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Afrin: il Vietnam di Ankara?

La rivoluzione in Rojava e il mondo della modernità capitalista sono due bozze di società che si escludono a vicenda

AFRIN: IL VIETNAM DI ANKARA?
di Gianni Sartori

AFRIN resiste. “Con altri mezzi”, ma resiste.

Nonostante quanto dichiarato da  vari mezzi di informazione. Magari lasciando trapelare un sospiro di sollievo per essersi tolti dalle palle – loro credono – questi fastidiosi curdi che ancora nel XXI secolo credono di poter costruire una società più giusta (stavo per dire “di liberi e uguali” ma poi penso all’indebita appropriazione operata dal partito di Massimo D’Alema, il personaggio che – di fatto – aveva contribuito a consegnare, mani e piedi legati, Ocalan ai boia).

Due mesi fa (28 gennaio) il secondo esercito della Nato, rimpolpato con le bande aggregate di fanatici jihadisti e mercenari – ascari – di varia estrazione, varcava i confini siriani. Due mesi di torture, stupri, esecuzioni sommarie, scempio di cadaveri e tombe. Ricordate come e quando le bande fasciste di Franco distrussero la tomba di Guido Picelli (uno dei fondatori degli Arditi del Popolo a Parma, poi comunista dissidente, caduto combattendo per la Repubblica in Spagna), riesumandone il cadavere  e disperdendo i resti?

Fascisti, nazisti, falangisti, Stato islamico, esercito turco… a ben guardare non si coglie gran differenza.

Come ha sottolineato Karl Plumba (in “lower class magazine”) la battaglia di Afrin indica apertamente quale sia “il carattere della rivoluzione nel Rojava. Da un lato mostra che l’amministrazione autonoma nel nord della Siria non è affatto un progetto “proxy” di uno dei blocchi di potere imperialisti – sia la Russia che la NATO hanno palesemente dato il loro assenso all’ingresso della Turchia. D’altro canto – e questo qui è quello che è davvero decisivo – la resistenza intorno a Afrin e il travolgente sostegno da tutto il Rojava, dimostra esattamente una cosa, ossia che lì è in corso una rivoluzione che coinvolge l’intera società. Una rivoluzione che viene sostenuta dalla maggioranza della popolazione che, se dovesse diventare necessario, ne difenderà le conquiste anche costo della vita”.

In migliaia sono rimasti tra le case e le macerie di Afrin e altre migliaia di civili solidali sono giunti in convoglio da tutta la Federazione Democratica della Siria.

Pur tra i combattimenti e gli attacchi dell’aviazione, nella Giornata Internazionale delle Donne, queste hanno manifestato a migliaia.

L’occupazione definitiva da parte delle truppe turche e jihadiste comporterebbe l’affossamento delle conquiste consiliari, autogestionarie e democratiche fin qui realizzate. Si assisterebbe inoltre all’eliminazione (o quantomeno all’espulsione) della popolazione locale, controbilanciate dall’insediamento di profughi siriani provenienti direttamente dai campi della Turchia. Inoltre l’occupazione di Afrin consentirebbe quel collegamento definitivo tra la regione di Idlib (sottoposta alle milizie di Al-Qaida) e quella intorno a al-Bab e Jarablus (già sotto occupazione turca). Una opportunità – da non sottovalutare – per Erdogan di indire un referendum farlocco e istituire uno “stato-fantoccio” filo-turco nei territori occupati dalle truppe di Ankara (sul modello di Cipro).

Per evitare ulteriori massacri, migliaia (si parlava di oltre 150mila) di civili sono stati evacuati dalla città circondata utilizzando l’ultimo corridoio che consentiva il transito verso i territori controllati dall’esercito di Assad. Da rilevare che anche le colonne dei fuggitivi sono state sottoposte agli attacchi aerei indiscriminati dell’aviazione turca.

Mentre la Turchia dava per scontata l’avvenuta occupazione di Afrin, in un comunicato di YPG/YPJ e FDS si annunciava una nuova fase della Resistenza. Sostanzialmente, parafrasando Carl von Clausewitz: la “prosecuzione della lotta con altri mezzi”.

Come a Kobane nel 2014, come due anni fa nelle città curde come Nusaybin (Bakur – Kurdistan del Nord, sotto amministrazione turca) quando poche centinaia di giovani militarmente inesperti – ma coraggiosi determinati – seppero far fronte per mesi al secondo esercito della Nato. O anche come nel secolo scorso in Vietnam.

Ha dichiarato l’internazionalista Heval Cihan che “appena inizia la guerra in città, vale il vecchio credo‚ la superiorità della tecnologia non potrà spezzare la superiorità della volontà più forte”.

Si era già visto nella battaglia di Kobane e anche nella liberazione di Sengal, Minbic, Tabqa e Raqqa. D’altro canto è prevedibile, proseguiva Heval Cihan, che “se dalle altre parti del Kurdistan e Medio Oriente, da tutto il mondo non arriva sostegno e le amiche e gli amici in Afrin vengono lasciati soli, prima o poi la superiorità tecnica e numerica del nemico annienterà anche la resistenza più forte.

Inutile poi attendersi una qualsiasi solidarietà o sostegno da parte delle potenze occidentali, quelle stesse che maggiormente hanno beneficiato del sacrificio curdo nella lotta contro lo Stato islamico. Da tempo Isis & C. non sembrano più in grado di inviare carnefici e stragisti nelle metropoli europee – e questo, va ribadito, grazie soprattutto al sacrificio delle combattenti e dei combattenti curdi.

Ma comunque, commentava ancora Karl Plumba “gli Stati imperialisti e i loro rappresentanti sono gli interlocutori sbagliati per appelli del genere. La rivoluzione in Rojava e il mondo della modernità capitalista sono due bozze di società che si escludono a vicenda. L’una punta sulla liberazione di genere, la democrazia di base, la parità diritti e l’ecologia e l’altra sullo scontro competitivo e il brutale sfruttamento per la massimizzazione dei profitti. Queste due parti non potranno mai essere alleate e anche la collaborazione tattica, questo lo dimostra il passato, dura solo esattamente fino a quanto ci sono interessi esattamente coincidenti o gli interessi dei diversi blocchi imperialisti possono essere usati l’uno contro l’altro. Gli unici alleati strategici che ha la rivoluzione del Rojava, siamo tutte e tutti noi. Noi, le forze progressiste, democratiche, comunaliste, socialiste, anarchiche, rivoluzionarie in tutto il mondo”.

Per questo “la perdita di Afrin non sarebbe solo una perdita per la rivoluzione nella Siria del nord, ma una perdita per tutte e tutti noi, un contraccolpo nella lotta di tutte e tutti noi per un mondo migliore. Non illudiamoci, così come oggi l’imperialismo affronta Afrin, prima o poi affronterà tutto il Rojava e ogni altro progetto progressista in questo mondo e i nostri soli alleati in questa lotta sono le nostre compagne e i nostri compagni in tutto il modo”.

Pur con tutto il pessimismo (della ragione, ma anche dell’esperienza storica) per l’ennesima possibile sconfitta di una lotta di liberazione di valenza planetaria, va ribadito il sostegno alla lotta – inequivocabilmente di segno internazionalista e antifascista – delle compagne e dei compagni curdi. Qui e ora.

Gianni Sartori

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