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2 agosto: un depistaggio «spontaneo» del procuratore Amato?

«Chiusa l’inchiesta sul presunto quarto uomo, ora la Procura stringe sui mandanti della strage», scriveva solo qualche giorno fa il «Corriere di Bologna», dopo la notizia del probabile rinvio a giudizio del neofascista Gilberto Cavallini per la bomba alla Stazione di Bologna che il 2 agosto 1980 causò 85 morti e oltre 200 feriti.

Tanti sono infatti gli elementi indiziari che permettono di ricondurre anche la strage del 2 agosto alla regia occulta dei servizi segreti e alle strutture clandestine della destra anticomunista che facevano capo al fascista Licio Gelli – condannato per depistaggio delle indagini – e che si servivano della manovalanza neofascista.

Al momento del suo arresto a Ginevra nel 1982, fra le carte di Licio Gelli furono trovati documenti che attestavano la movimentazione di un totale di 15 milioni di dollari tra il luglio 1980 e il febbraio 1981 dal suo conto svizzero a beneficio di alti esponenti dei ministeri dell’Interno e della Difesa. Per disposizione di Gelli, un milione di dollari fu inoltre consegnato in quei giorni da una impiegata della banca UBS nelle mani di un ignoto militare.

Secondo il «Corriere di Bologna» nei giorni scorsi si stava per aprire una nuova pagina giudiziaria sul 2 agosto:

«Un filone che ipotizza l’esistenza di una sorta di super cupola stragista, un’associazione sovversiva che avrebbe in sostanza ordinato e diretto tutte le stragi dal ’69 all’84. Si tratterebbe dei burattinai della strategia della tensione, appartenenti a settori clandestini dei servizi segreti e delle forze armate, che si servirono della manovalanza dei neofascisti veneti e romani e che agirono in funzione anticomunista. Tutti protagonisti di una guerra non ortodossa elaborata in ambito atlantico».

Ma non è mai accaduto che lo Stato accetti di farsi processare. Né sarebbe molto logico visto che morte e violenza di Stato sono tutt’ora uno strumento di governo e di condizionamento pienamente in uso, e forse più adesso che nel passato.

Non è dunque sorprendente che un magistrato in odor di neofascismo come il procuratore capo Giuseppe Amato abbia subito dichiarato in modo arrogante e risoluto:

«Mandanti, il capitolo è chiuso. Non è una indagine che si conclude in termini incerti rispetto al tema da cui è partita. Non c’è un quid che rimane inesplorato».

Insomma, non si sta aprendo nessuna nuova pagina giudiziaria e anzi il procuratore Amato offre una sua falsante ricostruzione politica che però vorrebbe imporsi come la Verità ufficiale:

«lo spontaneismo dei NAR ci è parso un elemento che confliggesse con il coinvolgimento consapevole di questi soggetti con altri che svolgessero il ruolo di mandanti o finanziatori».

Non c’è nulla di inesplorato? lo Stato non c’entra? Sicché l’esplosivo militare delle stragi è un fatto di «spontaneismo», la P2 e Gladio sono «spontaneismo», i depistaggi e le collusioni istituzionali sono «spontaneismo»? Oppure il procuratore Amato è l’ultimo esponente di una lunga serie di depistatori con simpatie o sintonie neofasciste? Scriveva infatti «Repubblica» nel 2012 riguardo alla montatura giudiziaria intentata da Amato contro gli anarchici trentini:

«divampa la polemica per il nome dato all’operazione: Ixodidae. Nome latino che significa “zecca” ovvero il termine dispregiativo con cui i neofascisti – ma anche alcuni poliziotti nelle registrazione del G8 di Genova – chiamano i giovani dei centri sociali e della sinistra radicale».

Tanto più che il procuratore Amato è un teorico dell’impunità dell’«agente provocatore» che non deve sentirsi «penalizzato» nel commettere reati e deve ricevere sempre un’adeguata copertura istituzionale. Così scriveva infatti in un articolo intitolato Se l’agente provocatore entra nel processo:

«Certamente una tale rigorosa soluzione sarebbe la più idonea ad esaltare il ruolo di garanzia del giudice, ma appare senz’altro troppo penalizzante per l’operatore di polizia infiltrato».

Non abbiamo una risposta, ma certo il procuratore Amato è uno di quei funzionari di Stato che è lì soltanto per zittire qualsiasi protesta o critica e per riscrivere continuamente la storia, scriverla e sovrascriverla, facendo finta di non essere un «politico», ma solo un rispettabile magistrato.

Intanto, l’inchiesta su Mafia capitale ha prodotto il solito colpo di spugna e il neofascista Massimo Carminati – implicato nelle indagini sulla strage del 2 agosto – può permettersi di fare il saluto romano davanti alla corte, visto che sa bene che, ancora una volta, non gli accadrà nulla e se ne andrà impunito come al solito. In fondo, anche lui è un «servitore dello Stato».

Noi invece crediamo che sia tempo di organizzare una rivolta delle coscienze e dei corpi che dal 25 aprile al 2 agosto provi a prefigurare un avvenire diverso, più libero, più giusto e solidale. Una rivolta contro la miseria, lo sfruttamento e il privilegio. Una rivolta della rabbia e del disgusto che dia avvio a una festa di liberazione.

Come è accaduto a Bologna il 12 marzo 1977. Giustamente oggi continuiamo a ricordare Francesco Lorusso ucciso dallo Stato, ma la vera memoria da tramandare non è la sconfitta e il sacrificio, ma l’insurrezione che il 12 marzo seppe criticare e contestare gioiosamente la violenza omicida dello Stato e dei padroni con una festa di libertà. Riattualizzarla in modo nuovo e affermativo è un compito difficile, ma necessario.

Ora e sempre resistenza!

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