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25 novembre: un ricordo di Theresa Machabane Ramashamole

Oggi che il razzismo torna di nuovo a crescere anche dalle nostre parti è importante ricordare in che modo e a che prezzo è stato battuto in passato. Contro il Decreto Sicurezza, contro il razzismo di Stato, contro la normalizzazione autoritaria della vita sociale non basteranno i bei discorsi. Ora e sempre resistenza!

25 NOVEMBRE: UN RICORDO DI THERESA MACHABANE RAMASHAMOLE A TRE ANNI DALLA MORTE
di Gianni Sartori

Il 25 novembre di tre anni fa moriva Theresa Machabane Ramashamole, l’unica donna dei Sei di Sharpeville.

Una coincidenza alquanto significativa, a mio parere. Come è noto, dal 1999 il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E di violenza (torture, umiliazioni, una condanna a morte sospesa all’ultimo momento…) Theresa ne aveva subito tantissima. Come donna, come nera sudafricana, come militante antiapartheid.

Nata nel 1960, ancora ragazza aveva partecipato (rimanendo anche ferita) alle manifestazioni di Soweto contro l’insegnamento obbligatorio dell’Afrikaans, la lingua dei coloni e colonialisti boeri. Il primo studente ammazzato dalla polizia si chiamava Hector Peterson e la foto di lui moribondo in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo è ancora un simbolo. Era il 1976 e a quel tempo Theresa si era trasferita da una zia per poter studiare. Indirettamente aveva partecipato anche alla manifestazione di Sharpeville (organizzata dal Pan African Congress) contro i pass, quella del 21 marzo 1960, tragicamente passata alla storia. Vi prese parte infatti sua madre, incinta di lei di cinque mesi. Ufficialmente i morti (“colpiti alla schiena, mentre scappavano”) furono una settantina, “ma tutti sanno che in realtà furono molti di più”, ci raccontava. “Mia madre era riuscita a fuggire anche se con il pancione correva più piano degli altri”. Teresa era nata quattro mesi dopo, già segnata da un destino di oppressione e sfruttamento. Nella sua vita era destinata a conoscere sia la resistenza all’apartheid che il carcere e la tortura (botte, scariche elettriche…).

La sua sfortunata vicenda terrena stava per concludersi con una condanna a morte per impiccagione emessa il 15 marzo 1988. Insieme ad altri cinque compagni era stata arrestata nel settembre 1984 per una manifestazione contro il rincaro degli affitti nel corso della quale un nero collaborazionista, il console Dlamini (alle pietre lanciate dalla folla contro la sua abitazione il funzionario aveva risposto a fucilate), era stato ucciso. Contro di loro non c’era nessuna prova, ma servivano dei capri espiatori. All’epoca in Sudafrica i neri venivano ammazzati per molto meno.

Inaspettatamente l’esecuzione venne sospesa la sera prima della data stabilita (18 marzo 1988), quando erano già stati “pesati e misurati ed era stata provata la corda attorno al collo”. Nuove prove erano emerse, grazie all’impegno instancabile del loro avvocato Prakash Diar e la pena venne commutata in venti anni. Alla fine, quando l’apartheid era ormai diventato improponibile di fronte all’opinione pubblica mondiale (o forse non garantiva più i sostanziosi profitti delle multinazionali) vennero liberati. Alla spicciolata, senza clamore. Duma e Oupa il 10 luglio 1991, Reid e Theresa il 13 dicembre sempre del 1991, Ja Ja e Fransis il 26 settembre del 1992. Le sofferenze patite in carcere avevano minato la salute di Theresa in maniera irreparabile. Tra l’altro a causa delle torture subite non aveva potuto avere figli. Ricordava che prima di svenire completamente, le sembrava di sognare un bambino. E quella fu “l’ultima volta che sognai un bambino”. Dopo la liberazione trovò lavoro come segretaria e telefonista presso la sede dell’African National Congress di Vereeniging.

Qui un persona che mi è molto cara la incontrò nel 2004. Alla parete – mi racconterà poi – insieme ad altre immagini e fotografie, ritrovò appeso sia l’adesivo della campagna per la loro liberazione (quello giallo con il disegno di Crepax) che il volantino “SALVIAMO I SEI DI SHARPEVILLE” ciclostilato e distribuito negli anni ottanta dalla sezione di Vicenza della Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli.

Come quella di Duma Khumalo e di tanti altri sopravvissuti alle torture del regime di Pretoria, anche la morte di Theresa è stata sostanzialmente uno strascico dell’apartheid. Duma, ripetutamente torturato durante la detenzione, era morto nel 2006 mentre teneva un conferenza a Cape Town. Con l’associazione Khulumani aveva contribuito moltissimo nel dare aiuto e sostegno alle tante persone travolte e distrutte dall’apartheid.

Ora dei Sei di Sharpeville, vittime del razzismo istituzionalizzato passati loro malgrado alla Storia, solo due rimangono in vita: Reginald Ja Ja Sefatsa e Reid Malebo Mokoena, entrambi tornati alle loro vite di proletari, vite in parte naufragate anche a livello personale a causa della lunga detenzione. O magari, visto che con la prematura scomparsa di Duma e Theresa ho perso definitivamente i contatti, dovrei dire “forse rimangono ancora in vita”. Oupa Moses Diniso era morto in un incidente nel 2005 mentre Fransis Don, il calciatore, era già deceduto per un infarto poco tempo dopo essere uscito di prigione. Tutti dicono che Kabelo, il nipotino che non ha potuto conoscere, gli somiglia moltissimo.

A Theresa Machabane Ramashamole e a tutte le vittime dell’apartheid vada per sempre la nostra gratitudine. Così come quella odierna dei curdi, anche la loro è stata una lotta per l’umanità.

Gianni Sartori

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