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Sui sedicenti pedagoghi

Sui sedicenti pedagoghi dell’Università italiana Furio Jesi scriveva nel 1968 parole che non paiono affatto invecchiate se si guarda ai recenti episodi di squadrismo istituzionale:

Di là da ogni valutazione specifica delle capacità e dei meriti scientifici o letterari di coloro che oggi si sono appropriati del «potere della cultura», basterebbe per definirli «piccoli uomini» il fatto che essi, in quanto sedicenti pedagoghi e umanisti, abbiano accettato l’obbrobrio morale di opporre ai loro discepoli le forze di polizia. Almeno da questo punto di vista […] non sapremmo in alcun modo forzare la nostra coscienza ad accettare il rispetto verso un’autorità che, appunto, fonda la sua realtà soltanto sul Testo Unico della pubblica sicurezza, legiferato negli anni in cui i delinquenti e i loro complici erano padroni dello Stato. Proprio se si configura l’atteggiamento delle attuali «autorità della cultura» in rapporto con il fascismo, si è costretti a constatare che esso – o, in generale, la forza reazionaria di cui esso è ottima etichetta, dal momento che designa nella sua accezione storica un’associazione a delinquere – permane vivo e operante […].

Furio Jesi, Autorità e cultura, in «Uomini e Idee», 15-17, maggio-ottobre 1968, pp. 11-22.

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