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A proposito della chiusura dell’Hub Regionale Centro Mattei

Da cinque anni la città di Bologna assiste alla tragicommedia di una vecchia prigione trasformata in cosiddetto centro di primissima accoglienza, Hub Regionale, centro di smistamento per richiedenti asilo in attesa di trasferimento.

Da 5 anni l’amministrazione comunale si è felicitata e felicitata di avere – dicevano – chiuso il vecchio CIE perché non degno di un paese democratico, dicevano. Per 3 di questi 5 anni l’Hub Mattei è stato un centro di smistamento di persone che, selezionati, lavati e schedati come pacchi postali, venivano poi smistati e trasferiti in altri centri di prima accoglienza in giro per la regione.

Questo processo, veloce, delicato e importante per quanto terribile, aveva un suo senso dal momento in cui garantiva ai migranti in transito di ricevere tutti lo stesso trattamento e di avere così accesso alle procedure di richiesta di asilo, così come alle visite mediche, in modo omogeneo. Questa cosa non è garantita infatti nello stesso modo nel resto delle regioni di questo paese, e se il Centro Mattei aveva una funzione sensata, era proprio quella di uniformare tali procedure che garantivano eguale accesso al diritto di asilo a tutte e tutti.

Eppure, dal momento in cui Minniti ha firmato gli accordi con la Libia e dal conseguente arresto di sbarchi al Sud, il Mattei è passato dall’essere un Hub di transito over-affollato – ma di rapido transito per tanti – ad essere un luogo di permanenza come altri centri di accoglienza in giro per il paese. Dalla venuta di Salvini, poi, la capienza è scesa ancora, e si è arrestata intorno alle 200 persone che si sono viste costrette a rimanere mesi e mesi dietro le sbarre di quella ex prigione che parevano dovere venire giù, ma sono invece sempre lì belle luminose a ricordare loro e a noi tuttu da dove sono arrivati, e il ruolo che sono destinati a ricoprire in questo paese.

Di questi giorni è la notizia dell’imminente chiusura del Mattei che viene descritto ormai non più come un Hub, bensì come un Cas, cioè un centro di accoglienza come altri, in cui i richiedenti asilo sono tenuti a rimanere per il tempo necessario all’espletamento della propria procedura di richiesta di asilo.

La notizia della chiusura dell’Hub arriva assieme alla dichiarazione della Prefettura che intende trasferire i migranti ivi residenti a Caltanissetta, e alla contemporanea dichiarazione che 35 operatori rischierebbero il posto di lavoro. Questo ha portato a una mobilitazione da parte di questi ultimi che, cercando di fare leva sull’indignazione per questa ennesima deportazione razzista in questo paese, manifestano preoccupazione per il loro posto di lavoro.

Sono dunque scesi in piazza con un presidio, poi un ingresso in Consiglio comunale e si annuncia una assemblea per domani sera in cui si invita la cittadinanza alla partecipazione solidale, così come si invita l’assessore di turno a partecipare.

Ci sono alcune cose qui da segnalare in particolar modo:

–       Che un luogo di detenzione trasformato in ipocrita struttura di accoglienza venga chiuso dovrebbe essere una grande gioia per tuttu gli abitanti di questa città, un’occasione di festa. Da un punto di vista antirazzista e solidale con i migranti, si poteva accettarne l’esistenza nel momento in cui rimaneva un luogo di transito e di passaggio rapido. Non certo come Cas, non come luogo in cui rimanere per 3, 4, 6, 10 mesi e oltre. Nessuno dovrebbe rimanere così tanto tempo in un posto del genere! Circondato da sbarre, riempito di muffa, affollato da topi.

–       Come mai gli indignati gestori non hanno altrettanto indignatamente parlato con la stampa e i giornali quando si è trattato di denunciare le condizioni indegne in cui erano costretti a vivere i richiedenti asilo ivi accolti? Come mai non hanno mai fatto uscire e denunciato le muffe, i topi, le vergognose docce e i bagni chimici in putrefazione?… Ritenevano allora che fosse una “degna accoglienza” quella che veniva ivi offerta?

–       E come mai non hanno denunciato con altrettanta verve le numerosissime deportazioni che negli anni si sono susseguite attraverso quella struttura… quando decine e centinaia di migranti venivano bloccati alla frontiera e inviati al Mattei per essere rispediti a Taranto o negli altri Hot Spot del Sud Italia?… quelle non erano altrettanto gravi deportazioni? Eppure, negli anni il Centro Mattei è rimasto aperto proprio perché il Consorzio “L’Arcolaio” che ne ha avuta la gestione – assieme a “Laimomo” e “Mondo Donna” (e altri) – ha garantito la massima collaborazione alle forze dell’ordine nell’espletamento di queste pratiche di rastrellamento razzista e di sistematica deportazione.

Un altro tema poi preme sottolineare, ora non più sulla questione del razzismo di Stato, su cui in Italia ormai c’è poco da stupirsi e molto di cui preoccuparsi, ma riguardo alla questione posti di lavoro a rischio.

–       Come è possibile che ci siano 35 operatori a rischio posti di lavoro per l’imminente chiusura del Centro? Come mai il Consorzio “L’Arcolaio” in questione non ha attivato delle reti di tutela per i propri dipendenti prima di arrivare all’oggi?

–       Quando si legge della “repentina notizia avuta senza avvisaglie”, pare qualcosa scritto da chi vive su Marte, non certo da chi abita in Italia e legge i giornali… Sono due anni almeno che il sistema accoglienza subisce attacchi dai politici di turno e sostanziali tagli nelle strutture. Come si può essere stupiti e increduli di una cosa del genere?… Stupito è chi non sa e chi non poteva sapere…, ma i Responsabili del Consorzio e delle molte cooperative che negli anni hanno ricevuto milioni su milioni di euro per la gestione di quella struttura, non sono ingenui minorenni alla prima esperienza lavorativa. Si tratta di alcune delle cooperative più grosse della città di Bologna, ma diciamone alcune, perché anche qui non si tratta di opinioni, ma della storia: il Consorzio “L’Arcolaio” è composto da “Arca di Noé”, “Dolce”, “Open Group”, “Piccola Carovana”. Ma hanno poi partecipato alla gestione del Mattei anche “Laimomo”, “Mondo Donna”, “Piazza Grande”, “Camelot”, “Indaco”, e probabilmente altre che non conosciamo. Non si tratta per così dire di piccoli enti, piccole società, piccole associazioni. Si tratta di giganti che sono cresciuti enormemente in questi anni, e che gestiscono appalti su vari servizi in città.

–       Vorremo chiedere dunque a tutti questi enti gestori come mai sono a rischio i posti di lavoro per gli operatori e le operatrici del Centro Mattei. Come mai questi lavoratori non possono essere reintegrati in altri servizi delle stesse cooperative? Come mai sono i più fragili e meno tutelati – spesso proprio i migranti che erano stati assunti con contratti precari quando non a chiamata – a dovere pagare il rischio della perdita del lavoro?

–       Vorremmo vedere i bilanci di queste cooperative. Vorremmo vedere dove sono finiti i milioni di euro che hanno ricevuto in questi anni per gestire quella struttura infame, e vorremmo vedere come mai non ci sono soldi per i diritti dei lavoratori che hanno così volentieri sfruttato e usato.

Se c’è una cosa che è sinceramente antirazzista in questo paese, infatti, è il capitalismo e la smania di accumulazione di ricchezza dei padroni. A questi non importa nulla egualmente né dei richiedenti asilo né degli operatori. Gli è bastato riempirsi le tasche quando era il momento. Ora cercano di andarsene mantenendo la faccia pulita grazie all’indignazione: non permettiamoglielo!

Questo momento più che altri può essere utile per costruire solidarietà reale e di classe tra migranti e operatori, ma senza responsabili e gestori in mezzo. Assieme alle politiche razziste e liberticide di questo governo, il Consorzio e i suoi gestori sono gli altri responsabili della situazione che si trovano a vivere oggi richiedenti asilo e operatori.

Solo creando una reale solidarietà contro i padroni e il loro sistema di accumulo di ricchezza, sfruttamento del lavoro e segregazione di colore si potrà costruire una mobilitazione che risponda alla necessità improrogabile di una forte e autentica battaglia antirazzista in questa città e oltre.

Altrimenti, sarà solo l’ennesimo grido indignato di chi continua a chiamare accoglienza il lavarsi i denti in mezzo alla muffa e ai topi.

Ma ci dispiace, la solidarietà antirazzista non può accettare una cosa del genere. E se Salvini ci sta facendo un regalo, per una volta, prendiamo il coraggio di guardarlo in faccia: il Mattei va chiuso! Nessun essere umano dovrebbe essere accolto tra muffa e topi e blatte e scarafaggi e malattie, e così via. Nessun essere umano dovrebbe essere deportato, no. Nessuno essere umano dovrebbe perdere il lavoro, no. Ma non sarà la Prefettura a risolvere il problema, perché nella parcellizzazione dei diritti e del lavoro operata minuziosamente da questo governo e dal precedente, il welfare è stato privatizzato. È il Consorzio e tutte le cooperative coinvolte nella gestione dell’Hub il responsabile di questi licenziamenti. Per una volta, Salvini non c’entra.

I presidi andrebbero fatti sotto le sedi di queste cooperative, tanto amiche dell’amministrazione comunale di questa città. Citiamone una su tutte, “Open Group”, che fa parte del Consorzio “L’Arcolaio”, e si è appena vista assegnare uno spazio di migliaia di metri quadri, il Dumbo. Se volessero, potrebbero benissimo accogliere lì sia i migranti che gli operatori a rischio posti. Ma non lo fanno e non lo dicono. Perché a loro non interessa la decantata accoglienza degna né i diritti dei lavoratori. Interessa invece l’accumulo di ricchezza senza guardare mai il colore della pelle perché per quello no: il capitalismo dei padroni, come dicevamo, non ha problemi. E sul colore della pelle di tuttu ci specula, come su tutto il resto.

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