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Derby nero in Ucraina

Dinanzi ai conflitti degli ultimi anni, la destra neofascista in cerca di sponsor si è sempre divisa tra «filoamericana» e «antiamericana», fin dai tempi dell’aggressione all’Iraq nel 2003, della guerra contro la Jugoslavia nel 1999, della prima guerra del Golfo nel 1991, dell’occupazione dell’Afganistan, eccetera.

Ora è la situazione ucraina a dividere in due il fronte neofascista europeo mostrando di quali capriole e equilibrismi siano capaci i neofascisti quando cercano di ingraziarsi un nuovo padrone: così CasaPound si schiera con Kiev e Forza Nuova invece sta con Putin. Sui neofascisti in Ucraina vedi Osservatorio democraticoPopoff e Vice.

Mentre l’Europa e la NATO hanno fornito armamenti e sovvenzioni contribuendo a instaurare il governo neonazista di Kiev, ora il governo russo sponsorizza i movimenti europei neonazisti e ultranazionalisti come ad esempio Forza Nuova progettando forse di rendere pan per focaccia. Così i venti di guerra fra imperialismi contrapposti rischiano a poco a poco di far rivivere le radici nere dell’Europa.

Del resto, non è certo un fatto nuovo che Putin promuova e sostenga alcuni movimenti europei di estrema destra. E anzi molti partiti dell’estrema destra europea oggi considerano Mosca il caposaldo di un movimento paneuroeo capace di contrastare l’egemonia statunitense e la società liberale per riproporre le fandonie autoritarie della Nazione, dell’Identità, della Sovranità e della Tradizione.

Ma la domanda forse più rilevante è quella proposta ora su Carmilla:

«Non c’è dubbio, il fronte dei ribelli contro Kiev non è esente da ambiguità. Ne fanno parte anche conservatori, slavofili, amici di Putin, gente di destra. Ma è lecito astrarsi da una lotta dichiaratamente antifascista in piena Europa, per di più a composizione nettamente operaia e proletaria?»

Vero è, d’altro canto, che anche in Ucraina la resistenza proletaria all’oppressione resta una via decisiva per contrastare la prossima guerra globale.

Su entrambi i fronti del conflitto, senza che i media europei ne facessero parola, ci sono state in questi mesi diserzioni di massa, proteste contro l’invio delle truppe al fronte, manifestazioni contro la guerra e contro il peggiorare delle condizioni di vita, scioperi di minatori difesi anche con le armi. Più dettagli su F(r)eccia.

Forse solo la guerra sociale può contrastare la violenza nazionalista e la subalternità alle logiche imperialiste.

Ma vi è anche un nodo concettuale su cui occorrerebbe riflettere. Dinanzi alla guerra in Ucraina non si tratta certo di distinguere antifascisti di serie A e antifascisti di serie B, ma di segnare una linea netta di demarcazione rispetto alla teoria e alla pratica rossobruna di organizzazioni fascistoidi come «Stato e Potenza» o «Rinascita».

E in ciò non aiuta l’avvallo a una disciplina come la geopolitica che ha radici nazifasciste e solide implicazioni con le tecniche di dominio imperialista. Così ad esempio su Contropiano viene argomentata la solidarietà al Donbass:

«la Sinistra “radicale” occidentale, da oltre un ventennio, ha progressivamente abbandonato il metro della lotta di classe, sbrigativamente accantonato come ciarpame novecentesco, finendo per introiettare, in parte, il punto di vista del nemico su una presunta “fine della storia”. Il tema “politicamente corretto” dei diritti umani si è imposto come nuovo elemento dirimente nell’analisi, mentre discipline come la geopolitica (che, invece, sarebbe molto utile utilizzare come complemento all’analisi di classe) sono state, con superficiale errore, tacciate di “fascismo”».

Davvero la «geopolitica» non è di per sé una lettura nazionalista e cripto-fascista tipica delle teorie autoritarie e stataliste? Davvero può diventare un complemento dell’analisi di classe?

Non che abbiamo una risposta indubitabile, ma è un fatto che l’analisi geopolitica individua le comunità nazionali come blocchi omogenei di interessi, bisogni, attività, culture, mentre invece l’analisi di classe parte dall’assunto opposto: quello della lotta e solidarietà internazionale degli sfruttati perché un proletario cinese condivide molte più cose con un proletario statunitense o con uno russo che non con i padroni di casa propria.

E ciò forse vuol anche dire che la lotta sociale in casa propria è già solidarietà internazionale.

Ora e sempre resistenza!

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