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[BO] sab 11 gen h.15: Jin, Jiyan, Azadi: manifestazione con la rivoluzione del Rojava

Il 9 gennaio 2013, tre militanti femministe curde, Sakine Cansiz, Fidan Dogan, Leyla Soylemez venivano assassinate nel cuore di Parigi dai servizi segreti turchi, nei locali del Centro di Informazione Kurdistan in Rue La Fayette. Noi non dimentichiamo gli omicidi e le stragi del governo turco!

SABATO 11 GENNAIO 2020 alle 15 @ PIAZZA XX SETTEMBRE

Dal 9 ottobre, con il tentativo di occupazione del Rojava da parte della Turchia e delle milizie jihadiste sue alleate, si sta cercando di distruggere il futuro dei popoli che dall’inizio della rivoluzione stanno costruendo una società democratica, ecologista e femminista nella Siria del Nord e dell’Est.

La Turchia non è la sola responsabile di quella che sta assumendo le caratteristiche di una vera e propria pulizia etnica verso i popoli che da sempre vivono quei territori (Curdi, Arabi, Yazidi, Turcomanni, Assiri). Se Erdogan rappresenta perfettamente la violenza dello Stato oppressore contro cui le donne di tutto il mondo hanno puntato il dito, la risonanza globale di quel grido dimostra ancora una volta la strutturalità di questa violenza. E infatti Stati Uniti, Russia e Europa rimangono indifferenti davanti alle sofferenze del popolo curdo. L’Italia e tutta la Comunità Europea, al di là di dichiarazioni di condanna verso il Regime di Erdogan, non hanno fatto nulla per fermare la Turchia. Nessun rapporto commerciale è stato messo in discussione. Nulla per bloccare la vendita di armi all’esercito turco. Anzi si è continuato a versare miliardi di euro nelle casse dello Stato turco affinché impedisca a chi fugge dalla guerra di raggiungere l’Europa. Nel frattempo, la sentenza liberticida contro Eddi, Paolo e Jacopo conferma che per lo stato italiano non esiste differenza tra gli assassini dell’Isis e le compagne e i compagni che combattono per la libertà.

Solo la resistenza delle Forze Democratiche della Siria e delle Unità di autodifesa cittadine sta impedendo che la Turchia e il cosiddetto Esercito Libero Siriano, formato da vari gruppi jiahadisti e da miliziani di DAESH e Al Nusra, portino a compimento il loro progetto di pulizia etnica.

I bombardamenti e le armi chimiche contro i civili a Serekaniye e Girespi, le uccisioni e le violenze sui corpi di Amara Gunes, combattente YPJ e di Hevrin Xelef, presidente del Partito per il futuro della Siria, sono solo alcuni degli esempi della brutalità e dei crimini di guerra commessi dall’esercito turco e dai suoi alleati.

Non si vuole solo cacciare delle popolazioni dai loro territori, si vuole distruggere un processo democratico fondato sul protagonismo e sulla libertà delle donne. Le quali hanno organizzato un proprio sistema autonomo di eguale rappresentanza nella politica con la co-presidenza in tutte le istituzioni della resistenza, nell’autodifesa e in tutti i campi della vita.

Lo stato Turco si sente minacciato dall’autorganizzazione delle donne e dall’esempio rivoluzionario dei territori del Rojava, perché mostrano che una nuova società è possibile e che il patriarcato può essere distrutto. Noi, invece, dall’esempio delle donne in lotta traiamo forza e coraggio, per questo è di nuovo tempo di mostrare la nostra solidarietà riprendendoci le strade diffondendo il loro grido rivoluzionario.

In ricordo di Sakine, Fidan e Leyla, uccise a Parigi da sicari turchi il 9 gennaio 2013 e per la libertà di Ocalan l’11 gennaio scendiamo nelle strade di Bologna:

– per difendere la rivoluzione del Rojava e la rivoluzione delle donne;
– per l’autoderminazione dei popoli che vivono in Siria;
– per il ritiro dell’esercito turco dalla Siria;
– per continuare a promuovere il boicottaggio economico e politico del regime e la solidarietà attiva alle donne e agli uomini che resistono al fascismo di Erdogan;
– per costringere l’Italia e l’Europa a cessare la vendita e la fornitura di armi e ogni altra forma di sostegno al regime Turco;
– per la pace e la libertà nel nord est della Siria e in tutto il Medioriente.

INVITIAMO TUTTE E TUTTI LE/I SOLIDALI CON IL PROCESSO DI PACE E DEMOCRAZIA DEL ROJAVA A SCENDERE IN PIAZZA SABATO 11 GENNAIO
H 15 PIAZZA XX SETTEMBRE – BOLOGNA

Per adesioni scrivere a:
riseup4rojavabo @ autistici.org

Adesioni:
Uiki Onlus
Rete Kurdistan Italia
Jineoloji Italia
Rete Kurdistan Emilia Romagna
Rete Jin Bologna
Non Una Di Meno Bologna
YaBasta Bologna
Cua Bologna
Làbas
Tpo
Vag61
Laboratorio Crash
Staffetta
Xm24

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Ma sono moralmente accettabili le “settimane bianche” in paesi sottoposti a regimi militaristi e repressivi?

Oggi il turismo esprime non la scoperta dell’altro, ma le dissimmetrie sociali e le prepotenze fra cui ci troviamo a vivere. Riceviamo e condividiamo alcune considerazioni di Gianni Sartori.

MA SONO MORALMENTE ACCETTABILI LE “SETTIMANE BIANCHE” IN PAESI SOTTOPOSTI A REGIMI MILITARISTI E REPRESSIVI?
di Gianni Sartori

A voler essere irriverenti, scanzonati, magari leggermente cinici si potrebbe anche dirlo: “Ah! ecco perché gli elicotteri di soccorso (militari o comunque gestiti dall’esercito) non arrivavano – o arrivavano in ritardo – per soccorrere gli spavaldi occidentali in gita sulla neve!”. Servivano ad altro evidentemente. Quando non li usano per colpire – anche con gas letali – le popolazioni indocili (come nelle città di Dera Bugti, Mashkai, Awaran, Nisarabad, Panjgur… bombardate e ridotte in macerie), sono utilizzati per scaricare in mare dissidenti e oppositori. Meglio se beluci.

Per saperne qualcosa di più in merito alla sostanziale “pulizia etnica” con cui i governi pachistani intendono mantenere nei limiti di norma (i loro limiti di norma , beninteso) la questione Belucistan, conviene andare a rileggersi l’articolo di Francesca Marino (Espresso del 3 novembre 2019, “Gettati in mare dagli elicotteri: il Pakistan come l’Argentina golpista”). Ricordando anche che il Pakistan è al secondo posto (dopo il Qatar e prima della Turchia) tra i paesi destinatari della vendita di armamenti italiani. Continued…

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[Massenzatico (RE)] lun 16 dic h.21: Hazal Koyuncuer legge Camillo Prampolini


LUNEDÌ 16 DICEMBRE

presso il Circolo Arci Cucine del Popolo
Via L. Beethoven 78/e
Massenzatico (RE)

www.cucinedelpopolo.org

ore 20.00 Cena

ore 21.00 Hazal Koyuncuer legge la Predica di natale

Anche quest’anno la ciurma delle Cucine del Popolo si ritrova per ricordare Camillo Prampolini e rileggere insieme la Predica di natale, con il suo messaggio di solidarietà tra sfruttat@ e la necessità di lottare e organizzarci per costruire, in prima persona, una società più equa e giusta.

Hazal è una portavoce della comunità curda di Milano che da anni lotta per sostenere il progetto politico in atto nel nord della Siria chiamato Confederalismo Democratico. Un progetto basato sul femminismo, sull’uguaglianza dei generi e sull’ecologia, che coinvolge centinaia di migliaia di persone. Una forma politica sperimentale molto avanzata orientata dal basso verso l’alto, in cui ad ogni gruppo etnico viene data l’autonomia di poter gestire le proprie municipalità.

La popolazione del nord della Siria ha combattuto contro Assad per dichiarare la propria autonomia, contro il terrorismo islamico dell’Isis, e ora combatte contro gli jihadisti e il fascismo del Governo turco, che cercano di invadere militarmente l’area. Gli interessi economici e di potere nella Regione stanno distruggendo quello che poteva costituire un grande esempio di umanità e democrazia.

Siamo al fianco delle popolazioni in lotta. Siamo al fianco di chi intraprende percorsi di autonomia per la costruzione di un mondo di liber@ ed uguali.

“Noi non siamo in grado di combattere contro nazioni militarmente forti come la Turchia o la Russia, ma siamo in grado di resistere fino all’ultima persona, non ci arrenderemo mai, è fondamentale che tutti lo sappiano. Adesso tocca a voi e alla vostra coscienza. Tocca a voi scendere in piazza e spingere i vostri governi e istituzioni a fermare la Turchia. Noi abbiamo fatto il nostro dovere, nei confronti dell’Umanità. Ora voi avete il dovere di difendere quella democrazia di cui ho parlato e di sostenere quei compagni, partigiani, che stanno ancora lottando per la libertà. Le donne curde lo dicono: o libertà o morte.”

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Rossobruni bolognesi: c’è pure la «Primula Goliardica»

Fra i miserabili gruppetti del rossobrunismo bolognese pare vi sia adesso anche «Primula Goliardica», che prende il suo nome da un’organizzazione neofascista studentesca degli anni Sessanta, si rifà a una presunta «ala “sinistra” e rivoluzionaria del movimento hitleriano», ma insieme sponsorizza il PCI e Marco Rizzo…

Tra fantasie di palingenesi messianiche e nostalgie pittoresche di un nazismo anticapitalista e antimperialista, i pochi militanti di «Primula Goliardica» appartengono a un ambiente ideologico che sogna la violenza identitaria e autoritaria sotto il pretesto dell’anticapitalismo. Non a caso «Primula Goliardica» aspira ad essere più radicale dei vari gruppi neofascisti e neonazisti:

«Finché CasaPound e i vari gruppuscoli pseudofascisti, AfD e i vari gruppuscoli pseudonazisti, Falange, RN, ecc., continueranno a cianciare d’ideologie sorpassate e di conservatorismo il capitalismo non potrà essere sconfitti. RESTATE RIBELLI, RESTATE ROSSOBRUNI».

Sembra uno scherzo o una parodia. Ma il fascismo è sempre una farsa finché non diventa violenza e tragedia.

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[India] Un’altra strage di Stato: il massacro di Sarkeguda fu opera delle forze paramilitari

Ovunque, lo stragismo è di Stato e lo Stato cerca di incolpare chi si oppone…

INDIA: IL MASSACRO DI SARKEGUDA (GIUGNO 2012) FU OPERA DELLE FORZE REPRESSIVE, NON DELLA GUERRIGLIA
di Gianni Sartori

Attribuire ai guerriglieri la responsabilità dei massacri di civili operati dall’esercito, dalla polizia o dai paramilitari è un trucco ben conosciuto. Non solo in India. Basti pensare alla Colombia dove i gruppi paramilitari della destra filogovernativa (squadroni della morte legati al narcotraffico) spesso incolpavano le FARC o l’ELN dell’uccisione di contadini e indios quando in realtà i massacri erano opera loro.

Anche se soltanto dopo quasi otto anni una Commissione guidata dal giudice VK Agraval ha finalmente stabilito la verità in merito agli eventi di Sarkeguda dove, nel giugno 2012, vennero assassinati 17 adivasi (popolazioni autoctone originarie) – tra cui sette bambini. Un tragico evento ufficialmente presentato come uno scontro con la guerriglia maoista. Quel mattino i paramilitari (le CRPF) avevano circondato gli abitanti del villaggio riuniti per la festa tradizionale di Beej Pondum aprendo quindi il fuoco. Successivamente si erano scatenati infierendo ulteriormente sulle persone ferite rimaste a terra.

Sarkeguda si trova nel distretto di Bijapur (Stato di Chhattisgarh), un’area ricca di risorse naturali che attirano sfruttatori sia nazionali che esteri. In particolare da parecchi anni vi sono state aperte molte miniere costringendo migliaia di persone a trasformarsi in profughi interni. Non a caso la regione è diventata uno dei principali bastioni della resistenza naxalita (maoista) e il governo vi ha insediato polizia e soldati in grande quantità. Il prezzo, come era evidente, lo stanno pagando soprattutto le popolazioni indigene. Almeno un migliaio gli adivasi uccisi in quanto presunti maoisti. In realtà nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di esecuzioni extragiudiziali nei confronti di civili inermi e disarmati.

Anche diversi esponenti di organizzazioni che difendono i Diritti umani, così come alcuni giornalisti che avevano denunciato gli abusi delle forze di sicurezza sono stati duramente colpiti dalla repressione.

La commissione del giudice Agrawal ha finalmente stabilito che gli abitanti di Sarkeguda si erano riuniti in un prato aperto vicino al loro villaggio e non – come invece sostenevano polizia e paramilitari – nel folto della foresta. Ha inoltre stabilito che i colpi di armi da fuoco provenivano tutti dalle forze di polizia paramilitare della Riserva centrale (CRPF) e dalla polizia locale. Quanto ai sei poliziotti colpiti, erano rimasti vittime di “fuoco amico”, ossia dei tiri dissennati dei loro esaltati colleghi. E nessuno degli adivasi rimasti uccisi avrebbe avuto, secondo la commissione, rapporti con i naxaliti.

Gianni Sartori

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Houria Bouteldja? No, grazie!

Da qualche tempo è stato tradotto in italiano un pamphlet dell’autrice francese Houria Bouteldja, portavoce del «Partito degli Indigeni della Repubblica». Il libro si intitola «I bianchi, gli ebrei e noi» e si limita rovesciare lo schema dello «scontro di civiltà» caro alle destre. Con il pretesto di «decolonizzare l’antirazzismo», esso dà ampio spazio a idee sessiste, antisemite e omofobe. E ciò nonostante gli eufemismi imbarazzati della traduttrice italiana che, ad esempio, traduce «Nous ne sommes pas des pédés!» con «Noi non siamo pederasti!» anziché «Noi non siamo froci!»…

Malgrado i contenuti in contrasto con una prospettiva di liberazione sociale e di genere, il libro ha suscitato reazioni di approvazione e d’interesse presso ambienti militanti e circoli politici italiani. Essere consapevoli dei contenuti deteriori del libro diventa per questo importante.

Qui alcune riflessioni critiche al riguardo:

Davide Grasso, Gli indigeni, l’islam e noi. Riflessioni su «I bianchi, gli ebrei e noi» di Houria Bouteldja

Mélusine, Bouteldja, le sue «sorelle» e noi

Ivan Segré, Une indigène au visage pâle

Serge Halimi, «Ahmadinejad, mon héros»

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[Berlino] Corteo antifascista in ricordo dei pogrom antiebraici del 1938

Oggi, per governare la crisi e garantire i profitti, gli Stati puntano sul compattamento nazionalista e razzista della società e i risultati si vedono un po’ ovunque in Europa: xenofobia, antisemitismo, complottismi e sovranismi… Riceviamo e volentieri condividiamo un resoconto, scritto da una compagna tedesca, della manifestazione che si è tenuta il 9 novembre a Berlino in ricordo dei pogrom antiebraici del 1938. Ora e sempre resistenza!

Sabato scorso, il 9 novembre, ha sfilato per le strade di Berlino Moabit il corteo antifascista in commemorazione e ricordo della così detta “Notte dei Cristalli”, ovvero dei pogrom antiebraici avvenuti tra il 7 e il 13 Novembre 1938, culminati nella notte del 9 novembre 1938, durante i quali nazisti, SS, SA e tedeschi comuni distrussero e diedero alle fiamme migliaia di negozi e di sinagoghe e picchiarono, stuprarono, deportarono e uccisero centinaia di uomini e donne ebree.

Come ogni anno, l’evento si è aperto con un presidio nella Levetzowstraße, sul piazzale dove si trovava la sinagoga del quartiere, attaccata nella notte dei cristalli e trasformata nel 1941 in un “Sammellager”, primo luogo di concentramento per la deportazione degli ebrei berlinesi. Oggi non c’è più traccia della sinagoga ma al suo posto sorge un monumento in ricordo delle vittime dell’Olocausto passate da questo luogo.

L’ora passata al presidio è scandita da interventi di contestualizzazione storica, testimonianze di sopravvissuti e musica. Vengono deposti fiori ai lati del monumento e della lapide che riporta i nomi delle vittime conosciute.

Dopo la conclusione del presidio dedicato alla commemorazione, parte un corteo di circa mille persone, dal carattere più militante: vengono scanditi cori, letti interventi sulla situazione politica attuale e informati i passanti del motivo della manifestazione.

Il corteo ripercorre le strade che dalla Levetzowstraße portavano alla stazione che veniva utilizzata per le deportazioni, al tempo chiamata “Deportationsbahnhof Pulitzbrücke”, oggi non più visibile. Dal 1941 al 1944 in pieno giorno, lungo queste stesse strade, nel bel mezzo della città, vennero condotti alla deportazione centinaia di ebrei berlinesi. Ripercorrendo queste strade il mantra del “noi non sapevamo niente” si mostra più che mai nella sua ipocrisia.

Un’ipocrisia che è condivisa e sostenuta istituzionalmente dallo stato tedesco, che preso a modello in tutto il mondo per la sua capacità di rielaborazione storica, ha comunque passato il 9 novembre festeggiando in pompa magna la caduta del muro tra Germania Est e Ovest. Il 9 novembre, come prima vera e propria esplosione di violenza pubblica verso gli ebrei nella Germania nazista, cade così in secondo piano.

La narrazione che la Germania odierna vuole affermare è quella di uno stato, che dopo aver passato dei momenti bui, è finalmente tornato ad essere unito e forte. Finalmente anche il tedesco non deve più sentirsi appesantito da una responsabilità storica connotata negativamente. Anche lui può essere di nuovo fiero di sventolare la sua bandiera nero, rosso, oro e di essere tedesco, festeggiando la vittoria della democrazia – e del capitalismo – che rendono oggi la Germania la prima potenza europea. Evidentemente, si tratta di un meccanismo attraverso il quale viene legittimato il nazionalismo all’interno del moderno stato neoliberale.

Prima di compiere l’ultimo pezzo del percorso, la salita al ponte dal quale si ha la vista sui binari dai quali partivano i treni, il corteo ammutolisce. Fino al monumento di commemorazione ai deportati, posto al centro del ponte, si rimane in silenzio, in ricordo alle vittime della violenza e dell’ideologia nazionalsocialista. Un ultimo intervento spezza il silenzio e termina il corteo, non prima di aver ricordato diversi episodi di antisemitismo che ancora persistono nella Germania moderna.

Il monumento di fronte al quale il corteo si trova, sulla quale spicca una grande stella di Davide, viene vandalizzato più volte all’anno. Gli attacchi verso ebrei sono, da decenni, parte della normale quotidianità tedesca, con centinaia di casi ogni anno. L’attentato antisemita e razzista di Halle non è stato portato avanti in uno spazio vuoto, ma in una Germania (ed Europa) che non ha mai sradicato del tutto le radici antisemite del proprio pensiero e della propria identità. Così la madre dell’attentatore ha potuto dichiarare qualche giorno dopo l’attacco, senza troppi scandali, che suo figlio non aveva niente contro gli ebrei, ma “lui aveva qualcosa contro le persone che stanno dietro il potere finanziario – e chi non ce l’ha?” (Articolo “Die Wirre Welt des Attentäters“, in Der Spiegel 14.10.2019).

Questo chiaro immaginario antisemita e complottista non è però solo il modo di pensare di persone comuni nella Germania post-nazista, ma è lo stesso lessico che viene utilizzato dalla stragrande maggioranza dei partiti sovranisti europei: basti pensare agli attacchi di Salvini e Orban allo “squalo Soros” o ai poteri forti e nascosti, colpevoli di tutti i “mali”, dall’immigrazione di massa, al gender, alla crisi finanziaria.

Come ogni 9 novembre da sedici anni una rete di diversi gruppi antifascisti fa in modo che la memoria della violenza antisemita nazista e l’attualità dell’antisemitismo odierno, siano portate e affermate lungo le strade di Berlino.

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Rojava: anche gli armeni costretti a lasciare i territori occupati

Mentre il regime turco continua ancora oggi a negare il genocidio armeno del 1915-1916 che costò la vita a un milione e mezzo di persone, di fatto prosegue la medesima politica…

ROJAVA: ANCHE GLI ARMENI COSTRETTI A LASCIARE I TERRITORI OCCUPATI
di Gianni Sartori

Ne prendano nota coloro che per mesi hanno evocato inesistenti “pulizie etniche” operate dalle YPG in Rojava. Una ingiusta e gratuita criminalizzazione della Resistenza curda che – di fatto – ha contribuito a spianare la strada all’esercito turco e ai suoi ascari.

È invece evidente che – come già in Afrin – dopo l’invasione turco-islamista a doversene andare per non lasciarci la pelle sono anche gli armeni, non solo i curdi.

In questi giorni, diverse famiglie armene di Serekaniye (Ras al-Ain) si sono dovute trasformare per la seconda volta in sfollati e contemporaneamente alcune loro chiese diventavano caserme o “quartier generale” per i lanzichenecchi di Ankara.

Stando alle dichiarazioni della co-presidente dell’Ufficio delle religioni, Aziza Khanafar, l’assassinio a Qamishlo del sacerdote armeno Hosib Bidoyan e di suo padre (Hanna Bidoyan) non sarebbe un episodio isolato, ma “rientra nel progetto turco di eliminazione delle minoranze religiose”. Un crimine propedeutico alla sostituzione etnica già in atto nei territori occupati.

La chiesa cattolica armena di Tel-Abyed era già stata semi-distrutta dalle milizie dell’Isis (tra il 2013 e il 2015) diventando in parte prigione, in parte ugualmente quartier generale dei mercenari islamici.

Dopo l’avvenuta liberazione da parte di YPG e YPJ, gran parte degli abitanti membri di qualche minoranza erano rientrati in città, soprattutto gli Armeni ortodossi. L’amministrazione autonoma aveva poi avviato la ricostruzione delle chiese danneggiate o distrutte, ma tutto ora sembra ricominciare daccapo. Nuovamente cacciate le famiglie armene (una trentina sono fuggite a Raqqa, Hasakah…) e nuovamente danneggiate le chiese per diventare alloggio dei miliziani islamici.

Rivolgendosi alla Comunità internazionale, Aziza Khanafar ha chiesto misure di protezione per i luoghi di culto con l’applicazione delle norme e convenzioni internazionali che li tutelano.

Come è noto nel nord e nell’est della Siria vi sono antichi santuari, luoghi di culto e di valore storico, numerose testimonianze di una vasta pluralità culturale e religiosa. Simboli concreti delle religioni e dei popoli che su questi territori hanno convissuto per secoli.

Quanto al numero complessivo degli sfollati, si calcola che finora oltre 300mila persone, in maggioranza curdi, abbiano già dovuto lasciare le loro case dopo l’invasione.

Gianni Sartori

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Piovano pietre… piovano scarpe… piovano…

Continuano le violenze contro la popolazione curda per mano dell’esercito turco armato dall’Europa. Riceviamo e condividiamo un aggiornamento di Gianni Sartori.

PIOVANO PIETRE… PIOVANO SCARPE… PIOVANO…
di Gianni Sartori

È passato solo un mese dalla brutale uccisione di Hevrin Khalaf, co-presidente del partito Futuro della Siria, e già sembra che lei sia stata dimenticata. L’indignazione per questo delitto ha riempito le cronache solo per qualche giorno, poi è stata fatalmente oscurata da ulteriori brutalità commesse dalle truppe turco-jihadiste.

Ma chi non potrà dimenticarla è sua madre a cui era pervenuta un’ultima telefonata. Subendo l’estrema violenza di dover ascoltare e comprendere quanto stava accadendo sull’autostrada M4, nei pressi del villaggio di Tirwazi. Qui, tra Suluk e Tall Tamer, il 12 ottobre Havrin era stata catturata dai lanzichenecchi di Ankara e quindi violentata e lapidata.

L’8 novembre la mamma della trentacinquenne assassinata era in prima fila per protestare contro le pattuglie turco-russe che percorrono, rastrellano la regione di Derik e di Girke Lege, nel cantone di Qamishlo. Portava nelle mani alcune pietre e una scarpa della figlia torturata e assassinata.

Ovviamente ha scagliato sia le pietre che la scarpa (in Medio oriente un gesto universalmente inteso come espressione di massimo disprezzo per chi lo subisce; ricordate quelle lanciate contro Bush…?) contro i blindati.

“Sembrava quasi – ha commentato una compagna curda presente – una versione tragica della favola di Cenerentola…”.

Manifestazioni analoghe si sono svolte in altre località del Rojava e a Derik un giovane curdo, Serxwebun Ali, è morto dopo essere stato investito da un blindato delle pattuglie congiunte.

O almeno questo era emerso in un primo momento. È invece possibile – come sostengono altre fonti – che i soldati della pattuglia mista abbiano sparato intenzionalmente sulla folla. E stando alle medesime fonti il cadavere di un altro manifestante ucciso dai soldati sarebbe stato portato all’obitorio di Derik.

In precedenza una decina di persone che protestavano contro i pattugliamenti erano rimaste seriamente ferite per il lancio di lacrimogeni non a parabola ma direttamente sulla folla.

Gianni Sartori

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[BO] dom 24 nov h.10: Trekking antifascista urbano sulle strade del Pontevecchio

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