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Charlottesville: unificazione politica e violenza stragista dell’estrema destra

Il 12 di agosto si è svolta una manifestazione unitaria delle estreme destre statunitensi a Charlottesville, cittadina dello stato della Virginia, con il pretesto di opporsi alla rimozione della statua del generale confederato Robert E. Lee, da sempre emblema del sistema schiavile e razzista del Sud e oggi assurto a simbolo del suprematismo bianco, atto che i fascisti affermano sia parte di un piano per «cancellare dalla storia i grandi uomini bianchi»: nei loro proclami, un atto di «razzismo al contrario» contro il «vero» americano bianco, anglosassone e protestante, con la stessa retorica che anche a queste latitudini sospinge l’azione dell’identitarismo neofascista, all’opera tanto su sgangherate navi anti-immigrati nel Mediterraneo quanto in «circoli culturali» che si proclamano identitari, non conformi e «né di destra né di sinistra».

Quando ormai il corteo fascista di Charlottesville si era sciolto, e quello antifascista stava tranquillamente sfilando, un’auto si è avvicinata con calma e senza destare sospetti alla contromanifestazione antirazzista, per poi accelerare quando c’era la certezza di investire più persone possibili, in perfetto stile ISIS. Un vero attentato terroristico di matrice neofascista, che i media mainstream hanno celermente presentato come semplice «incidente» o ad opera di un «pazzo isolato», e non come diretta conseguenza del consentire democraticamente a nazismi e fascismi di avere spazio e legittimità.

Alla guida si trovava il ventenne James Alex Fields, dell’Ohio, membro di «Vanguard America», un gruppo neonazista legato alla galassia Alt-right e specializzato nel reclutamento di giovani nei campus universitari (vedi qui). A terra, oltre a decine di feriti principalmente membri anarcosindacalisti dell’Industrial Workers of the World (IWW) e attivisti del Democratic Socialists of American (DSA), è rimasta una compagna proprio dell’IWW, la trentaduenne Heather Heyer, per cui non c’è stato nulla da fare.

Alcune riflessioni sulla giornata sono fondamentali, prima di passare all’omicidio di una donna che consideriamo nostra compagna.

Innanzitutto, va sottolineato che i razzisti sono stati cacciati dal loro punto di concentramento dalla pressione dei contromanifestanti antifascisti e antirazzisti.

Di per sé, la manifestazione «Unite the Right» doveva essere l’apoteosi delle destre radicali americane, in grado di unirle e di evidenziarne la forza contro i cosiddetti «antifa». Tutti questi obbiettivi, però, sono in parte falliti: diverse organizzazioni di punta hanno mandato solo piccole delegazioni e, nonostante l’ampio sforzo, i fascisti hanno mobilitato una quantità di persone decisamente inferiore alla contro-manifestazione antirazzista e sono stati addirittura cacciati fuori dal proprio luogo di ritrovo. Insomma, un mancato successo che si traduce in un fallimento, contando la quantità di risorse che vi sono state investite (vedi qui).

A parte la riprova che no, i fascisti non sono invincibili, e sì, si può batterli, – e duri sono stati gli scontri fra compagni e fascisti, – possiamo trarre da questa giornata due spunti importanti: oltre alle numerose anime della cosiddetta Alt-Right, la nuova versione glam della destra reazionaria (vedi qui un video al riguardo), erano presenti in massa il KuKluxKlan, le organizzazioni di bonehead neonazisti, i nazionalisti più classici e beceri, i cosiddetti «neoconfederati» del Sud, le milizie di destra e così via.

Organizzata da Jason Kessler dell’organizzazione «Unity and Security for America», l’iniziativa prevedeva come oratori più o meno tutte le personalità brune di un qualche peso, da Richard Spencer all’attivista radio Mike Enoch e molti altri (vedi qui).

Il percorso comune che è riuscito a portare in piazza assieme neonazisti del Traditionalist Worker Party (che con i gruppi bonehead si è assunta il ruolo di «servizio d’ordine») con i fascisti da college di Identity Evropa è il primo dato che va colto: infatti, a prescindere dal successo o meno (di cui parleremo dopo) di questo obbiettivo, è un segnale di come essi abbiano assunto la necessità di organizzarsi collettivamente oltre i tradizionali steccati.

Inoltre è parso evidente come i razzisti si siano adattati, dopo le sconfitte umilianti alla giornata per l’insediamento di Trump (in cui lo stesso Spencer si è preso un pugno in faccia) e il tentativo di comizio a Berkley, dove già un compagno era stato ferito da un colpo di pistola. Infatti lo schieramento di un servizio d’ordine organizzato, equipaggiato e pronto allo scontro non è stato importante per l’efficacia che ha avuto durante la giornata in sé, quanto per la lucidità di pensare al tema dell’agibilità in strada non come un dato secondario, ma come centrale.

Infatti, ora che Trump stesso si è smarcato – senza troppa convinzione – dai suoi sostenitori meno presentabili (che comunque continuano a far parte dei suoi sostenitori e della sua base «militante»), i fascisti portano avanti la propria agenda, essendo non solo semplici emanazioni del potere statale e capitalista, ma derivazioni dotate di propri interessi e risorse (vedi qui).

In sé, il salto di qualità in tema di forza militare, accompagnata con l’efficace restyling estetico e di immaginario e con la capacità di muoversi a livello mediatico (vedi qui), stanno mettendo le basi per un movimento con una nuova potenzialità e capacità di massa, un livello ben oltre la galassia di gruppuscoli settari di qualche tempo fa.

E a questo non si può rispondere semplicemente che «ora sono favoriti» o che «il clima è dalla loro parte», perché se è vero che il senso di insicurezza generalizzato che si respira gli è favorevole, il loro successo deriva principalmente dall’efficace lavoro che hanno svolto capillarmente sul territorio e nella cultura di massa, intercettando fasce di popolazione la cui frustrazione non trovava altri referenti. La maggiore magnitudine della violenza fascista può essere più o meno oltre il livello che ora i suoi leader vorrebbero esprimere, ma è sempre simbolica di una maggiore sicurezza che le destre sentono e non può essere derubricata come un dato secondario, facendo parte di una precisa strategia di controllo del territorio e monopolio dell’agibilità politica (vedi qui) a cui bisogna rispondere in modo quantomeno adeguato.

Tutti questi elementi, esplosi a Charlottesville ma presenti da qualche tempo nel contesto statunitense, parlano direttamente anche a noi, in quanto presenti in nuce – con le proprie fisiologiche differenze e particolarità – anche nella nostra società e nei contesti in cui ci troviamo a vivere.

L’attività sempre più frenetica di un nuovo movimento xenofobo, identitario e neofascista, la sua rilevante influenza sull’opinione pubblica nazionale e sulla cornice della discussione politica istituzionale, le convergenze e le sinergie unitarie tra le sue diverse organizzazioni e militanti, le sempre più numerose aggressioni squadriste contro immigrati, antirazzisti, sindacalisti, militanti o simpatizzanti di sinistra sono all’ordine del giorno. Solo gli sprovveduti («sono solo innocui nostalgici») o chi è in malafede («il fascismo non esiste più») possono sottovalutare quello che sta succedendo. Perché Charlotessville è già qui, e potrebbe essere domani.

L’unico argine per impedire che ci siano altre Charlottesville, ma anche di altri Remì, altri Killah-P, altri Dax, altri Emmanuel, altri morti ammazzati dai nuovi squadristi è la consapevolezza che oggi, più che mai, è necessario che si torni a discutere collettivamente di un antifascismo militante (nelle sue accezioni sociali, culturali e pratiche) capace di misurarsi con le sfide del presente. Non lo sperare che i fascisti facciano stupidaggini tali da spingere lo stato a «limitarli», non i proclami fine a se stessi, ma un antifascismo quotidiano e permanente che accompagni il lavoro politico e culturale nelle viscere della società ad un agire che neutralizzi e prevenga la minaccia fascista ovunque provi a palesarsi. Prima che sia troppo tardi. Si tratta di riempire nuovamente i quartieri popolari, le cittadine di provincia, i luoghi di lavoro, le curve degli stadi, le scuole tecniche e professionali, togliendo il vuoto in cui i fascisti si infilano e incancreniscono.

A Heather Heyer e a tutte le compagne e i compagni caduti: «Piangiamo i morti, e combattiamo come l’inferno per i vivi».

Qui un esauriente report della giornata da chi era sul campo.

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One Response

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  1. giovanni says

    sarebbe interessante anche un paragrafo sull’infamia del cerchiobottismo dei democratici e dei media di riferimento, che pontificano contro la violenza di entrambe le parti, come se nazisti e antifascisti fossero sullo stesso piano, e aiutano oggettivamente i nazi demonizzando gli antifascisti. Basta e avanza questo screencap della CNN per spiegare di cosa sto parlando
    https://pbs.twimg.com/media/DHIl_QxUwAEJo3O.jpg
    E poi queste m…e hanno la faccia di tolla di accusare Trump di non prendere le distanze dai nazi!



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