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Una bomba che continua a esplodere

Dopo tanti anni di polveroni mediatici, di ridicole commissioni parlamentari, di lambiccamenti dietrologici, di campagne innocentiste e autoassolutorie, ecco che la cosiddetta «pista palestinese» per la strage del 2 agosto 1980 non esiste più. Nel gergo dei Tribunali si dice «archiviata», ma si dovrebbe dire finita nella spazzatura come le tante pagine del «Resto del Carlino» che per anni ci hanno proposto nuovi, fantastici scoop

È che la loro «verità» ormai non ci interessa. A quest’ora i mandanti istituzionali delle stragi saranno senz’altro morti. I neofascisti dei NAR che misero la bomba alla stazione di Bologna, adesso sono liberi e soddisfatti. E la sola verità che abbiamo è affidata a un vecchio slogan che andrebbe inciso su tutte le lapidi delle 14 grandi stragi italiane: «Le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni».

Quei morti sono serviti ad affossare il sogno di un mondo più giusto e più libero. Quella bomba continua ancora oggi a esplodere contro i poveracci e gli sfruttati.

Intanto i neofascisti in tutt’Europa si fanno man mano più aggressivi, con la copertura di polizie e questure compiacenti.

Non solo più volte CasaPound ha «mimato» in cortei per le vie di Roma le «spedizioni punitive» del 1920-1921 sfilando su camion scoperti con a bordo militanti agghindati con tanto di Fez. Ma ora i neofascisti organizzano veri assalti squadristici mirati e pianificati, a Cremona, a Parma, a Martellago, a Trento… Pensano che sia venuto il loro momento. Spadroneggiano persino in locali d’ispirazione antifascista.

Né si può credere che siano tutti fatti isolati. Organizzazioni strutturate in modo verticistico fino al punto di spedire dalla sede centrale alle sedi periferiche persino gli striscioni già belli e confezionati da appendere, non si muovono senza un avvallo gerarchico dall’alto. E polizia e istituzioni mostrano ancora una volta da che parte stanno.

Se vi è una strategia, va decodificata. Perché occorre essere là dove non ci aspettano. Perché resistere è possibile e opportuno.

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