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La Germania chiede scusa alla Namibia per lo sterminio degli Herero e dei Nama

Nel suo indecente discorso di fine d’anno, il presidente della Repubblica italiana ha invocato una inverosimile «comunità di vita» tra poveri e ricchi, un «destino comune» tra chi affoga e chi festeggia. Non è riuscito a spendere una parola per i 1400 morti sul lavoro del 2018, né per i tanti suicidi in carcere, né per i troppi morti affogati nel Mediterraneo… Solo «sicurezza», «forze dell’ordine» e finti «buoni sentimenti». Lo Stato è anche un dispositivo di morte e raramente chiede scusa, ma talvolta accade, solo che accade dopo più di cent’anni…

I TEDESCHI CHIEDONO SCUSA PER IL GENOCIDIO DI HERERO E NAMA (E FORSE L’ITALIA DOVREBBE PRENDERE ESEMPIO)
di Gianni Sartori

Con colpevole ritardo – ma non si può seguire tutto in tempo reale – apprendo che il processo definito (forse in maniera non del tutto appropriata) di “Riconciliazione” per lo sterminio di Herero e Nama in Namibia (all’epoca “Africa tedesca del Sud-Ovest”) va compiendo ulteriori passi avanti.

Nel 2018 la Germania (Stato colpevole e reo-confesso) aveva ammesso pubblicamente le proprie colpe e – in agosto – la Chiesa evangelica tedesca (EKD, luterana) chiedeva perdono per quello che viene considerato il primo genocidio del XX secolo. Precedente sia a quello armeno, sia a quello ebraico, ma non ovviamente il primo della Storia. Basti pensare a quello subito da “indiani” e “indios” nel continente americano per mano degli europei (rispettivamente anglosassoni e latini).

Il sistematico massacro di Herero e Nama si colloca tra il 1904 e il 1907, ossia nel periodo delle “guerre herero” (un eufemismo, in realtà si trattava di colonizzazione brutale e sanguinaria).

Per soffocare la ribellione dei nativi, il generale Lothar von Trotha ricorse ad ogni possibile mezzo “non convenzionale” (altro che “guerra”!) come l’avvelenamento dei pozzi.

È passato alla Storia il comunicato – in stile nazista ante litteram – rivolto dal generale tedesco agli Herero sopravvissuti dopo la battaglia di Waterberg:

Il popolo Herero deve lasciare il paese. Ogni Herero che sarà trovato all’interno dei confini tedeschi, con o senza arma, con o senza bestiame, verrà ucciso. Non accolgo più né donne nè bambini: li ricaccerò alla loro gente o farò sparare loro addosso. Queste sono le mie parole per il popolo Herero”.

Nel novembre 1904 – su preciso ordine del cancelliere del Reich von Bulow – iniziava la costruzione dei Konzentrationslager (tradurre mi sembra superfluo) per gli Herero (in gran parte donne e bambini) sopravvissuti. Prima schedati in quanto “idonei al lavoro” o meno, gli indigeni vennero utilizzati sia come schiavi, sia come cavie per esperimenti definiti “medici” e “scientifici” (sterilizzazione, inoculazione di germi del vaiolo, della tubercolosi, del tifo…). Metodi artigianali (un “banco di prova”), propedeutici a quanto il nazismo opererà poi su scala industriale.

Lo “scienziato” tedesco (scienziato? pazzo criminale piuttosto) Eugen Fischer compì esperimenti sui figli – mulatti – di donne Herero e di coloni bianchi arrivando alla conclusione che “per le razze inferiori l’unica soluzione era quella dello sterminio totale”. In nome della purezza della razza. Non è poi secondario ricordare che Fischer divenne rettore dell’Università di Berlino avendo tra i suoi studenti nientemeno che Josef Mengele, l’allievo destinato a superare il maestro.

Se all’inizio dell’occupazione tedesca gli Herero erano circa 100mila, alla fine ne rimanevano soltanto 25mila. Cifre analoghe a quelle registrate in Libia, colonia italiana.

Solo nel 1985 le Nazioni Unite arrivarono a definire lo sterminio pianificato di Herero e Nama come “genocidio” (anche se talvolta, minimizzando, si è parlato di “tentativo di genocidio”). All’epoca, ricordo, la Namibia era ancora sotto l’occupazione di Pretoria che vi aveva introdotto l’apartheid e combatteva aspramente – grazie anche ai “volontari” neofascisti europei – contro il movimento di liberazione SWAPO.

Risaliva al 2004 un primo, modesto “riconoscimento della proprie responsabilità” da parte del Governo tedesco.

Ma per quanto “modesto”, sempre meglio dell’Italia comunque. Roma (come da millenaria tradizione) si è specializzata nel confondere le acque (in base al luogo comune – non verificato – degli “Italiani brava gente”) in merito ai vari massacri perpetrati dal proprio esercito contro le popolazioni civili. Dalla guerra di Spagna (bombardamenti su Barcellona) alla Libia, dall’Etiopia (uso di gas micidiali, esecuzioni di massa…) alla Jugoslavia nella Seconda guerra mondiale.

Per non parlare del collaborazionismo fascista nella deportazione e sterminio degli Ebrei.

Il 29 agosto del 2018 Berlino ha poi restituito i resti mortali di persone Herero e Nama portati in Germania nel corso del periodo coloniale (1884-1919) e in occasione di tale evento è stato celebrato – presso la Franzosische Friedrichstadtkirke di Berlinoun culto commemorativo a cura della Chiesa evangelica tedesca e del Consiglio delle Chiese in Namibia. Dopo la cerimonia, i resti sono stati consegnati ai rappresentanti del governo namibiano in un atto ufficiale del ministero degli Esteri tedesco e dell’ambasciata di Namibia. Due giorni dopo, il 31 agosto, nella capitale namibiana – Windhoek – si è svolta un’analoga cerimonia di Stato.

Era intervenuto Ernst Gamxamub, vescovo della Chiesa evangelica luterana nella Repubblica di Namibia (chiesa membro della Federazione luterana mondiale). Congiuntamente, anche Petra Bosse-Huber, vescova per le relazioni ecumeniche e responsabile per i pastori all’estero.

Nel suo sermone Gamxamub ha rivolto un appello affinché possiamo “imparare dal nostro passato per scrivere nuovamente il nostro futuro, caratterizzato dai seguenti valori: dignità umana, rispetto, uguaglianza, buona convivenza”. Per la Pace e la Giustizia.

“Insieme ai discendenti delle vittima – aveva poi aggiunto Petra Bosse-Huber – intendiamo mantenere viva la loro memoria, sostenere pubblicamente il riconoscimento del genocidio e lavorare per sconfiggere i torti commessi dal domino coloniale tedesco”.

A quando un’analoga ammissione di colpa per l’operato italico nel secolo scorso?

Gianni Sartori

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