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Report Assemblea Nazionale Unitaria di Movimento – Ancona, 10 Marzo

Report Assemblea Nazionale Unitaria di Movimento – Ancona, 10 Marzo (da Assemblea10 marzo)

Durante l’Assemblea Unitaria di Movimento svoltasi il 10 Marzo ad Ancona, sono stati presi alcuni appunti dei vari interventi che si sono susseguiti. Il report che segue è un sunto dei contenuti espressi, tratti come da bloc-notes: per questo motivo il testo risulta come agglomerato di concetti, assemblati in maniera poco articolata. La scelta è stata quella di restituire i temi del confronto assembleare, nella stessa forma, vera, in cui si è dato. Buona lettura!

Dopo il febbraio antifascista che da Macerata è esondato in tutta Italia, da Genova a Bologna, da Piacenza a Palermo. Dopo il risultato delle elezioni politiche che ha visto la disgregazione della sinistra istituzionale e il prepotente affermarsi di un voto di “vendetta” e di “sicurezza” contro le politiche neoliberali e le misure di austerità della Troika. Dopo l’evidente manifestazione dell’egemonia politica e culturale di una “ideologia suprematista” e di un “populismo reazionario”. E’ dentro questo quadro storico, sociale e politico che le soggettività di movimento hanno scelto di ritrovarsi da tutta Italia ad Ancona sabato 10 marzo.

Circa quattrocento attiviste e attivisti si sono confrontati in una assemblea aperta, plurale e franca su come continuare, allargare, potenziare e rendere contundente quel processo di ricomposizione sociale che abbiamo intravisto a partire dalla risposta collettiva contro la tentata strage fascio-leghista e il tentativo di mettere a tacere la giusta rabbia da parte del Ministro Minniti.

L’assemblea si è posta un obiettivo primario, quello di riconvocarsi. Obiettivo che può apparire semplice e minimale solo a chi non comprende la necessità propedeutica ad ogni prassi politico-conflittuale, di avere uno spazio di movimento dove sia possibile collettivamente, e nelle reciproche diversità, discutere, confrontarsi, scontrarsi ma alla fine decidere e agire. Decidere ed agire insieme per sviluppare potenza. Tutto questo può avvenire solo nella costruzione collettiva della processualità sociale.

La fine della socialdemocrazia – in tutte le sue salse radicali o riformiste – mostra chiaramente che non c’è e forse non c’è mai stato, un popolo silente della sinistra nel quale innescare una rappresentanza istituzionale che, quasi meccanicamente, restituisce protagonismo e incisività. Il vero problema è ciò che si muove e si struttura nella società, i suoi percorsi di maturazione organizzativa e di soggettivazione all’interno dei quali si autorappresenta: anche una barricata è rappresentanza. Dentro questi processi che investono la materialità i movimenti costruiscono e sviluppano piani di convergenza che ricompongono, trasformano, rilanciano e all’interno dei quali le soggettività attive nei territori svolgono una determinante funzione di produzione/catalizzazione.

Come immaginiamo quindi dei piani di convergenza, di connessione e amplificazione? Come possiamo far sì che non siano costantemente una variabile dipendente da fattori esterni e contingenti, ma anche il prodotto di una pratica delle prospettive, di una “progettazione” in grado di interpretare ed esprimere le contraddizioni sociali? La risposta a questo interrogativo non può che essere processuale, ancora una volta calata nella pratica diffusa, territoriale, sperimentale, innovativa e rischiosa dei movimenti, ma anche in un loro rinnovato tessuto relazionale.

All’interno di tale processualità l’assemblea ha provato ad individuare alcuni piani di consistenza. Piani di consistenza che danno seguito alle direttrici fondamentali che sono state espressione politica delle piazze del febbraio antifascista: antifascismo, antirazzismo, antisessismo, all’interno del quadro comune della lotta contro il capitalismo del presente.

Uno di essi muove dall’affermazione chiara, netta, radicale dell’autonomia e dell’indipendenza dei movimenti: strutturale e quindi irrinunciabile perché necessaria.

Un’indipendenza dei movimenti che oggi vuol dire anche misurarsi con la crisi irreversibile degli ordinamenti liberali; con la fine dell’architettura giuridica del ‘900. I movimenti devono delegittimare il consunto costume dello Stato di diritto che il potere indossa e riportare nel corpo sociale la capacità di decisione autonoma. Non esiste capacità di decidere collettivamente senza visione strategica e non esiste strategia senza piani di convergenza, senza uno spazio di comune confronto politico. Ecco perché serve tornare a parlare chiaramente e con “vocazione maggioritaria” – come siamo stati capaci sull’antifascismo, scatenando l’insubordinazione delle realtà di base contro i vertici delle grandi organizzazioni – anche tramite la promozione di campagne, capaci di portare a potenza le tante risorse diffuse nei territori.

L’Italia sembra essere in larga parte un paese senza più anticorpi contro il razzismo e le discriminazioni. Ormai si spara e si uccide chi ha colore della pelle, sessualità e mentalità diversa. E’ in questa Italia, in questa Europa, ed è a questa Italia e a questa Europa che i movimenti autonomi devono lanciare la loro sfida. Una sfida che tenga un occhio all’immediato ed uno all’infinito, uno sulla materialità delle cose e l’altro sulla piano della sfida al governo ed ai dispositivi disciplinari, al controllo sociale e alle politiche di esclusione: al fascio-leghismo e all’autoritarismo giuridico.

Le politiche dell’Unione Europea hanno ingrassato i nazionalismi, determinando un conflitto orizzontale tra i poveri razzializzati e gli impoveriti. Dietro al consenso verso l’“ideologia suprematista” e il “populismo reazionario” ci sono però i corpi attaccati dalla crisi. Non dobbiamo mai scordare che sono le politiche di austerità e i partiti che le hanno sostenute, ad aver reso credibile la narrazione tossica fondata sul “prima gli italiani”. Battere il fascio-leghismo e sottrargli la composizione sociale, questo è il primo fronte della battaglia, perché solo la prassi intersezionale delle lotte può soggettivizzare gli sfruttati, sottraendoli dall’inganno della guerra del povero contro il povero. Per farlo abbiamo la necessità di praticare l’antirazzismo in forme nuove, andando oltre l’antirazzismo umanitario – o peggio quello elettorale o di maniera – che differenzia il povero razzializzato dal resto degli impoveriti. Alla illusione di assi verticali sui movimenti contrapponiamo la verticalizzazione della lotta di classe e l’orizzontalizzazione della cooperazione sociale.

Le politiche di macelleria sociale derivano dalle politiche europee, esse hanno prodotto impoverimento e rabbia. Siamo consapevoli che la U.E. non è riformabile, ma il sovranismo nazionale non è l’alternativa. Lottare contro questa Europa significa anche lottare nello spazio europeo, su come si dà potere ai territori, su come costruire pratiche di legame sociale, su come organizzare pezzi della società contro l’Europa del capitalismo. In altre parole, la lotta di classe transnazionale, è l’unico modo per salvare l’Europa dall’Unione Europea, facendole diventare due poli assolutamente antagonisti e inconciliabili.

La guerra dell’alto verso il basso che si manifesta come guerra tra poveri si gioca principalmente sulla linea della razza, ma la razza è un costrutto del potere. Il fascismo, ma più in generale la xenofobia, prende piede lì dove i movimenti hanno lasciato il campo. I ceti impoveriti e spaventati hanno parlato con il voto, un voto, quello del 4 marzo, contro l’illusione della democrazia: è ora compito dei movimenti conquistarne il campo e tradurre il voto in lotta.

Per rovesciare i rapporti di forza, va bene cogliere le occasioni che la controparte offre, ma non è più assolutamente possibile limitarsi a questo. Ecco a cosa serve un luogo autorevole di movimento riconosciuto e legittimato da tutte le soggettività per poi, ancora insieme, costruire nuovi immaginari, nuove simbologie e nuove narrazioni.

La centralità della sperimentazione di nuovi linguaggi è ancor più evidente nei luoghi della formazione che devono tornare ad essere luoghi di trasformazione del presente, dove lottare per la liberazione dei saperi dalle controriforme neoliberali, per un’idea di sapere antifascista, antirazzista, antisessista.

Serve un nuovo vocabolario, un nuovo linguaggio anche per descrivere le soggettività meticce delle nostre città: oltre la razza e il colore della pelle, per costruire autonomia sulla base di una mutata composizione sociale. In questa prospettiva, le lotte nel settore della logistica e quelle per il diritto all’abitare, sempre più radicate negli ultimi anni, sono esempi concreti delle potenzialità che il sociale è capace di esprimere.

È necessario sviluppare il protagonismo migrante dando continuità alle battaglie contro le dinamiche di discriminazione e sfruttamento all’interno del sistema dell’accoglienza, per il pieno riconoscimento dei diritti di richiedenti asilo e rifugiati, contro l’estensione dei programmi di deportazione e il rafforzamento dei dispositivi di detenzione, per l’autodeterminazione di chi sceglie di migrare dentro e contro l’Europa Fortezza.

L’esito elettorale ripropone con forza il grande rimosso della ‘questione meridionale’, un tema, quello della reazione diffusa a un colonialismo interno che attraversa il paese, che i movimenti dovranno essere capaci di interpretare, per sperimentare un nuovo spazio di possibilità per l’espressione del conflitto sociale.

È fondamentale affrontare la questione di genere come “sciopero della vita”, in quanto il capitale sussume la vita sia nella sua dimensione produttiva classicamente intesa, ma più in generale anche nel terreno della messa a produzione della vita. In questo contesto la questione di genere si coniuga con la questione ambientale. Entrambi mettono al centro lo scontro tra capitalismo e vita, che va ben oltre la classica contraddizione capitale/lavoro.

L’informazione e la cattura di dati diventa il principale sistema di accumulazione capitalistica; i social come macchina di cattura. Il rovesciamento dei rapporti di produzione passa da una parte attraverso il riconoscimento del consumo come sfera produttiva e dall’altra attraverso il reddito di cittadinanza come “politica salariale” al tempo dell’automatizzazione del lavoro. L’alternativa di sistema in un sistema dove la crisi è data dalla sovrapproduzione.

Centrale è il tema la ripresa della lotta internazionalista a partire dal sostegno al Confederalismo Democratico del Rojava oggi sotto il criminale attacco del sultano Erdogan, con la silente complicità dell’establishment europeo e del desueto asse atlantico. Internazionalismo però sono anche le lotte ambientali e per la giustizia climatica, che rappresentano il perno di un nuovo paradigma di emancipazione dall’attuale modello di sviluppo, che si costituisce all’interno del rapporto tra capitale e ambiente. Tra queste le innumerevoli lotte contro le grandi opere, contro gli effetti dell’inquinamento nei nostri territori, contro la devastazione continua dell’ambiente e del Paesaggio e per un nuovo modello energetico svincolato sia dall’egemonia del fossile, sia da quel green capitalism che crea nuove disuguaglianze e nuovi dispositivi estrattivi.

Dare forma a un percorso comune che si costruisce nell’intersezione tra lotte. Tornare a dirsi rivoluzionari per uscire dal quadro di compatibilità di sistema che vuole la miseria del presente come unico mondo possibile.

L’assemblea ha posto con forza la necessità “rivoluzionaria” di costruire nuove relazioni tra soggettività. E’ necessario cogliere questo tempo come occasione e opportunità che spinga tutte e tutti a superare ogni logica autoreferenziale.

L’assemblea si è conclusa con l’invito a riprodurre e moltiplicare nei territori la costruzione di assemblee unitarie di movimento, con l’assunzione collettiva della campagna comunicativa lanciata dai compagni di Pavia “qui abita un antifascista”, con la riconvocazione a Pontida per un festival antirazzista, con una manifestazione internazionale a luglio sul confine di Ventimiglia – che sarà uno dei momenti chiave del progetto estivo di mobilitazione alla frontiera italo-francese – con lo sviluppo del percorso di “Fight/Right – Diritti senza confini”, con la sfida sul terreno dei beni comuni, dell’utilizzo delle risorse pubbliche e del reddito da agire nell’ipotesi del prossimo venturo governo pentastellato. Infine, si è proposta una settimana di “mobilitazione antifascista, antirazzista e antisessista” nella settimana dal 21 al 29 aprile, all’interno della quale collocare la seconda convocazione assembleare unitaria dei movimenti – come data è stata proposta quella di domenica 22 aprile a Roma – e un 25 aprile di liberazione e di libertà diffuso nei territori.

I movimenti cambieranno il futuro perché hanno la forza di trasformare il presente

Assemblea Nazionale Unitaria di Movimento Ancona, 10 marzo 2018

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