una guerra disastrosamente combattuta e persa. Tutto ciò non potremmo spiegarcelo, se non ragionando che l’unità fu fatta male. Contro Garibaldi”.

Già, se fosse stata fatta solo un po’ meglio, forse non avremmo oggi quei tetri pagliacci di CasaPound che accorrono a Bolzano per difendere un bassorilievo equestre del Duce

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