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Comasco Comaschi (Cascina, 27 ottobre 1895 – 19 marzo 1922)


È importante ricordare chi si è battuto contro l’oppressione, l’autoritarismo, il fascismo.
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Comasco Comaschi (Cascina, 27 ottobre 1895 – 19 marzo 1922)

Artigiano ebanista e insegnante della locale scuola d’arte, si avvicina precocemente alle idee libertarie per l’influenza della famiglia e del luogo in cui è nato. Figura di militante profondamente legata alla sua comunità, tanto che il suo tragico scontro con le camicie nere resterà fortemente radicato nella memoria locale anche dopo decenni. A capo degli Arditi del popolo, è ben noto il gesto fiero di sventolare l’anarchica bandiera nera nel giorno della fondazione del fascio locale (agosto 1921). L’attitudine a esporsi ed esplicitare il suo dissenso, anche in difesa altrui, lo porta dapprima a denunciare l’indulgenza dei Carabinieri verso i fascisti e poi a rifiutare l’invito di suo fratello a espatriare. Ma soprattutto gli fa guadagnare l’odio delle squadracce che lo uccideranno nel marzo 1922, una sera mentre rincasava con altri compagni dopo una riunione fuori città. Il funerale si trasforma presto nell’ultima grande manifestazione politica per Cascina.

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Umberto Tommasini (Trieste, 9 marzo 1896 – Vivaro, 22 agosto 1980)


È importante ricordare chi si è battuto contro l’oppressione, l’autoritarismo, il fascismo.
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Umberto Tommasini (Trieste, 9 marzo 1896 – Vivaro, 22 agosto 1980)

Di origini friulane e operaie, lavora come fabbro a Trieste dove frequenta ambienti socialisti. Arruolato nell’esercito durante la Grande guerra, viene internato dopo Caporetto. Nel biennio rosso si avvicina al movimento anarchico contro il fascismo: nel 1921 lancia alcune bombe contro una squadraccia di ritorno da una spedizione, poi aiuta Lucetti e altri nei tentativi di attentare alla vita di Mussolini. Conosce il confino (Ustica, Ponza), il carcere (Napoli) e l’emigrazione (Francia). Dal 1936 ricopre incarichi militari in Spagna, pur non considerando con favore la militarizzazione. Incarcerato in un convento sotto gli stalinisti, fugge ma torna sui suoi passi per permettere la liberazione dei compagni. Organizza un attentato al Duce ma viene tradito dall’informatore Mario Buda. Internato in un campo francese allo scoppio della guerra, finisce a Ventotene e poi al campo di Renicci d’Anghiari, ma una volta libero non partecipa alla Resistenza triestina per diffidenza verso i comunisti. Attivissimo nel dopoguerra, fonda il gruppo «Germinal» aderente alla FAI, dirige «Umanità Nova» negli anni settanta e coltiva ottimi rapporti con la nuova generazione di militanti del post-1968.

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Carlo Alberto Tresca (Sulmona, 9 marzo 1879 – New York, 11 gennaio 1943)


È importante ricordare chi si è battuto contro l’oppressione, l’autoritarismo, il fascismo.
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Carlo Alberto Tresca (Sulmona, 9 marzo 1879 – New York, 11 gennaio 1943)

«Tra i meno settari tra i rivoluzionari, egli giudicava gli uomini per il modo in cui agivano, non per la bandiera alla quale prestavano obbedienza» [N. Pernicone]

Di famiglia benestante in dissesto, è iniziato alla politica nella natale Sulmona (AQ) come redattore del socialista «Il Germe». Condannato per diffamazione, nel 1904 approda a Filadelfia (USA), dove diventa direttore de «Il Proletario» per poi avvicinarsi all’azione diretta dell’Industrial Workers of the World scrivendo su «La Voce del Popolo» e fondando «La Plebe». Nel 1910 avvia «L’Avvenire» e intensifica la sua attività di organizzatore negli scioperi di Lawrence (1912), Paterson (1913) e Mesabi Range (1916). Per il console è autore di un’«atroce settimanale campagna diffamatoria contro Casa Savoia, il R. Esercito e le patrie istituzioni». Scampato all’ergastolo, nel 1917 trasforma «Il Martello» in uno dei periodici più impegnati contro il fascismo e le sue propaggini oltreoceano. Osservatore critico della Russia bolscevica si schiera apertamente contro Stalin. Si oppone nettamente alle posizioni antiorganizzatrici portate avanti dagli anarchici de «L’Adunata dei Refrattari». Attivo nel supporto ai combattenti in Spagna e poi all’esilio antifascista è contro tanto all’egemonia comunista quanto alla tarda conversione dei vecchi sostenitori del fascio. Assassinato in circostanze misteriose forse dai comunisti, forse dai fascisti con l’aiuto della mafia.

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[Ravenna] Ampia mobilitazione contro Forza Nuova

Sabato 18 aprile 2015 a Ravenna, una nuvolosa piazza del Popolo ha vissuto una, oramai rarissima, partecipazione politica spontanea e autorganizzata contro il presidio di un partito neonazista come Forza Nuova, in piazza per vanverare le sue grottesche opinioni, ad una settimana dalla ricorrenza della Liberazione.

All’inizio del presidio diverse persone, associazioni, riscoperti antifascisti e solidali si sono trovati spontaneamente per occupare la piazza e gridare la loro protesta contro la presenza dei neonazisti in città. In molti non possono accettare un partito che si richiama a una «resistenza identitaria» per porre una diversificazione dei diritti in base alla cittadinanza, nello scellerato tentativo di creare un apartheid tra immigrati e cittadini italiani.

Questi discorsi sono inaccettabili poiché offendono l’intelligenza e la dignità umana e non è possibile ignorarli. Così è stato boicottato il presidio neonazista «legalmente concesso» occupando abusivamente uno spazio pubblico. E tanta gente ha infranto gli ordini della Questura per prendere parte alla mobilitazione diretta in piazza.

Attraverso cori, fischi e slogan il presidio è stato messo a tacere. E ciò nonostante il fatto che i neonazisti fossero difesi da quattro blindati antisommossa, da tutto il reparto DIGOS e ROS, senza contare i vari carabinieri, poliziotti e vigili urbani attenti a sorvegliare la zona.

Ovviamente tutto s’è svolto senza incidenti (sempre che un uovo caduto dal cielo non possa venir chiamato “incidente”, ma al massimo “miracolo”!).

Quella mobilitazione ha voluto ribadire che la cultura è in continuo cambiamento e che lo striscione forzanuovista «resistenza identitaria» è solo una tetra provocazione senza alcun senso.

Oggi che quasi tutta l’umanità si riversa in città strutturate e regolamentate su scala globale, che le culture e la produzione devono seguire standard internazionali, la «cultura nazionale» e le «tradizioni popolari» sono una menzogna buona solo per i turisti, i nostalgici e gli imprenditori del tempo libero.

Oggi la «cultura» istituzionalizzata mistifica il passato per celebrarlo e lo celebra soltanto per mantenere il proprio dominio sul presente. Ma la cultura deve essere rottura dell’esistente, deve raccontare il mondo per rovesciarlo e costruire per tutte e tutti un futuro diverso.

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[Livorno] «Salvini, fascista! Livorno non ti vuole!»

Riceviamo e condividiamo:

Salvini, fascista! Livorno non ti vuole!

Dopo la provocatoria presenza del nazileghista Borghezio, a Livorno mercoledì 22 aprile è arrivato anche Salvini, per una tappa del suo tour elettorale in vista delle elezioni regionali.

Stando alle notizie date nei giorni precedenti dalla stampa locale, il leader leghista sarebbe dovuto arrivare alle 9:30 al gazebo della Lega Nord in Via Grande, vicino alla zona del mercato, per poi passeggiare tra le strade del centro, tra i negozi e i banchi degli ambulanti.

La mattina di mercoledì 22 però, tra i banchi del mercato la tensione è alta, nessuno vuole essere strumentalizzato dalla Lega e i commenti della gente sono tutti contro Salvini. Le camionette di polizia e carabinieri presidiano tutti gli accessi alle strade del mercato e gli agenti in borghese controllano in forze la zona. Continued…

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Non solo «Sentinelle in piedi»: ecco la parrocchia omofoba dei «rossobruni»…

Non solo «Sentinelle in piedi». Sono svariati i fascismi che, con nuove forme, cercano di riproporre razzismo, familismo e omofobia. A Roma si è tenuto un convegno della parrocchia «rossobruna» con la partecipazione di «marxisti eretici» come Diego Fusaro, teorici della «Nuova Destra» come Alain de Benoist, leghisti neri come Borghezio, esponenti del Movimento 5 Stelle, teorici delle «scie chimiche» che avvelenano la «virilità del maschio». Il tutto organizzato da «L’Intellettuale Dissidente», un quotidiano online «di controcultura» sotto il segno di tal «Circolo Proudhon», una collana editoriale che dichiara di pubblicare saggi «critici verso la modernità»…

Un clima bonario come racconta Fiorenzo Martini:

«Contro il post-umano, contro la teoria del gender, contro la modernità, insieme a Marx, insieme alla Lega, insieme all’uomo maschio: a chi si rivolgono queste persone? Provo a farmi un’idea osservando il pubblico. Il genere maschile predomina ma non in modo schiacciante. Molte signore accompagnano i loro mariti che hanno l’aria di conoscersi un po’ tutti, prima dell’inizio c’è tempo per strette di mano e fotografie commemorative, vedo Borghezio parlottare con un ristretto circolo di uomini e mi chiedo se gli stia insegnando nuovi metodi per “non essere etichettati come fascisti ma rimanere sotto sotto gli stessi”».

Leggi tutto su Sbilanciamoci.

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[Forlì] La Banca di Credito Cooperativo di Forlì ospita i neofascisti di CasaPound

Mentre in Romagna e a Ravenna continuano le provocazioni xenofobe dei cattonazisti di Forza Nuova in trasferta effettiva e permanente, i «guitti del terzo millennio» al guinzaglio della Lega Nord cercano il loro «posto al sole» alla corte delle banche. Riceviamo e condividiamo il resoconto della mobilitazione contro la Banca di Credito Cooperativo di Forlì e ci uniamo nell’invito a protestare contro chi dà spazio ai neofascisti.

Stamattina [17 aprile] c’è stato un presidio di protesta davanti alla Banca di Forlì (BCC) di alcuni compagni antifascisti. La motivazione è che stasera, alle ore 21, la Banca ha concesso la sua saletta di via Bruni N°2 al gruppo fascista Sovranità-CasaPound.

Megafono e volantini sono serviti per ricordare ai passanti e ai clienti della banca le responsabilità di questa nella concessione di spazi e legittimità a questi neofascisti dichiarati.

Non certo un mistero, che banche e fascisti siano sempre andati d’amore e d’accordo. Del resto proprio il fascismo di Mussolini fu ampiamente foraggiato e finanziato dai grossi capitali.

Quel che è più ridicolo è che questi «fascisti del terzo millennio» si dicano contro la finanza e le banche e poi elemosino spazi da queste stesse banche. Pagliacci!

Stamattina, spazientiti per le proteste, i dirigenti della banca sono usciti fuori: dapprima con fare arrogante e insolente con un compagno arrivato prima che svolantinava, usando epiteti del tipo «ma non rompete i coglioni», «ma chi cazzo siete voi, non siete nessuno», mentre altri amici dei dirigenti in questione sfottevano. Poi quando sono arrivati altri compagni, i signori della Banca di Forlì hanno abbassato un poco la cresta ed è sceso in strada nientemeno che il Direttore, Daniele Boattini. Questo, incalzato sulle responsabilità della banca sull’iniziativa neofascista e xenofoba, faceva finta di cadere dalle nuvole, sostenendo che Sovranità-CasaPound è un’associazione legittimata, che lui non sapeva che erano fascisti e che comunque non si occupa di queste faccende… Eh, già, immaginiamo che grandi impegni deve avere e quanto sia impegnato!

Boattini arrivava perfino al ridicolo, sostenendo che l’iniziativa sarebbe stata apolitica: purtroppo per lui sono i nomi che parlano! All’iniziativa vi saranno il vice-presidente nazionale di CasaPound, Simone Di Stefano, la responsabile di Forlì di CasaPound Gaia Righi e il parlamentare della Lega Nord Gianluca Pini. Non c’è che dire, davvero un’iniziativa apolitica! Ma ci faccia il piacere, caro (si fa per dire) Boattini!!!

A ricordare la sua faccia tosta e le responsabilità palesi della Banca di Forlì ci hanno pensato anche alcuni passanti, che informati dai compagni antifascisti ne hanno dette quattro al signor direttore. Altri hanno detto di essere decisi a cambiare banca e ritirare il proprio conto corrente.

Invitiamo comunque tutti gli antifascisti e gli antirazzisti ad essere presenti questa sera [17 aprile], dalle ore 19:00/19:30 davanti alla Banca di Forlì (Corso Repubblica 2/4) per protestare contro la vergognosa iniziativa di CasaPound.

Intanto invitiamo ancora a mandare le proprie proteste alla banca, per mezzo di telefonate, fax o mail. E a farlo anche nei prossimi giorni, tanto per fargli capire che ci sono ancora antifascisti a Forlì e in Romagna! E per fargli capire che la prossima volta è meglio che ci pensino non due volte ma cento prima di farsi garanti di iniziative fasciste e razziste!

PER MANDARE LE VOSTRE PROTESTE:

Banca di Forlì (BCC) – Direttore generale: Daniele Boattini
Corso della Repubblica 2/4 – 47121 Forlì
Tel: 0543450811 – Fax: 054327808
mail: posta@bancaforli.it
mail BCC regionale: federazione@fedemilia.bcc.it

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Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, assassinati da neofascisti e carabinieri

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Sono quarant’anni che Claudio Varalli e Giannino Zibecchi sono stati assassinati da neofascisti e carabinieri, nelle strade di Milano, fra il 16 e il 17 aprile del 1975.

Vi è stata una generazione che negli anni Settanta ha saputo opporsi alla violenza di Stato e alla strategia delle stragi. Anzi, che ha rifiutato lo sfruttamento, l’oppressione, la normalità borghese. Che gridava in piazza «Fascisti, padroni, per voi non c’è domani, stanno nascendo i nuovi partigiani!». Che occupava le case e diceva «La casa si prende, l’affitto non si paga».

Il 16 aprile 1975, dopo un corteo per la casa, alcuni attivisti incappano in un gruppo di estrema destra. Un neofascista di ventidue anni spara dall’interno della sua auto, poi scende e fa ancora fuoco. Claudio Varalli, studente dell’Istituto Tecnico per il Turismo, viene colpito alla nuca mentre fugge. Muore a diciassette anni.

Poi la solita storia. Un processo per omicidio che nel 1978 condanna il neofascista a dieci anni di carcere. Due anni condonati subito. Scarcerato dopo otto mesi per motivi di salute. Nel 1982 la Cassazione archivia tutto tra prescrizione e condoni.

Il 17 aprile 1975, durante il corteo per la morte di Claudio Varalli, i blindati dei carabinieri si lanciano a tutta velocità contro i manifestanti per disperdere il corteo. Sull’asfalto, travolto e ucciso da un mezzo dei carabinieri, rimane Giannino Zibecchi, ventisette anni, insegnante di educazione fisica e militante del Comitato antifascista del Ticinese.

Ed è sempre la solita storia. Il processo si aprì solo nel 1979 con tre carabinieri imputati di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento. Poi, nel 1980, l’assoluzione: i due ufficiali per non aver commesso il fatto, l’autista per insufficienza di prove. Nessuno presenta appello.

Kein Vergeben, kein Vergessen! Nessun perdono, nessun oblio! Non passeranno!

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Belgrado Pedrini (Carrara, 5 maggio 1913 – 11 febbraio 1979)

È importante ricordare chi si è battuto contro l’oppressione, l’autoritarismo, il fascismo. Altre brevi biografie qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui

Belgrado Pedrini (Carrara, 5 maggio 1913 – 11 febbraio 1979)

«Torme di schiavi adusti
chini a gemer sul remo
spezziam queste catene
o chini a remar morremo!»
Pedrini, Il Galeone, 1967

Figlio di uno scultore carrarese, nel 1937 è rinchiuso a Pianosa per alcune azioni contro il regime. Nel 1942, con gli anarchici Zava e Giorgi, disarma e schiaffeggia cinque fascisti. Costretti a fuggire a Milano e Genova, i tre vengono scovati a La Spezia dove si difendono rispondendo al fuoco e ferendo a morte un poliziotto. Il ritardo nell’eseguire la sentenza (pena capitale) gli permette di essere liberato nel 1944 dalla Elio, formazione partigiana a cui si unisce fino al 25 aprile. Nell’immediato dopoguerra è chiamato a difendersi dall’accusa di omicidio senza poter contare sul supporto legale organizzato dai partiti di sinistra (Solidarietà Democratica) né sul «fuoriuscitismo». Condannato all’ergastolo nel 1949, sconta la pena ridotta a 30 anni tentando più volte l’evasione. Uscito nell’aprile 1975, trascorre gli ultimi pochi anni di vita animando circoli e pubblicazioni anarchiche.

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Antonio Cieri (Vasto, 10 novembre 1898 – Huesca, 17 aprile 1937)


È importante ricordare chi si è battuto contro l’oppressione, l’autoritarismo, il fascismo. Altre brevi biografie qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui

Antonio Cieri (Vasto, 10 novembre 1898 – Huesca, 17 aprile 1937)

Tecnico delle Ferrovie, sergente degli Arditi durante la Grande guerra, riceve il suo «battesimo politico» nella rivolta dei Bersaglieri che si rifiutano di andare in Albania (Ancona 1920). L’anno seguente è negli Arditi del Popolo della città, ma viene trasferito a Parma dove entra in contatto con l’ambiente anarchico e, naturalmente, con Guido Picelli che lo vuole suo vice-comandante nella difesa del quartiere Naviglio dai fascisti di Balbo nell’agosto 1922. Esule antifascista a Parigi, vicino politicamente e personalmente a Camillo Berneri, con cui anima diverse pubblicazioni e condivide l’esperienza di combattente antifranchista nella Colonna Ascaso CNT-FAI, Sezione Italiana. Ne diventa comandante pochi mesi prima di morire nella battaglia del Carrascal di Huesca per il mancato rinforzo di un battaglione comunista o forse per il diretto intervento di commissari stalinisti.

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