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Ancora sui rossobruni.

Ci tocca anche se avremmo di meglio da fare

 

Il fantasma che da anni si aggira per l’Italia e l’Europa è tornato a palesarsi in tutta la sua contraddizione: il rossobrunismo.

Ormai da tempo ci siamo scontratx con le loro posizioni e discussioni dubbie e sulla presenza di ben noti personaggi autodefinitesi marxisti, ma che non si sono tirati indietro nell’apportare teorie nazionaliste o spiegazioni marxiste nelle sedi di Casapound.  A fare da nuovo palcoscenico oggi è la regione del Donbass e l’attuale guerra in Ucraina che sta offrendo terreno per una nuova ondata dell’ideologia rossobruna che si sta diramando sulla divisione tra imperialismi più marcati e meno marcati, sulla presenze di neofascisti e neonazisti che sposterebbe di netto l’ago delle bilancia in chiave filoputiniana. 

Secondo la teoria rossobruna, i conflitti sociali che possono scaturirsi all’interno delle nazioni sono da considerarsi meno importanti ed urgenti rispetto ai conflitti tra le nazioni stesse. Sintomo  di questo approccio è proprio il dibattito che si sta consumando sulla questione Ucraina-Russia. Sì, perché i conflitti si scaturirebbero maggiormente in base a contrapposizioni più o meno capital-imperiliastiche; per dirla in breve: quali nazioni sono più o meno capitalistiche di altre? La scelta, per quanto banale, verte sul campo meno capitalista sebbene siano presenti problematicità maggiori. 
Sì, perché non è da offuscare il fatto che da anni la Russia di Putin non sia più quella grande madrepatria sovietica che x veterx inneggiano ancora oggi, ma si è oramai tornati a una Russia zarista con posizioni nazi-fasciste simili, se non uguali, ai partiti e movimenti europei di estrema destra. 
La peculiarità del conflitto è quello di rompere uno schema politico che vede schierati da un lato i camerati europei- tra cui neofascisti italiani- a favore dell’esercito e del governo di Kiev, apparentemente sostenuto dai partiti e movimenti ucraini di estrema destra, dall’altro neonazi-fascisti schierati contro il governo di Kiev sostenuto dalla Nato, a supporto del governo di Putin e del rossobrunismo e spalleggiati dall’alleato bielorusso Lukashenko. Ad accomunarli: nazionalismo, sovranismo, ostilità e rancore verso gli immigrati, intensificata discriminazione sociale nei confronti di gay e lesbiche, comunità LGBTQIA+, divieto d’aborto. 
Risulta chiara, quindi, l’impossibilità da parte di chi ripudia sia il nazionalismo che il capitalismo di schierarsi con nessuna di queste due fazioni. 
In questo quadro, dunque, non devono sorprenderci le indirette posizioni a sostegno della Russia e esplicitamente anti Nato, così come non dobbiamo sorprenderci se l’asticella viene spostata solo dall’evidenziare la presenza di neonazisti all’interno degli schieramenti ucraini- come, ad esempio, il battaglione Azov. 
Puntando il dito verso gruppi militari che non nascondono la loro appartenenza ad ideologie fasciste (Corpo Nazionale e battaglione Azov su tutti ma non solo), cercano di nascondere il marcio che si cela dalla parte opposta. Infatti, se da una parte è innegabile che personalità e gruppi fascisti e neonazisti siano presenti nelle formazioni militari e paramilitari ucraine e che queste ideologie siano presenti sul territorio, non si tiene in considerazione come queste medesime situazioni siano esponenzialmente più gravi e presenti nelle file russe e separatiste. Indicando gli innegabili e ingiustificabili crimini di guerra compiuti dal battaglione Azov (stupri, saccheggi e omicidi deliberati), questi figuri non parlano di come il Cremlino usi l’estrema destra in maniera sistematica. Militanti fascisti russi sono stati usati negli anni, in particolare dal 2004 in poi, per raid omofobi e xenofobi e come supporto alla sbirraglia nelle ondate repressive che hanno portato agli arresti di anarchici e antifascisti russi che hanno anche portato alla morte nel 2009 della compagna Anastasia Baburova  e del compagno Stanislav Markelov. Questi gruppi fascisti, tra i quali spiccano particolarmente il Partito Eurasia di Dugin, l’RNE (Unità Nazionale Russa) e il neonazista Slavyanskoe Edinstvo, presentano militanti opportunatamente protetti dal Cremlino riapparsi prima nel 2014 e poi allo scoppio del conflitto di quest’anno in Donbass come agenti provocatori che organizzano e stanno ai vertici più alti delle formazioni separatiste filorusse. 
Inoltre, tramite il già citato Dugin, il quale ha rivestito cariche istituzionali per il governo russo, il Cremlino ha costruito una rete in tutta Europa con lo scopo di supportare tali formazioni, coinvolgendo in primis il Front Naional francese e il partito di estrema destra austriaco FPO, ma gruppi e partiti coinvolti in questa rete sono presenti in tutta l’Europa occidentale. Anche guardando l’Italia, infatti, come si potrebbe non citare lo stretto legame di Dugin e Putin con la “cara vecchia” Lega Nord e i fascisti di Forza Nuova o l’amicizia tra il dittatore russo e Berlusconi. Va inoltre ribadito come, tramite gli ambienti di Forza Nuova, già nel 2014 si erano riusciti ad arruolare volontari, o meglio, mercenari fascisti nelle truppe separatiste del Donbass, mercenari rimasti in Russia e che ora sicuramente staranno continuando a prestare servizio come militari nel conflitto in corso. 
Sempre guardando all’Italia – coinvolta anche politicamente in questa guerra – le posizioni non sono mancate fino a una cristallizzazione cieca delle suddette. Anche alcuni ambienti di sinistra italiani hanno fornito un’analisi microscopica atta ad evidenziare la presenza nazi-fascista in Ucraina e nel Donbass senza curarsi di una quadro macroscopico ucraino, russo e delle Repubbliche popolari. Di fatto nella sinistra italiana ci si è lasciati sfuggire quella che è da considerarsi l’operazione militare più evidente, ossia la nascita nel 2014 delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk nonché delle loro azioni supportate da Mosca per il controllo del Donbass.
Se si volge uno sguardo, seppur veloce, a suddette Repubbliche non si può che cogliere un’inclinazione alquanto esplicita di posizione naziste, reazionarie e filozariste- stampino della figura di riferimento stessa, ossia Putin. Le repubbliche facevano parte infatti di una rete internazionale volta a convergere le posizionie dell’estema destra con gli interessi di Mosca.
Dunque, grazie all’aiuto dei neonazisti, Mosca riuscì a concludere la prima fase della guerra nella regione del Donbass a cui è seguito un graduale ritiro degli schieramenti militari fascisti dalla regione. Questo, ovviamente, non ha portato a una democratizazione del Donbass anzi, le posizioni separatiste e filorusse sono state tra i motivi che, ad oggi, hanno portato alla riapertura del conflitto armato. 
Se poi si vuole parlare di simbologie naziste all’interno delle truppe, le truppe separatiste non hanno nulla da invidiare ai già citati corpi militari ucraini. Infatti, questi gruppi, che sono stati formati dai russi Grilkin (militare con esperienze di guerra in Bosnia e Cecenia e legato ai servizi segreti russi) e Boroday, pur parlando di “denazificazione dell’Ucraina” e proponendo slogan e immaginari che rimandano all’antifascismo sono per la maggior parte di ispirazione razzista, omofoba, antisemita e alcuni di essi non risparmiano rimandi allo zarismo e sono attivi già dai tempi di Maidan. Nei loro comunicati non mancano rimandi esplicitamente reazionari e ad una necessaria controrivoluzione, oltre ad avvalersi di bandiere e mostrine colme di simboli nazisti. Tra questi gruppi, spuntano il battaglione Rusich e il gruppo di mercenari Wagner. 
Se a questo punto sembra chiaro e logico che il supporto a questi fascisti mascherati non va nemmeno preso in considerazione, fuori dalla Federazione Russa e dal Donbass, questi gruppi reazionari godono di reti di solidarietà e supporto, che, con la parola “antifascismo” come lasciapassare, e forti di appoggi economici, fanno da propaganda per essi, mettendo su una becera mascherata e facendoli apparire come “compagni che lottano per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli”. Questa rete di solidarietà e propaganda, ben presente in Italia, è composta da realtà, gruppi, partiti e sindacati di matrice stalinista sempre più radicati all’interno delle lotte sociali e che con lo spauracchio dell’imperialismo Nato fomenta un altro tipo di imperialismo, o meglio, un imperialismo non occidentale.
Dallo scoppio della guerra non sono mancate, anche su internet, numerosi articoli e foto che evidenziano una presenza antifascista schierata in difesa del Donbass dove ci sarebbero “compagni che lottano per la liberà e l’autodeterminazione dei popoli”. Questa rete di solidarietà e propaganda è composta da realtà, gruppi, partiti e sindacati di matrice stalinista sempre più radicati all’interno delle lotte sociali e che con lo spauracchio dell’imperialismo Nato fomenta un altro tipo di imperialismo, o meglio, un imperialismo non occidentale. Rete ben presente anche in Italia dove non è mancata la circolazione di informazioni a riguardo, soprattutto da movimenti e realtà “antifasciste” politicamente posizionate a favore della Russia offrendo solidarietà al Donbass separatista ed egemonizzato dai fascisti. Tenendo conto di quanto detto finora, la conclusione a cui si può giungere è la chiara pretestuosità di definirsi antifascisti all’interno di un quadro politico decisamente schierato dalla parte opposta, di cui la storia è testimone. 
In conclusione, evidenziamo come la partita in gioco sia portata avanti da nazionalisti atlantisti e nazi-fascisti euroasiatici  non possiamo che distanziarci politicamente da chi continua ad avallare un filone russo-putiniano con la presunzione di definirsi antifascista mentre presenta solidarietà a realtà di matrice fascista e nazista e che, in una guerra tra imperialismi,  decide graniticamente di posizionarsi a favore di uno o dell’altro. Noi sappiamo da che parte stare. E non è con Stati, politici, eserciti o fascisti di qualsiasi risma, ma con i popoli, con le persone che pagano in prima persona il caro prezzo delle guerre. Stiamo con chi non si riempie la bocca di parole quali “antifascismo” o “anti-imperialismo” per poi appoggiare chi con queste pratiche non c’entra nulla, ma con chi le abbraccia e le porta nel quotidiano tramite l’autogestione e il mutualismo. Diciamo no alla NATO e la rifiutiamo, esattamente come rifiutiamo e prendiamo le distanze da chi fomenta politiche identiche e si avvale di manovalanza fascista mascherata o meno che sia. 

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