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Eroi di carta: un’analisi del populismo mediatico


Va da sé che in tempi di crisi economica ridiventino efficaci e glorificati gli idoli di una pseudo-opposizione populista, perfettamente funzionale a far sbollire la rabbia sociale: i Di Pietro, i Travaglio, i Santoro. Sono una sorta di predicatori dell’«ordine» e della «legalità», che cercano solo spettatori passivi, fan entusiasti, e non forze realmente attive, coscienti, autonome. Sotto un finto linguaggio protestatario, contrabbandano valori profondamente di destra: lo Stato, la Legge, la Famiglia, la Tradizione, la Virtù. E talora sono apertamente di destra. Travaglio ce lo ha detto lui stesso, in “Destre e/o libertà”, supplemento a “Micromega” n. 3 del 2010. Roberto Saviano, che di recente ha elogiato Maroni e gode della simpatia di CasaPound, dice di essersi formato su scrittori come Ernst Jünger, Ezra Pound, Carl Schmitt, Julius Evola.

Ovviamente tutti costoro sono per il superamento della destra e della sinistra: «né rossi né neri», e via con la libera mistificazione… Così, nel 2008 Saviano dichiarava: «Io sono cresciuto in una terra dove PCI e MSI stavano dalla stessa parte, contro la camorra. E vorrei tanto che il centrodestra riprendesse i valori dell’antimafia, quelli che aveva Giorgio Almirante».

Ora esce per le edizioni del “Manifesto” un libro di Alessandro Dal Lago, intellettuale attivo al fianco delle lotte dei migranti, che demolisce da sinistra Gomorra: si tratta di Eroi di carta, un’analisi del populismo mediatico attuale. Oggi smontare la mitologia populista, capire quali strumenti possono scalfire e diminuire la sua presa sociale, è quanto mai necessario e urgente se si vuole condurre un’analisi effettiva dello sfruttamento che sia anche lotta di liberazione e di solidarietà per/fra tutte e tutti.

Riproduciamo, un po’ abbreviata, una recensione di Marco Demarco tratta dal “Corriere del Mezzogiorno”:

Un libro (di sinistra) demolisce Gomorra

«Eroi di carta» è pubblicato da «il manifesto» e ne è autore un sociologo di simpatie di sinistra, Dal Lago

di Marco Demarco

«Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, buoni e cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi». Si comincia così, con una velenosa citazione di Karl Kraus, e si capisce subito dove si va a parare. Il Berlusconi che teme gli effetti negativi di Gomorra e l’Emilio Fede che pensa di Saviano quel che Bersani dice della Gelmini al confronto sono dilettanti allo sbaraglio.

La stroncatura più impietosa che mai sia stata scritta del libro che ha fatto gridare al miracolo editoriale porta la firma di Alessandro Dal Lago, studioso dei processi culturali, sociologo che più di sinistra non si può. Suo un pamphlet dal titolo inequivocabile: Eroi di carta. E come se non bastasse, la casa editrice è quella del «manifesto». Dunque, questa volta c’è poco da sospettare. L’attacco diretto all’icona della letteratura impegnata non genera né dall’emotività politica, né dal narcisismo professionale. Questa volta la censura è ideologica, totale, argutamente motivata. E viene da sinistra.

Il caso c’è tutto. E difficilmente la potenza distruttiva di Dal Lago passerà inosservata. Tra gli intellettuali di sinistra, prima, solo Alberto Asor Rosa aveva avuto l’ardire di escludere Saviano dalla sua Storia europea della letteratura italiana, pur avendo invece inserito Niccolò Ammanniti e perfino Giorgio Faletti. Ma con Eroi di carta si fa molto di più. Dal Lago infrange il tabù, entra nel merito di Gomorra, smonta e rimonta l’opera di culto, coglie ogni forzatura stilistica, denuncia la colpevole confusione tra l’io narrante, l’io autore e l’io reale; sottolinea con la matita rossa ogni sbavatura formale, ogni citazione nascosta; e allarga le braccia davanti alle contraddizioni e alle illogicità.

Ma quel che più conta, il mito di cui tanto si parla non solo è un «eroe di carta», non solo è un «cattivo scrittore», ma viene descritto come un banale populista, un semplificatore ipermoralista, un doppiogiochista con vocazione ecumenica. Perché si arriva a tanto? Perché «l’inclusione di Saviano nel martirologio fa sì che chiunque non si allinei sia considerato di fatto un alleato dei camorristi». Dal Lago non ci sta e travolge chiunque a sinistra abbia esaltato Gomorra, da Wu Ming a Nichi Vendola. Saviano identifica i casalesi con il Male, ma Dal Lago ha studiato Hannah Arendt e sa quanto sia inutile il concetto di male radicale. Nel descrivere la mostruosità dei camorristi, che prima uccidono e poi si scolano una birra, Saviano apparentemente svolge il discorso sulla banalità del male. In realtà, si argomenta, è l’opposto: «Non sono loro ad essere come noi, gente qualsiasi, ma noi come loro; insomma, siamo tutti mostri, almeno in potenza». Da qui l’altra accusa, quella di impoliticità. Se il male è assoluto, la responsabilità non può essere politica. E neanche dello Stato. Saviano non elogia forse il ministro Maroni? Ai lettori non resta, allora, che riscattarsi dal disimpegno leggendo Gomorra; che redimersi credendo nell’Eroe, cioè nello stesso Saviano, unico, mitico, insostituibile alfiere del Bene. Una sorta di Leonida, quello delle Termopili, non a caso magnificato in una recensione del film 300, tratto dal fumetto di Frank Miller. Ma basta con tutta questa retorica «anestetizzante e distraente» sull’eroismo, sbotta Dal Lago. E aggiunge: non ci sono bastati i Borrelli e i Di Pietro?

Infine, il punto centrale, forse quello più delicato: l’ossessione della camorra che porterebbe Saviano in un vicolo cieco. «Le mafie – scrive Dal Lago – hanno un enorme potere. Spadroneggiano nei loro territori, fanno affari con le aziende e le banche, si ramificano nel resto del paese, si espandono all’estero. E in qualche misura influenzano il potere politico. Ma non sono il potere. Quand’anche le mafie fossero ridotte all’impotenza, il bel paese continuerebbe ad essere governato da altri poteri, meno sanguinari e pestiferi e non di meno decisivi». La differenza con Emilio Fede è qui più che altrove. Per quest’ultimo, Saviano «rompe» perché oscura il lavoro di Berlusconi, unico vero eroe. Per Dal Lago, invece, perché lo critica con troppa prudenza e troppi distinguo. E perché oscura tutti gli altri che cercano di penetrare la complessità del mondo.

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