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Wu Ming 2 e i salotti ambigui del potere: noi tifiamo diserzione!

Anzitutto vogliamo fare ammenda per aver usato un tono forse troppo acido nel criticare la partecipazione di Wu Ming 2 a una rassegna culturale del Centro San Domenico.

Va da sé il nostro rispetto per l’impegno culturale antifascista di Wu Ming, ma proprio per questo la partecipazione a quell’iniziativa a noi pare incomprensibile ed equivoca. Del resto, esprimere una critica non significa voler dividere, né dubitare di un intero percorso, ma solo dire la propria su una serie circoscritta di fatti.

Non possiamo che ribadire che, storicamente, il Centro San Domenico – in mano all’ordine dei frati domenicani – è stato ed è tutt’oggi un istituto culturale del conservatorismo bolognese, largamente sovvenzionato dall’Associazione Industriali. Per quanto abbia sempre promosso una finzione di «dialogo», lo ha sempre fatto da destra e gli intellettuali di destra vi sono sempre stati di casa.

Tanto più che l’iniziativa è a invito e il pubblico sarà la buona borghesia della città che va a ricrearsi con i «profumi» e le «degustazioni» di mondi esotici.

Quanto all’impostazione della rassegna, al di là del «lusso spirituale» dei titoli dei quattro incontri («Venezia: porta verso l’Oriente», «Istanbul: tintinnii d’oro e d’argento», «Gerusalemme: crocevia del mondo», «Pechino: impero celeste»), pare evidente la volontà della Casa editrice «Il Mulino» di ispirarsi alle «grandi intese» della politica istituzionale.

La rassegna comincia con il sinistro Massimo Donà, divenuto negli ultimi anni un fan di Julius Evola, tanto da definirlo «filosofo della libertà» e da ristampare per le naziste Edizioni Mediterranee la Fenomenologia dell’individuo assoluto di Evola (Roma, Edizioni Mediterranee, 2007, a cura di Gianfranco de Turris, prefazione di Massimo Donà).

Poi c’è Franco Cardini, proveniente dal Movimento Sociale Italiano e dalla Jeune Europe di Jean Thiriart, prima neofascista, poi tradizionalista e ora, da alcuni anni, su posizioni di antimperialista cattolico e spiritualista, «socialista», ma avverso al «livellamento egualitario».

Poi, per bilanciamento, c’è Duccio Campagnoli, grigio uomo di potere dell’establishment bolognese, carriera tutta interna alla FGCI, al PCI e ai DS, presidente di Bologna Fiere (che è tra i finanziatori della rassegna), gran sperperatore di fondi pubblici in inutili «tecnopòli» e grande sostenitore del People Mover.

Non si può credere che con queste scelte la Casa editrice «Il Mulino» non abbia voluto esprimere un appoggio, come abbiamo scritto, a questi «tempi di grandi intese e di scelte piccole piccole»: un simbolico «tutti insieme appassionatamente»…

Ora leggiamo su Giap, in data 3 giugno: «Troppo facile – si fa sempre per dire! – e troppo scontato riflettere su #occupygezi e orientalismo, territorio e conflitto, lotte locali che toccano l’universale… in un posto dove tutto ciò potrebbe suonare come predica ai convertiti. La vera sfida è farlo in un incontro su Istanbul organizzato dalla casa editrice Il Mulino come parte della rassegna “Viaggi d’autore”».

È questa «sfida» che noi non comprendiamo e che anzi, dal nostro punto di vista, riteniamo fuorviante.

Oggi che tutti quanti perdiamo sempre più la facoltà critica di distinguere fra quel che ci sta intorno, crediamo che si tratti di fare delle scelte di campo il più nette e ragionate possibili.

Oggi che un potere sempre più inquieto mescola le maschere e i travestimenti, crediamo che si tratti di lasciare deserti i nidi dei reazionari e dei politicanti in cerca di nuove legittimazioni culturali.

Sappiamo bene che Wu Ming e Cardini non dialogano tra loro. Ma perché un antifascista dovrebbe andare oggi in un luogo del tradizionalismo cattolico come il Centro San Domenico dove tutto diventa un bel polpettone e non si fa che agevolare i soliti mimetismi culturali e favorire la nuova filosofia autoritaria delle «grandi intese»?

Sia detto senza alcuna intenzione polemica: perché gli antifascisti in Turchia sono nelle strade, e qui qualche intellettuale antifascista può credere che la «sfida» sia nei salotti buoni della destra borghese?

Noi crediamo che le barricate non siano solo quelle cose che si fanno in strada, ma che vi sia una barricata invisibile su cui si combatte ogni giorno, ed è quella di non dar spazio ai discorsi della destra e agli spazi culturali della reazione.

Per questo ci sentiamo di chiedere a Wu Ming 2 di disertare il Centro San Domenico il 12 giugno. Non in sordina, ma pubblicamente.

E lo auspichiamo in nome di un ragionamento culturale e sociale: non per dividere o per dubitare della sincerità delle intenzioni di fondo, ma perché abbiamo bisogno di imparare insieme da che parte stare. E non da che parte stare a Istanbul, ma qui e ora.

Certo, nessuno ha la verità in tasca, ma queste sono le nostre ragioni.

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