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Kronstadt, memoria del futuro

Nelle tante pubblicazioni, nei convegni e nelle iniziative tanto mainstream quanto “antagoniste” che si stanno tenendo in occasione dei cento anni della Rivoluzione russa, o meglio bolscevica, c’è un grande assente: l’anarchismo. Non vi è cioè alcun riferimento al fatto che, all’interno del movimento operaio, l’anarchismo abbia sviluppato assai per tempo una critica pratica e teorica ai risvolti oppressivi della Rivoluzione russa, sapendo prevedere in anticipo l’esito autoritario di una rivoluzione che intendeva farsi Stato. Del resto, gli anniversari e i musei sono invenzioni del potere borghese. L’unico modo per celebrare una rivoluzione è farne un’altra. Ripubblichiamo al riguardo due vecchi articoli di Gianni Sartori e una sua considerazione sul centenario appena trascorso.

1871: LA COMUNE – 1921: KRONSTADT – 2021: … ?
di Gianni Sartori

Il centenario della Rivoluzione d’ottobre è stato sicuramente celebrato sotto tono, meno di quanto meritasse.

A mio avviso fu un evento quasi unico, fondamentale per la Storia umana, in particolare per gli oppressi e sfruttati. Indipendentemente dagli sviluppi successivi, in parte deludenti.

Chi critica il comunismo sovietico (anche se dopo il 1921 di autenticamente “sovietico” ne rimaneva poco) finge di non sapere quali fossero le reali condizioni in cui versavano le classi subalterne sotto il zarismo e di quale prezzo stessero pagando nelle trincee della Prima guerra mondiale (notoriamente “i soldati votarono con i tacchi”, quello che i nostri proletari non riuscirono a fare compiutamente a Caporetto, purtroppo).

Ma tra le varie facce e sfaccettature della Rivoluzione d’ottobre non va dimenticata la componente libertaria, anarchica.

A loro, agli anarchici, non possiamo rinfacciare quasi niente, tranne forse di essere stati sconfitti dai burocrati e commissari politici (e dal loro braccio armato).

Ricordo una scritta apparsa sul muro della Biblioteca Bertoliana di Vicenza nel secolo scorso (conosco l’autore), in occasione del centenario della Comune di Parigi e del cinquantenario di quella di Kronstadt.

1871: LA COMUNE – 1921: KRONSTADT – 1971: … ?

Purtroppo, mentre ormai si profila all’orizzonte anche il centenario di Kronstadt, devo constatare che restiamo in attesa…

Certo, i tempi sono cambiati. Così come la composizione sociale, l’immaginario collettivo, i rapporti di forza etc.

Rimane intatta, se non la speranza, almeno la nostalgia.

Per alimentarla ulteriormente ho recuperato due miei interventi, rispettivamente del 1990 e del 1991 su Kronstadt.

Oggi forse sarei più comprensivo verso i compagni comunisti, quelli che non hanno rinnegato almeno. Ma all’epoca era così… Oggi come oggi ritengo che di fronte a quello che accadde a Kronstadt e in Ucraina (Vedi Nestor Makno), così come in Catalunya e Aragona nel 1937 dovrebbero entrambi, anarchici e comunisti, riconoscere che fu comunque una tragedia, una guerra fratricida tra compagni. E trarne le dovute conclusioni per il futuro.

Tutti a Kronstadt!
(Gianni Sartori, ottobre 1990)

Non sarebbe una cattiva idea quella di cominciare a pensarci seriamente. Prima che Gorbaciov “riabiliti” anche quelli di Kronstadt e dell’Ucraina o magari se ne impadroniscano indebitamente i neo socialdemocratici della “Cosa” aggiungendo al danno le beffe e dio sa cos’altro. Da certa gente c’è da aspettarsi di tutto. Ricordiamoci che sono maestri insuperabili nel falsificare e manipolare. Con le loro facce di bronzo hanno sostenuto per anni che Nestor Makno era un bandito, i ciennetisti dei provocatori e la rivolta operaia-consiliare di Budapest una controrivoluzione… Capacissimi di venirci a raccontare che quelli della Risoluzione di Petropavlovsk, in fondo in fondo, erano dei seguaci di Flores d’Arcais e/o di Fassino. Del resto tra i ranghi del PCI c’è gente che fino all’altro ieri difendeva a spada tratta il socialismo da caserma; che fino a ieri tesseva le lodi di quell’Ercoli che tanto si era “prodigato” per strappare qualche dissenziente dalle grinfie di Stalin; per non parlare del sostegno fornito da alcuni esponenti comunisti (pace all’anima loro) a regimi ultratotalitari come quello del boia Menghistu. Ora, sempre dagli stessi ranghi, qualcuno pontifica che non si è mai visto sul pianeta un comunismo democratico. Sfido. Quello libertario di Ucraina, Catalunya, Aragona ecc. lo hanno abolito per decreto ed estirpato manu militari. A suggello dichiarano che non può esserci libertà senza capitalismo. Dal che sembra di intuire che hanno introiettato fino in fondo l’ideologia borghese per cui anche la libertà non è altro che una merce; un tanto al chilo, per chi può permettersela. Potrebbero anche aver ragione, forse. Ma solo se Kronstadt fosse un mito, una favola bella che i proletari si tramandano per autoconsolarsi. Ma KRONSTADT è stata. Alla faccia di tutti i capitalisti, burocrati e ideologi è stata. Settanta anni fa e non nell’età dell’oro. Come la “repubblica su tachanki” dei Machnovisti o la lunga estate di autoemancipazione proletaria che traversò la penisola iberica per tutta la prima metà del secolo (non solo nel ’36-’37). Questi fatti incredibili sono accaduti (ed è questa la cosa più incredibile). Il “problema” resta insolubile per tutti gli storici di regime di ogni regime. Gli eventi di Kronstadt urlano ancora che la “mutazione culturale” era avvenuta; non nel cervello o nei libri di qualche intellettuale situazionista ma nella mente, nel cuore e nella vita di quei proletari che alzarono (idealmente almeno) le bandiere rosse e nere. Per non dover essere né servi né padroni. Mai più. Illuminando per il tempo di un attimo il cupo orizzonte della storia umana. Kronstadt porta il segno di una contraddizione irrisolta e irrisolvibile fintanto che ci si aggira nella palude delle ideologie mercantili e spettacolari. Kronstadt è quel gesto collettivo di rivolta che non potrà mai essere integrato, riciclato, addomesticato dal potere; soltanto represso, rimosso, cancellato. Perché è oltre il potere. Nella storia in rivolta contro la storia; un sogno che non si è istituzionalizzato, che non si è “fatto Stato”: ma che è stato, semplicemente. Non l’ennesimo tentativo di prendere il potere ma la messa in pratica del sano e radicale proposito di annichilirlo. La storia è abbastanza nota. Riepiloghiamo per i più giovani o smemorati. Nel 1921 i marinai di Kronstadt nel Golfo di Finlandia, presso Pietroburgo, si ribellarono armi alla mano al governo “sovietico” (virgolette, mi raccomando) e alla commissariocrazia. Quella che venne chiamata la “Seconda Comune” fu molto di più che una pura e semplice “rivolta della fame” (come vorrebbero insinuare certi “revisionisti”) e riuscì a sopravvivere per sedici giorni. Pochi, almeno apparentemente. Ma ci sono giorni nella storia della lotta di classe che contano millenni. La resistenza venne stroncata, soffocata nel sangue per mano dell’Armata Rossa su ordini precisi di Lenin e Trotzki. Seguirono persecuzioni, arresti, torture, fucilazioni in tutto il paese, particolarmente ai danni degli anarchici. Kronstadt comunque non “appartiene” solo a loro. Appartiene a tutti i diseredati, perseguitati, oppressi e sfruttati; a tutti quelli che sanno o cominciano a intuire che “non basta cambiare padrone per essere liberi” (vale tanto per chi si è illuso sulle proprietà salvifiche del leninismo come per chi si illude sulla bontà intrinseca della coppia democrazia-mercato). Kronstadt è il punto di non ritorno a cui tornare e da cui ripartire per ogni discorso di autoemancipazione proletaria. E allora, in questo ormai prossimo settantesimo, riprendiamoci Kronstadt; la nostra Kronstadt libertaria, sovversiva, rivoluzionaria… e via, anche sovietica. (n.d.r. in questo caso sovietico va senza virgolette). Kronstadt è stata l’esempio vivente di un’autentica democrazia consiliare. L’ultimo forse prima che l’apparato bolscevico esautorasse di ogni reale autonomia i consigli; mantenendo peraltro inalterata la formale definizione di “sovietico”. Un caso evidente di appropriazione indebita. Kronstadt resta la faccia pulita della Rivoluzione russa, quella che non volle imboccare la “scorciatoia” del totalitarismo, senza per questo cadere nella trappola della socialdemocrazia. Ributto quindi la mia “modesta proposta”. Ritroviamoci a Kronstadt vecchi e nuovi compagni. Per qualcuno sarà un modo di rivendicare quel che siamo stati. Per altri più giovani potrebbe essere un’occasione per riprendere discorsi rimasti in sospeso. Il sogno resta aperto. E contagioso. L’anno prossimo. A KRONSTADT.

Gianni Sartori (ottobre 1990)

Giù le mani da Kronstad
Gianni Sartori, ottobre (1991)

Davvero non sospettavo di avere doti divinatorie! Scrivendo “Tutti a Kronstadt” (“A” n. 176, pag. 41) mi ero riferito ai burocrati del PCI, allora “Cosa” ora PDS, con queste parole: “Capacissimi di venire a raccontare che quelli della Risoluzione di Petropavlovsk, in fondo in fondo, erano dei seguaci di Flores d’Arcais e/o di Fassino”. Non l’avessi mai fatto! Lo sciagurato mi ha preso in parola. Quello che per me era solo un divertente paradosso è diventato realtà. Leggendo tra le righe dell’articolo “Addio a Togliatti” (la Repubblica del 3/9/’91) di Paolo Flores d’Arcais (PFdA) si dovrebbe probabilmente dedurre che a Kronstadt insorsero contro il comunismo, comunque inteso, in nome della libertà d’impresa e del lavoro salariato (ossia del capitalismo, senza di cui – ci insegnano i nuovi adepti pidiessini – non può esserci libertà). Ora non credo che le cose stiano esattamente così. All’elaborazione della Risoluzione di Petropavlovsk parteciparono attivamente radicali di diversa estrazione: socialisti rivoluzionari, menscevichi, anarchici, senza partito e anche militanti comunisti di base, con buona pace di PfdA. Al punto undici, il più “intriso” di velleità capitaliste, dichiarava: “Di conferire ai contadini piena libertà d’azione per ciò che riguarda la terra, e anche il diritto di tenere delle mucche, a condizione che se la cavino con i propri mezzi, senza cioè impiegare manodopera esterna”. Un po’ pochino, veramente. Più che ai programmi pidiessini mi pare si richiami al classico (e sovversivo) “né servi, né padroni”. Non credo sarebbero piaciuti a Boris Eltsin così come non piacquero a Vladimir Ilich Ulianov. Inoltre si rivendicava la libertà per i sindacati operai, libertà per i prigionieri politici “incarcerati perché coinvolti nel movimento operaio e contadino”. Al punto due: “Di concedere agli operai e ai contadini, agli anarchici e ai partiti della sinistra socialista piena libertà di stampa e di parola”. E così via. Nessun accenno alla restaurazione del lavoro salariato, nessuna difesa dell’ordine borghese di quei “democratici” patriottardi che avrebbero voluto mantenere operai e contadini russi nelle trincee a crepare nella guerra imperialista. Nessun ritorno alla prima rivoluzione ma un segnale per la terza… Contro vecchi e nuovi padroni. Ma torniamo al pezzo di PFdA. Considero indecente quel riferimento a Camillo Berneri e Andres (non Andras, caso mai Andreu) Nin definiti “dirigenti dell’antifascismo non comunista”. Camillo Berneri bastava chiamarlo per quel che era, anarchico. Anarchici erano anche buona parte di quelli di Kronstadt ma anche in questo caso l’autore evita elegantemente di dirlo, volendo forse lasciare intendere che erano dei bravi occhettiani antelitteram. Quanto poi a Nin, definirlo “dirigente dell’antifascismo non comunista” è pura ignoranza prodotta da malafede. Possibile che un intellettuale di professione non sia al corrente del fatto che Andres Nin era fondatore e dirigente del POUM (Partito Obrero de Unificacion Marxista) e come tale venne perseguitato e assassinato dagli stalinisti, con il benestare dei loro alleati borghesi? Nin era un comunista antistalinista (con una militanza giovanile nella CNT) che voleva la Rivoluzione Sociale. I suoi assassini erano miliziani del PSUC, braccio armato per la repressione interna, funzionali alla borghesia repubblicana nell’opporsi alle collettivizzazioni operate dagli anarco-sindacalisti. In questo caso chi era più comunista? Non diceva forse il PSUC di difendere i diritti dei proprietari? Quello che in ogni caso difendeva era un modello statuale, autoritario e borghese di organizzazione sociale. Proprio come i socialdemocratici alla PFdA. Dietro entrambi c’è lo stesso retroterra gerarchico e statalista. Quello che non c’era assolutamente dietro i marinai di Kronstadt, dietro la CNT, dietro i Maknovisti… Qui passa la differenza tra noi e loro. Si chiamino PSUC o PDS. Teniamo poi presente che comunque chi voleva coltivarsi da solo la terra dopo la redistribuzione era libero di farlo. Purché non usasse lavoro esterno (v. in Aragona). Contro il capitalismo e il lavoro salariato quindi, senza per questo passare al socialismo da caserma. Vale qui la pena di ricordare anche che il comunista Nin era amico fraterno, oltre che di Victor Serge, di Jaime Balius, anarchico catalano che accusava la CNT di essere troppo accondiscendente nei confronti del governo; animatore di quel gruppo libertario denominatosi “Amici di Durruti”, fautore di una radicalizzazione in senso sociale-rivoluzionario della lotta antifranchista. Tra l’altro idearono lo slogan “Potere Operaio”. Espressione che non aveva niente a che fare con la teoria statalista della dittatura del proletariato. Intendeva “solo” rivendicare per i proletari delle fabbriche barcellonesi il diritto di armarsi anche contro le autorità repubblicane e le milizie staliniste per difendere le conquiste rivoluzionarie. Era l’auto-organizzazione armata dei proletari. Cosa assai diversa dalla militarizzazione voluta dagli statalisti e dalla riduzione dei gruppi operai di combattimento a milizia poliziesca di partito. Evidentemente PFdA ignora o finge di ignorare che il Massacro di Barcellona del maggio ’37 (in cui tra l’altro persero la vita Berneri e Nin), scatenato dagli stalinisti contro anarchici e poumisti, derivava dal fatto che questi si rifiutavano di riconsegnare le armi, di sottomettersi alla logica statalista, borghese e militarista che andava affermandosi nel fronte repubblicano. In questo lo stalinismo era complice dei peggiori partiti borghesi dello schieramento repubblicano. Nella Catalogna degli anni trenta anarchici, comunisti libertari e antistalinisti erano, per quanto a volte in modo confuso, espressione dell’autonomia di classe del proletariato che si autodeterminava attraverso i consigli e la “libertà armata” (ossia la libertà e capacità di armarsi autonomamente) mentre gli stalinisti erano organici al governo della borghesia repubblicana. Basti ricordare che razza di giornale pubblicava il nostro Camillo Berneri: nientemeno che “Guerra di classe” roba da far inorridire i funzionari del PDS, a cui ormai anche solo l’espressione “lotta di classe” procura malesseri e vertigini. Perché poi, a ben guardare, è soprattutto questo il problema: cancellare dal lessico ogni riferimento alla lotta di classe. Dopo essersi prodigati per anni ad annacquare, svuotare, disinnescare ogni accenno di lotte spontanee, operando come vere quinte colonne del kapitale infiltrate nel movimento proletario, ora vogliono affossarle definitivamente, cancellarne anche solo il ricordo (sperando naturalmente che poi stato e padroni, grati, li chiamino al governo). Non si tratta quindi di far sparire il cadavere dei vari Ercoli, Stalin, Lenin, Trotzki, ecc. A questo hanno già provveduto le lotte autonome del proletariato. La sconfitta di queste lotte non ha impedito il superamento nei fatti delle varie ideologie marxiste-leniniste. Qui in realtà si vuole seppellire la memoria storica dei proletari, espropriarli definitivamente di ogni loro autonomia e identità, riscrivere la storia delle classi subalterne in funzione della restaurazione capitalista. Così come in passato la riscrissero in funzione dell’ideologia e del partito. Kronstadt, l’Ucraina di Nestor Makno, la Barcellona di Buenaventura Durruti e Francisco Ascaso ci insegnano che le “battaglie di libertà” non sono monopolio borghese; che la Rivoluzione Sociale ha ben saputo produrre i suoi anticorpi libertari contro la riproduzione del potere in seno al movimento antagonista. Quei proletari seppero realizzare, anche se per poco, una democrazia reale e compiuta, quella dei consigli, di fronte a cui quella formale di cui va paludato il capitalismo appare come una caricatura. Perché non c’è libertà finché c’è fame, oppressione, sfruttamento… E di tutto questo è intriso il nuovo ordine mondiale con cui d’Arcais e “compagni” dichiarano di voler pacificamente (e proficuamente, suppongo) convivere. Sostiene il PFdA che “quando un partito cambia politica, devono cambiare anche gli episodi e i personaggi assunti a simbolo di riferimento”. Ossia, in questo caso, sostituire nell’immaginario collettivo del popolo pidiessino la presa del Palazzo d’Inverno con la rivolta di Kronstadt, il ritratto di Lenin con quello di Berneri… in nome del capitalismo democratico. Il discorso potrebbe anche reggere a patto che simboli e personaggi non vengano stravolti e strumentalizzati da quelli che, ad ogni buon conto, oggi come ieri restano nemici di classe. Sarebbe aggiungere al danno le beffe nei confronti degli anarchici. Prima massacrati dai bolscevichi, poi derisi e infangati dai loro epigoni nostrani e infine riesumati e strumentalizzati da quelli che, sostanzialmente, rimangono gli stessi. Nonostante gli auspici di PFdA Kronstadt e Berneri non potranno mai far parte della tradizione del PCI-PDS. Per almeno due buone ragioni. Innanzitutto perché nella versione PCI era stato l’equivalente nostrano dei massacratori (Vidali ne sapeva qualcosa…). Poi perché già era, e nella versione PDS lo è ancor più compiutamente, solo una componente del variegato mondo borghese; antiproletari per scelta e vocazione. La rivolta di Kronstadt, espressione di autonomia e coscienza proletaria, sta fatalmente “altrove”. Da che parte deve stare un democratico di sinistra chiede il “nostro”? Stia pure dove gli pare ma non cerchi di coinvolgere i martiri dell’anarchismo nelle sue sciagurate scelte filo-capitaliste. Non ci fa per niente piacere questa riabilitazione postuma e non richiesta, del tutto strumentale. Oltretutto è probabile che per l’ex trotzkista PFdA sia dovuta a cattiva coscienza. Ma il rimedio è, se possibile, peggiore del male. Non molto tempo fa sullo stesso giornale di Scalfari l’ineffabile Viola, reduce da un viaggio nella “giovane democrazia spagnola” dava, suo malgrado, una conferma di quanto ho sostenuto sul ruolo di bassa macelleria in funzione antiproletaria cui spesso si sono prestati gli stalinisti per compiacere i loro alleati borghesi. Abituati a subappaltare ad altri i lavori più sporchi (la divisione del lavoro è una costante del capitalismo), nel ’37 a Barcellona, il 7 aprile del ’79, si parva licet, qui nel Veneto, i borghesi non mancano poi di rilasciare attestati di benemerenza ai loro servi e complici. Parlando della Guerra Civile Spagnola, Viola accennava ai contrasti interni al movimento repubblicano. Dichiarava la sua sostanziale diffidenza e ostilità per gli “estremisti” della FAI-CNT (“oggettivamente antidemocratici”) e tutta la sua simpatia per quel comandante Lister, noto stalinista, che seppe “riportare l’ordine” in Aragona. In fondo in fondo, sembra dire, Lister era uno dei nostri. Naturalmente questo non vuol dire che Kronstadt, Berneri, ecc., siano riserva di caccia esclusiva degli anarchici. Possono legittimamente far riferimento a Kronstadt quanti lottano contro il potere, comunque inteso. Per coerenza e tradizione si sono richiamati ad essa gli anarco-comunisti, i piattaformisti, i consiliari, i situazionisti, i comontisti, qualche comunista libertario, quelli di Azione Rivoluzionaria… e anche qualche autonomo… (del resto in giro per l’Europa c’è un sacco di brava gente che dell’autonomia operaia dà una lettura libertaria; in Spagna, in Germania, all’est…). Possono richiamarsi ad essa oppressi e diseredati del pianeta, se credono… ma non gli intellettualini, ieri leninisti oggi pidiessini. Non li riguarda. Sono molto più imparentati con l’altro grande affossatore dei consigli operai, quel social-democratico Noske, giustamente chiamato macellaio dagli operai berlinesi. Un degno precursore di Calogero. Quello sì rientra nella tradizione del PDS. A pieno diritto. Giù le mani da Kronstadt.

Gianni Sartori (ottobre 1991)

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